FARTWORK: le copertine fatte col culo – speciale Black Countess

Vi confesso che è da un po’ che ho ricevuto l’investitura per riesumare dal mondo antico la creatura Fartwork, ancestrale e demoniaca proprietà intellettuale del nostro/vostro Charles, consistente nel “recensire” le copertine più brutte mai uscite da una tipografia; ma vi confesso altresì che la mia ispirazione al riguardo era sotto le scarpe e, tra una fiaba e un articolo sui gruppi brutti, me ne ero completamente dimenticato.

Oggi però, grazie alla quarantena, non avevo più scuse: mi sono rimboccato le maniche e messo prontamente al PC cercando… copertine a caso.

Ecco è proprio quello il problema, le copertine a caso. Prendete carta e penna: NON È COSÌ CHE FUNZIONA.

Fare una rubrica sulle copertine brutte e cercare nel mucchio è un po’ come volersi segare e cercare “ragazze bone” su Google; oppure è come avere fame e andare al discount sotto casa a guardare gli scaffali, senza minimamente interrogarti se hai voglia di dolce o di salato, di leggero o di consistente. Perché funzioni devi avere LA SCINTILLA INIZIALE.

Quindi non mi perdo d’animo e faccio un viaggio introspettivo con la mente, vagando fuori dai luoghi e dai tempi, elevando la mia anima verso lo spazio infinito, e, dopo non poche elucubrazioni, mi arriva qualcosa, una domanda: “Come si chiamava quel gruppo russo che una volta mi pare linkai a Bargone su Messenger che erano una specie di Cradle of Filth dei poveri con le zinnone in copertina?

Dopo essermi dato un sonoro “Boh” come risposta, mi travesto da archeologo, entro su Messenger e scavo, scavo, scavo, fino alla verità: si chiamano Black Countess. Data della mia scoperta: 13 Settembre 2016. Ragazzi, non cancellate MAI le chat di Messenger del passato, per nessuna ragione al mondo: potranno sempre tornarvi utili.

Grazie, Messenger, ma soprattutto grazie a voi, Black Countess, perché con voi ho fatto davvero bingo: non solo mi sono sbloccato, ma mi avete fornito abbastanza oscenità da fare una puntata monotematica su di voi.

Come ho già detto, questi sono gli ennesimi cloni dei Cradle, solo molto peggio del normale gruppo clone, sono proprio squallidi: chitarre che vorrebbero essere quelle di Cruelty and the Beast più o meno come il Frosinone vorrebbe essere il Barcellona, screaming alla Hecate Enthroned, batteria talmente triggerata che così non vale, orgasmi femminili che accavallano le gambe sulle tastiere goticone, e tematiche porno-vampiresche ancora più pompate e portate alle estreme conseguenze del solito.

Sapete che vi dico? Mi piacciono questi Black Countess. Ma mi piacciono ancora di più le loro copertine.

Partiamo dalla più vagamente decente:

Anno 2007, Feetish è stato l’ultimo album dei Black Countess, così, per chiudere col botto. A parte la causa legale, credo irrisolta, con Pornhub Russia per motivi di copyright, questa copertina riassume abbastanza bene quello che sono (…siamo?) sempre stati, ovverosia dei segaioli. La faccia della signorina è esattamente quella che ho io quando ascolto l’attacco di Funeral in Carpathia, solo con meno tette. Complimenti per la natura morta sullo sfondo, molto ben illuminata.

Facciamo un salto indietro di un anno e passiamo a The Language of Flesh, penultimo lavoro dei nostri condottieri, che su Metal Archives vanta addirittura una recensione (ovviamente negativa) di un utente.

La signorina (anche questa raccattata in un bordello di Leningrado) questa volta cambia, ma… ma signorina, guardi che quello che sta utilizzando con così tanta nonchalance mi sembra proprio scotch nero in pvc, COSTA UN BOTTO DI SOLDI! Serve a tenere incollati i moduli del tappeto di danza a teatro, a nastrare i cavi dei proiettori e a una miriade di altre cose importanti. Che schiaffo alla miseria, lo metta subito via che se la vede un tecnico teatrale di periferia prima se la incula male e poi la denuncia.

Torniamo ancora indietro nel tempo, quando la Contessa Nera era ancora una verginella in cerca di avventure, con Carnivorous Romance, targato 2003; stesso anno di Damnation and a day, di Dani e i suoi amichetti. L’unica differenza è che Damnation and a day è un disco meraviglioso, vero e proprio canto del cigno dei vampiri inglesi, mentre questo qui è un disco dei Black Countess from Puttantour, quindi non serve nemmeno aggiungere altro. Anche qui la signorina cambia, si sdraia, solleva gambe, copre sapientemente col tacco della scarpa le parti più intime (facendo esplodere di rabbia i forum di blackster russi), ma, se l’intento era farci credere all’esistenza dei vampiri, mi dispiace, cara amica, ma qui l’unico vampiro che (non) vedo è quello che le chiede la stecca tutte le sere.

Preistoria: questa qui è l’opera prima dei Black Countess, uscita fortunatamente su cassetta in edizione limitata… così, per contenere il virus.  La prima (e penso l’unica) copertina al mondo macchiata di sugo. Si sa, i grafici fanno una vita stressante oggi, figuriamoci nel 2000. Si mangia e si lavora, si lavora mentre si mangia, a ritmi frenetici. Ci può stare che la pasta asciutta, acquistata nella pratica scatolina in alluminio alla rosticceria sulla Prospettiva Nevskij ,abbia fatto un piccolo capitombolo sull’artwork a cui si stava lavorando e poi dopo non si abbia voglia di ricominciare tutto daccapo. Sono cose che capitano.

Termina qui il primo reboot di Fartwork. Se vi è piaciuto un bel like, se non vi è piaciuto tornate a segarvi sulle foto dei gattini. Viva Fartwork, viva i vampiri, viva le zinne! (Gabriele Traversa)

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