Quota 100 per tutti: ALCATRAZZ – Born Innocent

Qualcuno di voi ricorderà, magari i più vecchi o quelli non fissati giusto col chugga chugga, sludge, indie o qualche accidenti di microgenere fatto nove volte su dieci da gruppi ai quali se offrissi del fumo e qualche pastarella verrebbero pure a suonare al mio compleanno (ammesso che mi fossi rincoglionito, che volessi festeggiarlo – NO! – e che la cosa non si risolvesse con me che finisco per dargli fuoco mentre sono strafatti per via delle pulci), che una volta esisteva il rock ed esistevano gli Alcatrazz, gruppo assai noto per aver dato i natali ad Yngwie Malmsteen (anche se tecnicamente l’esordio di Yngwie su disco è di qualche mese prima con gli Steeler, messi su in fretta in furia da Mike Varney e che non ricorda praticamente nessuno, men che meno lo stesso Yngwie) e per avere dietro al microfono Graham Bonnett, un buon cantante già in precedenza con Rainbow e Michael Schenker. Che poi, secondo me, fu proprio il fatto che Bonnett avesse cantato per Ritchie Blackmore a far decidere ad Yngwie di entrare nel gruppo. In ogni caso il successo degli Alcatrazz con Malmsteen fu buonissimo, specie in Giappone dove fecero sfracelli, ma Yngwie è Yngwie e quindi la cosa durò il tempo di un disco in studio ed una tournée in Giappone (immortalata in un disco dal vivo godibilissimo).

Dopodichè fuori Malmsteen e dentro Steve Vai in tempo per un altro disco, Disturbing The Peace, che a me personalmente piace molto ma che non ebbe il successo sperato proprio per le siderali differenze tra Malmsteen e Vai: il primo dirompente erede di Blackmore e Rainbow, il secondo di tutt’altra pasta e così completamente infatuato di Zappa da portarsene qualcosa dietro persino negli Alcatrazz, rendendoli assai meno appetibili e molto più americani di quanto non suonassero con Yngwie. Insomma Disturbing The Peace va malino, Steve Vai abbandona per altri lidi ben più remunerativi, arriva un altro album che non ho mai sentito con non so chi e poi il dimenticatoio fino a questo 2020; come se non bastassero già il Covid e la scomparsa di Eddie Van Halen. Scrivo così perché purtroppo Born Innocent è un letamaio su disco, e francamente mi spiace, visto che di solito queste rimpatriate tra vecchi raccolgono la mia simpatia quasi incondizionata, ma appunto quasi: nonostante il buon lavoro di Bonnet, che per la cronaca ha tipo settant’anni e se la gode un mondo, tutto il resto è da buttare, a cominciare da quel cazzo di Joe Stump che per l’amore di Cristo, è un clone di Yngwie che ha la personalità di una copia carbone uscita male e che, peraltro, suona pure basso su disco, immagino per colpa sua dato che le chitarre se le sarà registrate a casa per i fatti suoi.

Yngwie who?

I pezzi migliori, o meno peggio, sono quelli dove Stump non c’è, tipo appunto Born Innocent (con Impellitteri) o Finn McCool (con un tizio giapponegro che non ho idea di chi sia) o I Am the King (con Bob Kulick che è pure morto quest’anno – grazie ancora, 2020). Su un paio di pezzi suona anche l’italiano Dario Mollo, anche se la resa non è granché in ogni caso. D’altronde puoi avere mille ospiti diversi ma, se latita l’ispirazione, tutto lo sforzo non serve a niente, anzi diventa controproducente. Mi spiace, soprattutto per la simpatia che mi suscita Bonnet, ma se avessero fatto qualche pezzo in meno, senza tutti ‘sti ospiti e con un altro chitarrista (magari Impellitteri stesso, ex sodale di Bonnet) la rimpatriata sarebbe venuta meglio. Bocciatissimi. (Cesare Carrozzi)

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