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GRAHAM BONNET BAND – Meanwhile, Back In The Garage

13 luglio 2018

Se non sapete chi è Graham Bonnet, per quanto mi riguarda meritate di morire male prima di subito. Se, al contrario, non siete esattamente degli ignorantoni col botto, sarete indubbiamente contenti di sapere che il nostro è, a settant’anni suonati (letteralmente), ancora in giro per il mondo a fare concerti (magari in buchi di culo sperduti davanti a quattro gatti, però a volte anche no), che registra dischi a suo nome (quest’ultimo Meanwhilelapizzablablabla), e che è pure fidanzato con la bassista del suo gruppo, tale Bethqualcosa la quale avrà un, boh? cinquant’anni portati benissimo. Magari ogni tanto se la tromba pure imbottito marcio di viagra, chi lo sa. Ha suonato con un botto di gente, da Blackmore, a quello stronzo di Yngwie, Michael Schenker, Impellitteri, Steve Vai, tanto per citare i più noti. Vive in California (credo a Malibu) ed è tutto sole, mare, canne e cibo messicano. Insomma, chi non vorrebbe essere Graham Bonnet, su.

Ma la cosa figa è che canta come se non meglio di quarant’anni fa, cari amici. Incredibile. Per dire, pensiamo che Rob Halford, pur difendendosi benissimo, alla sua età ha necessariamente dovuto cambiare approccio al canto, perché con l’andare del tempo le corde vocali non sono più quelle di un tempo. Ian Gillan uguale, tanto per fare un altro nome noto, ma ce ne sarebbero di esempi. Graham Bonnet no: strilla come prima. Tutt’al più la voce gli si è arrotondata con gli anni, acquistando ulteriori possibilità espressive (poi ci torniamo). Peraltro, mille anni fa, quando ascoltai per la prima volta No Parole From Rock ‘n’ Roll, Bonnet non è che mi piacesse più di tanto. In effetti ci ho messo un po’ per abituarmici, non ha un timbro così comune ed è anzi piuttosto particolare, ed in questo senso molto devo, non a caso, a tutti quei chitarristi fantastici con cui ha cantato in queste decadi, per amor dei quali ascoltavo i dischi dove c’era lui dietro al microfono, finendo affezionato anche alla sua voce, come detto peculiare, inconfondibile. 

Quest’ultimo paio di giorni in cui ho avuto modo di ascoltare Meanwhilequalcosa mi sono tornati in mente i motivi per i quali mi è sempre rimasto simpatico: è il tizio che si presenta sul palco in completo giacca e pantalone con cravatta e occhiali scuri, alla mano ed estremamente disponibile, che non se la tira affatto anche quando ne avrebbe tutti i motivi, che suona davanti a quattro persone come fossero quattrocento o quattromila, che interpreta, vive quello che canta (a proposito di capacità espressive mi riferivo proprio a questo: l’interpretazione, la capacità teatrale, vale almeno quanto le doti canore che uno ha, se non di più: cioè puoi essere il cantante con le migliori estensione ed intonazione che ci siano epperò se sei rigido come un pezzo di legno canterai comunque di merda, o non renderai molto per quello che potresti. Ovviamente vale anche, se non soprattutto, il discorso inverso) e che scrive testi mai banali, anche piuttosto profondi a volte.

Di questo disco mi sono piaciute molto The House (veramente bella), Incest Outcet U.S.A. e boh?, poco altro. Carina la cover di We Don’t Need Another Hero di Tina Turner. Alla chitarra c’è Joey Tafolla che tutto sommato offre una prestazione dignitosa, e c’è anche Jimmy Waldo alle tastiere, suo vecchio sodale negli Alcatrazz. Meanwhileblablabla non sarà ‘sto discone, ma si lascia ascoltare e apprezzare a tratti, cosa che non si può dire per la quasi totalità dei settantenni in giro (e non solo di quelli), il che, per un disco inciso proprio da un settantenne, ha del miracoloso. Se vi capita prestategli orecchio. (Cesare Carrozzi)

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