Tre dischi black metal per riprendersi dal Ferragosto

“Ti piacciono i fiori?”, seguita da “Nella vita vorresti fare il fioraio?” era una delle domande cult del test psicologico al quale, ai tempi della leva obbligatoria, si veniva sottoposti durante la visita militare (almeno per chi avrebbe dovuto essere reclutato nelle forze di terra, io fui chiamato in Marina e rimasi deluso dal non vedermela porre). Ai FLUISTERAARS i fiori sembrano piacere davvero tanto, dato che li mettono in copertina e il titolo di questo loro terzo Lp è Bloem, ovvero fiore. Del resto sono olandesi e la loro principale attrazione turistica – a parte i coffee shop, la prostituzione e il Roadburn – sono i campi di tulipani, di che altro volete debbano parlare. E la musica? Qui il discorso si fa più interessante: da una parte abbiamo un mesto black metal d’atmosfera, che alla lontana può ricordare i Drudkh, dalla filosofia quasi psichedelica, incentrata sulla reiterazione allo spasimo dello stesso passaggio di chitarra. Dall’altra c’è un ricorso piuttosto frequente all’inserimento di strumenti eterodossi quali piano, timpani e un bucolico tamburino (si sente bene pure il basso ma ormai quest’ultima mi pare una tendenza consolidata), che a volte, però, faticano a dare quella marcia in più in termini di personalità che ci si attenderebbe. La capacità di sperimentare senza risultare pretenziosi e perdere di vista i brani è lodevole ma se la struttura di base è così minimale, devi azzeccare il riff. E i Fluisteraars non sempre ci riescono, tra alti (la straniante Eeuwige Ram) e bassi (Nasleep) che alla fine lasciano soddisfatti a metà. Dall’Olanda segnaliamo anche il discreto Degen Van Licht dei Turia, che si muovono su coordinate simili ma vanno un po’ più al sodo.

Che diavolo è successo ai DARK FORTRESS? Li ricordavo come eccellenti cloni dei Dissection e li ritrovo alle prese con un guazzabuglio un po’ confuso di tutto ciò che ha fatto innovazione in campo black metal negli ultimi dieci anni. Vero è che li avevo persi di vista da un pezzo, quindi non ho seguito gran parte del loro cammino evolutivo e magari sono io a non saper inquadrare bene la loro mutazione. Ho in ogni caso trovato Spectres from the Old World un ascolto un po’ faticoso. Da bravi tedeschi, mantengono un approccio abbastanza terra terra e anche quando infilano l’arpeggino simil-cascadico o il chitarrone postqualcosa non te li immagini mai seduti a sorseggiare un frappuccino mentre partecipano a un’animata discussione su Reddit a proposito dell’altezza esatta dei risvoltini. Anzi, sicuramente i Dark Fortress trascorrono le loro serate a svuotare un boccale dopo l’altro in una birreria di terz’ordine dove l’unico argomento di conversazione ammesso è il calciomercato del Bayern Monaco. Perché hai voglia a mostrarti intelligente e ricercato se, gratta gratta, i frangenti più intricati tradiscono a un orecchio attento la passione giovanile per certo thrash tecnico nazionale. Non ho ancora capito se questo sia un pregio o un difetto. Forse un po’ tutt’e due.

Cloni dei Dissection, dicevamo. È pazzesco come una band che ha inciso solo due dischi (facciamo finta che Reinkaos non sia mai uscito) abbia generato una schiera di emuli così fitta. Si potrebbe organizzare un festival di tre giorni solo con cloni dei Dissection. Ne parlavo da poco con Mighi e lui sostiene che a questo punto potrebbe essere un’idea eccellente fare un festival di Metal Skunk dove suonano solo cloni dei Dissection (come headliner mettiamo i The Spirit, chiaro). Come ciliegina sulla torta si potrebbe trovare un lettore stanco di vivere che, dopo aver seccato un travone sulla Togliatti, si suicida sul palco di fronte a un grimorio satanico durante il soundcheck. Ad ogni modo, alla fitta schiera di cui sopra aggiungiamo i KVAEN, one man band svedese il cui debutto regala momenti altissimi che coincidono quasi tutti con i brani più aggressivi (l’opener Revenge by Fire), che hanno il giusto equilibrio tra furia e melodia. Quando si prova a giocare su tempi più cadenzati il risultato è invece un po’ diseguale, ma questo è il classico difetto dei progetti solisti dove vai dove ti pare senza nessuno che discuta le tue idee. Questa e altre attenuanti (il genere inflazionatissimo e dagli orizzonti creativi non proprio sterminati) rendono The Funeral Pyre un ascolto comunque consigliatissimo a tutti gli aficionados del black svedese. Arimortis. (Ciccio Russo)

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