Musica per sopravvivere all’inverno: ARX ATRATA

Oggi è il 22 settembre, equinozio d’autunno 2020, e, giusto per farci capire a cosa stiamo andando incontro, sta facendo un temporale della madonna: fulmini, tuoni, cielo così plumbeo che sembra notte, pioggia a cateratte, quella nebbiolina che risale la valle come fosse un mostro mitologico che si inghiotte tutto, e temperatura crollata a 12 gradi. Ieri ce n’erano 26… Vero che siamo a 700 metri di quota nelle colline della provincia di Cuneo, ma per questo periodo è pochino comunque.

Beh, tutto ‘sto schifo di tempo mi fa venire una gran voglia di ascoltarmi gli Arx Atrata. O meglio, il tipo che solo soletto si tiene in piedi il progetto Arx Atrata: sue tutte le composizioni, gli arrangiamenti, le registrazioni di tutti gli strumenti, la produzione di tutti i dischi e la realizzazione degli stessi sia in versione digitale che fisica.

Mi immagino che siate in pochi a conoscerli e non me ne meraviglio: quando si parla di heavy metal inglese ce ne veniamo fuori tutti con delle listone che partono dalla fine degli anni ’70 per arrivare sino a ieri, ma, se si sposta l’interesse sui gruppi che hanno come punto di riferimento il black metal, beh il discorso cambia radicalmente. Dagli inglesi di black metal ne è stato fatto pochino, quasi come non lo considerassero nemmeno degno di essere esso stesso heavy metal; se ci pensate è strano, perché anche loro, quanto a paesaggi cupi e desolati, nebbie, tempeste di vento e temperature intorno allo zero, non hanno da invidiare niente alla Scandinavia e a nessun altro, nemmeno per cacce alle streghe, fanatismi religiosi vari, paganesimo ed oscuri tempi medievali. Fatto sta che sì, ci sono i Cradle of Filth dei primi tre dischi (e i successivi? Molto meno, dai, con tutto quel goticismo da baraccone), qualcosa di buono c’è negli Abduction che sono comunque ancora poco conosciuti, stanno crescendo in notorietà un paio di gruppi che s’ispirano palesemente ai primi Cradle (parlo di Deadwood Lake e Old Corpse Road), ma nel complesso la scena black metal inglese comprende per la maggior parte gruppini minuscoli relegati nel più profondo underground, roba di nicchia che esce per etichettine artigianali, pochissime copie stampate oppure digital-only release… L’unico gruppo che ha sfondato di brutto negli anni più recenti sono i Fen.

Il problema delle uscite in solo digitale secondo me è che con tutta la musica che esce al giorno d’oggi il tuo disco finisce per perdersi in mezzo al mare anche se molto probabilmente meriterebbe attenzioni ben maggiori. Esisti, sì, ma sei solo un’altra faccia tra la folla. Il risultato è che non ti si fila nessuno, mentre se ti fai conoscere sulle piattaforme tipo Bandcamp e metti a disposizione anche un supporto concreto, che sia cd, cassetta o vinile fai tutta un’altra figura, non vieni dimenticato in dieci secondi e magari alzi pure qualche soldino in più il che non fa mai schifo.

Dicevo comunque degli Arx Atrata, che sono originari di Nottingham ed hanno già tre dischi all’attivo, tre dischi di altissimo livello. Sul loro sito internet viene precisato sin dalla prima schermata che quanto viene proposto è un black metal epico ed atmosferico, crepuscolare, malinconico come solo una grigia e piovosa giornata autunnale nelle brughiere inglesi sa essere. Vengono citate come fonti d’ispirazione Agalloch (…mmm, sì, dai, ci può stare: i primi, era The Mantle), Coldworld (ma manco per sbaglio), Winterfylleth (che NON sono black metal e comunque qui di musica gaelic-folk-inspired come quella dei Winterfylleth non se ne trova traccia) e Fen appunto. Loro sì, eccome; per la maggior parte del tempo sono proprio i Fen ad ergersi come punto di riferimento, come faro del quale seguire la luce e farsi indicare la via. Qui c’è un po’ meno shoegaze e anche meno parti prevalentemente acustiche, ma l’impronta è quella.

