Prepararsi al risveglio del folk metal e della primavera con Drakum, Verikalpa e Ye Banished Privateers

Carissimi, oggi recuperiamo un po’ di folk metal da battaglia, di quello che se lo ascoltate nel quotidiano rischiate delle sonore figuracce a causa dei movimenti dinoccolati indotti dal trascinante ritmo in esso contenuto, e che probabilmente vi farà apparire come dei cretini agli occhi di chi vi circonda. Io ormai non faccio più caso a queste cose, quindi mi sono preso questo rischio per voi, e sapete cosa? Pare che nel genere ci sia una specie di risveglio, e la triade che mi accingo ora a presentarvi è sicuramente qualcosa che farà piacere ai più saltelloni di voi, o quantomeno a quelli che non hanno mai smesso di girare mezzi ignudi e con copricapi da mentecatti, bevendo da enormi corni di plastica, o a coloro che l’hanno fatto a suo tempo e che poi si sono dati una calmata. Il folk metal non esce più con quella cadenza continua di qualche anno fa e spesso bisogna accontentarsi di quello che c’è, ma quest’anno qualcosa pare muoversi, visto e considerato che si trovano dischi carini e che pezzi da novanta quali Alestorm (prossimamente in uscita e quindi su questi schermi) e Finntroll (in studio di registrazione per il nuovo album) sono in fermento. Quindi amici prego, questa è la porta per un po’ di festa come si faceva qualche estate fa, tra gruppi con gli strumenti strani, birre e saltelli, in attesa dell’ormai prossimo risveglio della natura.

zombiedra.jpegIniziamo con i DRAKUM. Questi catalani li ho incrociati all’ultimo Fosch Fest e me li ricordo presi abbastanza bene, non che fossero chissà che cosa, però nella curiosità di sapere che fanno oggi mi sono sciroppato il loro secondo disco Zombie Dragons from Outer Space. Ma che puttanata di titolo direte voi, ed è vero, pare una cosa buttata lì a caso per poter cavalcare la stessa scia di roba tipo Gloryhammer, che unitamente alla tremenda copertina a tema science fantasy ti fa tirare gli occhi al cielo che vabbè. Il disco però spacca e nonostante io mi renda conto di essere di bocca buona in questo periodo, perché in fondo i tempi spensierati del folk metal un po’ mi mancano, c’è un sensibile miglioramento rispetto al primo disco di circa sei anni fa. Il disco è tutto una danza continua, ha il pregio di smuovere chi ascolta e di fargli fare le mossette sceme, i pezzi sono valorizzati e pieni di ganci e si arriva alla fine senza problemi, come una birra ghiacciata nella calura dell’estate.

In questo senso il pezzo migliore direi che è il singolo Urashima, per il quale è stato girato un favoloso video con il cantante che tira i pugni ai granchi nella sabbia e un giapponese disorientato alla ricerca di sé. Melodie e ritornello però sono azzeccati, prendono subito benissimo mentre l’andamento spaccone e i flautini giapponesi fanno il resto, rendendolo di fatto una potenziale bomba da concerto. Seguono a ruota la divertente Ragman e Pirate Dreams che ha un coretto carino da cantare tutti insieme ubriachi sulla cassa del morto. Onestamente i suonini alieni nell’ultima Zombie Dragons sono una cosa un po’ cretina ma vabbè, penso che se avrete la costanza di arrivare fino in fondo non ci farete nemmeno più caso. I singoli in generale sono riusciti molto bene e il resto è molto semplicemente una presa bene continua, quindi l’appello è: fatevi coinvolgere! Se seguite il mio consiglio probabilmente lo vivrete come una boccata d’aria fresca, altrimenti rischierete di far volare il disco dalla finestra a velocità warp manco fosse l’UFO della copertina, dando un’ulteriore delusione al bambino dentro di voi.

tuoppiSe ancora non vi siete stufati potreste quasi quasi porgere un orecchio all’ultimo lavoro dei famosissimi Verapolka, ehm, VERIKALPA, che in realtà sarebbero potuti essere famosissimi se solo non fossero arrivati tra i due-trecento gruppi più significativi negli ultimi vent’anni, della serie che se non ci fossero stati i connazionali Finntroll temo che non sarebbero neanche riusciti ad arrivare alla fermata dell’autobus vicino a casa. Tra l’altro il cantante in alcuni frangenti ha un timbro che ricorda molto quello di Tapio Wilska su Nattfodd. Loro sono ovviamente finlandesi e ci danno parecchio dentro con la fisarmonica, manco fossimo nel 2005, e in questo momento in cui tutti si imbarazzano un po’ di andare avanti a proporre polke e mazurche per metallari, muovono in me un certo affetto nei loro confronti, al punto da mettermi subito di buon umore. Loro, di contro, paiono non interessarsi molto a ciò che sia conveniente o non conveniente fare, e sono talmente presi bene nella loro euforia (o forse lo sono io che ascolto) che alla fine il loro Tuoppitanssi svolge onestamente il suo mestiere di farvi saltellare per casa facendo i girotondi, con buona pace dei vicini di sotto. Non che ci sia molto altro, per carità: due o tre pezzi però sono parecchio carini, su tutte la prima Naulattujen Vaellus e la trollesca Peikon Kieli, e, se avete la voglia matta di folk metal, state certi che le fisarmoniche a mille vi faranno far tremare il pavimento. Magari li uso per rimpinguare un angolino danzereccio nella mia prossima imminente playlist Spotify, così nell’attesa della primavera, che qui a Genova pare arrivata con larghissimo anticipo, balliamo tutti assieme.

Hostis.jpgNeofolk ma non metal, almeno per quanto riguarda le distorsioni totalmente assenti, per i pirati svedesi YE BANISHED PRIVATEERS. Penso che ormai conosciate tutti questi simpatici psicopatici che girano vestiti come se fossero usciti dal set del celebre film di Polanski, e che abbiate ovviamente capito che sono un prodotto indirizzato espressamente a buzzurri metallari con il cuore di un bambino di 10 anni (viva noi!), capaci ancora di meravigliarsi e commuoversi per le storie dei pirati dell’età d’oro tra punizioni corporali, arrembaggi, sbronze, bassa manovalanza e avventure. Se non li conoscete penso proprio sia arrivato il momento, che è vero che ci sono già i Running Wild che sparano i fischioni con le chitarre e gli Alestorm che sparano cazzate, ma perché fermarsi quando la qualità è buona. Nei loro dischi l’atmosfera è proprio quella de L’isola del tesoro di Stevenson, quindi per me irresistibile, e il loro ultimo Hostis Humani Generis è anche piuttosto vario e dal climax quasi cinematografico, il che lo rende un lavoro abbastanza completo e compiuto e senza bisogno di ricorrere a interminabili e noiosi recitativi. Già dal precedente disco hanno cominciato a essere un po’ più dimessi e ad usare anche toni meno scanzonati e ridanciani, e per quanto il nuovo lavoro sia comunque pieno di melodie e filastrocche allegrotte e divertenti da ascoltare battendo le mani e il piede sul ponte di un brigantino scalcagnato, troviamo anche alcuni pezzi che vi lasceranno nostalgici e con il groppo in gola mentre contemplate l’orizzonte sul molo. Con il progredire della storia, infatti, l’allegria si smorza pian piano fino a diventare un accorato canto funebre in memoria del brigante di turno, del codice, della golden age e della sua fine. Praticamente pirate acustic folk doom. Ascoltate e poi ditemi, ma se non vi piace state attenti alla macchia nera. (Maurizio Diaz)

 

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