E come là tra li tedeschi lurchi: FEUERSCHWANZ – Das elfte Gebot

La reclusione forzata dei mesi scorsi mi ha spinto a pormi esiziali interrogativi che altrimenti mai mi sarebbero saltati in mente. Un giorno di primavera, per esempio, l’insistente gracchiare delle cornacchie che mi scacazzano tutti i giorni sulle scale mi portò a domandarmi che fine avessero fatto gli In Extremo. Dopo la visione di alcuni video che me li confermarono vivi e scalcianti, l’algoritmo di YouTube mi propose ciò:

Il brano non è solo una di quelle apoteosi del cattivo gusto crucco che fanno il giro completo fino a diventare sublimi, a partire dal tipico senso dell’umorismo grassoccio (“Feuerschwanz” non significa solo “coda di fuoco” ma anche “pene di fuoco”, doppio senso che vale peraltro anche in francese – queue – e in spagnolo – rabo – e qua chiudiamo l’angolo del linguista), ma anche un sunto di buona parte di ciò che negli ultimi anni ha fatto mainstream in campo metallico, dal folk alle tastierone bombardone diventate canone dai Nightwish in poi.

Mi guardo qualche esibizione dal vivo e scopro che i Feuerschwanz si ergono sui palchi principali dei maggiori raduni teutonici, sempre accompagnati da simpatiche ballerine sgallettate con le orecchie da gatto (la mia preferenza, ad ogni modo, va alla procace violinista). Ciò ci porta a un’ulteriore constatazione: ora che dall’Inghilterra non esce più nulla e dagli Usa arriva ben poco di digeribile alle orecchie europee, a fissare i canoni di ciò che è, diciamo, commerciale nel vecchio continente è anche il cattivo gusto crucco di cui sopra, giacché è la Germania il mercato metallaro europeo dominante da diversi lustri a questa parte. Roba come, che ne so, i Subway To Sally, che quindici anni fa ci apparivano come un bizzarro e inesportabile fenomeno locale, ha dato vita col tempo a una colorita e saltellante progenie, sempre inesportabile, certo, ma capace di fare in patria numeri di tutto rispetto.

Al netto di tutto l’armamentario medievale, nei Feuerschwanz si sente la Germania profonda, quella cantata da gente come i JBO, non per niente rivendicati come influenza principale, quella delle sagre a base di quintali di maiale alla brace delle quali, per i motivi che sapete, sono diventato affezionato avventore, animate da ciccione rubizze in costume tradizionale e corpulenti Ligabue locali che si esibiscono di fronte ad adoranti platee paesane (in pezzi come Meister der Minne si sente anche codesta pregiata scuola cantautoriale). Un lato agreste che ho trovato un po’ diluito in un disco che, sotto uno spessa coltre di lardo sinfonico, con tastiere e zufoli spalmati sulle chitarre con la stessa allegra malagrazia con la quale mia suocera spalma la salsiccia di fegato sul pane la mattina, offre un sunto bisunto del più becero metallo tetesco da festival. Evviva!

Mission Eskalation all’inizio dà un po’ fastidio perché il giro di triccheballacche è lo stesso di Schubsetanz ma il ritornello vi spingerà a ingollare in un sorso una Peroni da 666 e pogare felici con la figlia del borgomastro. Il folk silvestre di Im Bauch des Wals ha la stessa matrice dei seriosi Empyrium, per quanto il solo accostamento avrà fatto accapponare la pelle a Charles. Lords of Powermet cerca di essere un tributo al powerone nazionale ma ci riesce solo per qualche secondo. La notevole Malleus Maleficarum offre momenti di inattesa epicità, filtrata però da un approccio giocherellone non dissimile da quello di band attitudinalmente limitrofe come Powerwolf e Sabaton, entrambi omaggiati con due cover nel bonus cd che correda l’edizione limitata. Quanto queste cose vi possano prendere bene o meno, diventa un discorso soggettivo. La primavera in fior mena tedeschi/ Pur come d’uso/ Fanno pasqua i lurchi/ Ne le lor tane, e poi calano a valle. (Ciccio Russo con l’amichevole partecipazione di Giosuè Carducci, nostro collaboratore da oggi).

4 commenti

  • E’ gente contenta, manifestamente. D’altra parte, quando alla sagra del paese gira il porco sullo spiedo, e transitano Lager e Pilsner…

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  • Se parliamo di metal, la Germania va presa maledettamente sul serio. Sulla fregna ognuno ha il suo totemismo, per quanto mi riguarda propendo per i culi a forma di cuore tipici del Brasile.

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  • È da qualche anno ormai che mi cibo di Folk Metal zumpappero (e sempre più spesso pure Folk senza Metal), un po’ per un genuino interesse, un po’ anche per (cone scritto nell’articolo) una certa di scarsità nelle uscite di generi più classici.
    I Feuerschwanz non sono tra i miei preferiti, ma dai video e dalle esibizioni sono dei personaggioni che non riescono a non fartela prendere bene.

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  • non pensavo ma li ho trovati maledettamente divertenti, autoironici oltre che utili per esercitarsi con il crucco.

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