Arx Atrata Oblivion Non riesco a preferire un loro disco tale da dire “Se proprio dovete sceglierne solo uno dev’essere…” perché sono tutti e tre bellissimi. Il primo Oblivion contiene cinque pezzi, tutti di minutaggio medio/alto, dai dodici minuti della opener Winter agli otto e mezzo della successiva The Hour, tristissimo gioiellino che pone l’interrogativo su cosa rimane della nostra vita e come saremo ricordati una volta che si parlerà di noi solo al passato. Tutti e cinque brani di atmospheric black metal composti con maestria, suonati con grandissima ispirazione e talento, con più di una melodia che non è ardito definire struggente. Non ci sono molte tastiere e la velocità di esecuzione non è mai esagerata, come da tradizione Fen; grande peso viene dato negli arrangiamenti a costruire dei crescendo di notevole effetto che tengono sempre l’ascoltatore sul filo del rasoio, teso nell’attesa dell’esplosione del blast-beat che però non sempre arriva. Ciò che davvero importa e fa la differenza è che, anche se i brani sono piuttosto lunghi, non sono mai noiosi, non si sente mai bisogno di skippare perché è bellissimo ascoltare e riascoltare tutte le sfumature che il ragazzo riesce a creare con le sovraincisioni di riff di chitarra ora malinconici, ora epici poi aggressivi e poi ancora di nuovo leggeri, rilassati, pacati come la quiete dopo la tempesta. Per il cantato viene preferito uno screaming tipicamente black, senza eccessi isterici o ridicolaggini alla Paperino. Anche in questo si sente che al tipo piacciono molto i Fen. Non per nulla, anche nei dischi successivi l’impostazione della voce rimane questa. Il disco è uscito nel 2013 in versione digitale e in CD completamente autoprodotto tirato in 500 pezzi che dovrebbe essere abbastanza facile reperire anche nuovo; come ho già detto non stiamo certo parlando di superstar della scena… Al di fuori dell’Inghilterra Arx Atrata è un nome che ci filiamo in pochini (e sappiamo bene che gli inglesi sanno essere più sciovinisti dei francesi quando si parla di musica rock)

Arx Atrata Spiritus in TerraTre anni dopo esce Spiritum in Terra, un po’ più oscuro e cupo rispetto al disco precedente, con pezzi leggermente più corti di quelli su Oblivion. Siamo tra i sei e mezzo e i nove minuti comunque, già musica che richiede una certa struttura. Lo schema compositivo è rimasto lo stesso e così l’ispirazione che si vuole evidenziare: riff incentrati sulla melodia e sull’atmosfera che s’intrecciano, si spezzano, si mescolano a tastiere riempitive e d’effetto mai invadenti o sovraesposte. I brani sono costruiti con grande perizia e con continue variazioni di tempo, il tutto armonizzato alla perfezione. Finora ci ha sempre messo tre anni tra un disco e l’altro, segno che i pezzi se li studia e se li arrangia con gran cura, non lasciando niente al caso, come un eccellente musicista professionista. Difatti il disco è stupendo, da ascoltarselo per intero tutto d’un fiato ed impararselo a memoria; siamo molto vicino ai vertici di quanto possa raggiungere l’atmospheric black senza diventare musica stucchevole e barocca talmente iper-arrangiata e bombastica da risultare artificiale, finta, esagerata, pagliaccesca… noiosa. Anche questo disco lo trovate in digitale o in un digipak che, pur essendo autoprodotto, non invidia nulla a produzioni importanti di etichette assai blasonate.

arx atrata the path untravelledIl terzo disco esce nell’ottobre dell’anno scorso, sempre seguendo la regola dei tre anni di distanza tra un’uscita e l’altra. È un digi limitato a 300 copie di nuovo totalmente autoprodotto (a quanto pare il tipo non ne vuole sapere di farsi distribuire da una label) e dei tre è il più melodico, quello con più tastiere e più momenti rilassati di chitarre acustiche. Ha un’atmosfera più “tragica”, e nel complesso suona più malinconico dei precedenti. Resta prevalentemente su velocità medio-basse però esplode di colpo in parti tiratissime con riff di chitarra che vanno a prendere note altissime quasi stridenti… Schiaffi di vento in pieno viso. I sette brani (sei più l’intro che è mixata al primo brano) sono quadri musicali dai chiaroscuri intensi e affascinanti, roba da sindrome di Stendhal. Ha un gran gusto nell’inventarsi melodie ammalianti mai banali, anzi . Ci vuole già una bella tecnica per suonare riff come questi, intrecciandoli l’un con l’altro creando composizioni intriganti che mai perdono d’interesse e intensità.

Questo sottogenere del black metal è quanto di più distante possibile dalla brutalità parossistica e nichilista stile “attacchiamo-gli-ampli-al-massimo-e-radiamo-tutto-al-suolo” del war black metal, ad esempio: è molto più complicato e difficile da scrivere ed arrangiare se si vuole ottenere un risultato d’eccellenza. Se non riesci ad orchestrare i pezzi in modo da portare l’ascoltatore in mondi onirici di foreste magiche e stregate, paludi nebbiose, castelli scintillanti nella neve, notti senza luce e senza fine, beh, hai perso. Rimani uno dei tanti. Invece, Arx Atrata si erge ai massimi livelli dell’espressività e della capacità di comporre brani dall’impatto emotivo importante, ogni suo disco si ascolta per intero dall’inizio alla fine, come fosse un bel libro o un bel film che tocca le corde dell’anima, e sono oltre il mero intrattenimento usa-e-getta. Meriterebbe di molto meglio, un pubblico decisamente più vasto e sarebbe anche bello vedere se dal vivo riesce a ricreare le stesse atmosfere che si trovano nei dischi, certo che essendo una one-man band complica maledettamente le cose.

Intanto fuori ha smesso di piovere ma c’è ancora la nebbia, oggi non uscirà il sole. L’atmosfera giusta per ascoltare ancora una volta gli Arx Atrata. (Griffar)

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