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Ci infettate anche il tutto: speciale black metal cinese (parte II)

11 febbraio 2020

Il plumbeo Michele Romani ha concluso la prima puntata di questo speciale dedicato alla scena black metal cinese ai tempi del coronavirus lasciando a un altro esimio collega, che poi sarei io, l’onere di approfondire le numerose sfumature di un panorama assai variegato. Per il nostro crudele guardiano dei winterdemons sarebbe stato del resto letale approcciarsi alle derive post che interessano ormai anche gli adepti dell’ex Celeste Impero.

Le note di un disco come Winter Requiem, esordio dei REVERIE NOIRE, sarebbero in effetti in grado di portare il microclima della sua bara di ghiaccio nel Telemark ben al di sotto dello zero assoluto necessario al suo benessere. Se non si hanno gusti troppo grim, il debutto di questa one man band di Pechino ha i suoi pregi. Tra tappeti di synth, voci femminili, reminescenze “cascadiche” e sporadiche sfuriate, queste cinque lunghe tracce offrono una varietà di registri che tiene sempre desta l’attenzione e rifuggono dalle dolciastre svenevolezze che rendono spesso insostenibili tante band analoghe del corrotto Occidente. E, trattandosi di un’autoproduzione, i suoni sono più che adeguati. Da tenere d’occhio.

La mancanza di una scena strutturata come in Europa o Usa, probabilmente accompagnata alla riluttanza a uscire di casa per via dell’inquinamento atmosferico, rende molto frequente il formato do it yourself solipsistico. Un altro esempio sono gli STAR DEVOURER, progetto di tale Leo, un messicano trapiantato a Chongqing (quello degli expat con molto tempo libero che mettono su progetti casalinghi è un fenomeno abbastanza diffuso che meriterebbe una trattazione a parte), dedito a una sorta di ambient-black a tema astronomico. I tempi dilatati e i suoni lo-fi del debutto Contact fanno venire in mente una versione un po’ all’acqua di rose dei vecchi Ildjarn. Nel complesso ci si annoia un po’, e deve annoiarsi parecchio pure Leo, dato che ha da poco dato alle stampe uno split con… Se stesso (ovvero con gli altri due suoi progetti: Winter Dynasty e Starving for Death) contenente versioni strumentali dei brani già presenti sul disco.

Quella di proporre due versioni dello stesso disco, una con la voce e l’altra solo strumentale, sembra essere una tendenza piuttosto estesa in Cina. Magari è un modo per aggirare la censura, non so. Un altro esempio sono i DOPAMINE, trio anch’esso fuori da poco con il primo lp, Dying Away In The Deep Fall. Qua siamo in pieno territorio blackgaze e l’ombra di Neige incombe per tutta la durata del disco, saggiamente tenuta sotto i quaranta minuti con un dono della sintesi ammirevole in un filone spesso funestato da prolissità sbrodolone. Vale un po’ lo stesso discorso dei Reverie Noire: non colpisce solo la fedeltà con cui sono replicati canoni fissati dall’altra parte del globo (i cinesi, si sa, in queste cose non li batte nessuno) ma anche come i Dopamine siano molto meglio della media dei cloni occidentali degli Alcest, abili come sono nell’aggirare le trappole del genere, dalla dispersività all’iperglicemia (al netto del consueto campionario di arpeggini e tastiere soffuse, quando c’è da pestare si pesta). Procurateveli.

Un altro disco niente male è Fight Back for the Fatherland degli HOLYARROW, progetto solista dell’ex batterista dei Black Reaper che ci propone un concept dedicato all’epoca della dominazione mongola e alla sua caduta che, a metà del XIV secolo, lasciò spazio alla gloriosa dinastia Ming. Spiace che l’afflato patriottico dei testi (tutti cantati in lingua Hokkien) non trovi adeguato riscontro musicale: gli elementi folk autoctoni hanno poco spazio e i brani tendono a ripercorrere, pur filtrati da una prospettiva aliena e personale (graziose le tinte classic metal di The Ispah Rebellion), gli stilemi del viking che fu: mid-tempo bellicosi e solenni cori pagani. Nondimeno, stiamo sempre parlando di musicisti giovanissimi con uno o due album all’attivo e un’altra scena non occidentale con standard qualitativi simili, sui due piedi, non mi viene in mente.

Volete qualcosa di più cruento? Continuiamo a esaminare il catalogo della Pest Productions, l’etichetta per la quale esce buona parte della produzione nazionale, e sentiamoci gli IBEX MOON che, a dispetto del nome, non si rifanno agli Incantation ma suonano un black sparato e thrashettone, manco troppo ignorante, con passaggi slayeriani che si alternano a frangenti dove viene maggiormente fuori l’influenza della vecchia scuola norvegese. Nulla di sconvolgente ma Past/Evil rimane un lavoro solido ed efficace, che conferma, ribadisco, un livello medio inaspettatamente alto per un circuito finora periferico ma in grado negli ultimi anni, di regalare inattese sorprese. Del resto i presupposti culturali ci sono tutti: una storia millenaria e un prepotente nazionalismo.

Sul metal estremo con influenze folk ci si potrebbe dilungare parecchio (un capitolo a parte meriterebbe, per esempio, tutto il filone dei gruppi di etnia mongola che riprendono il cantato gutturale e gli strumenti a corda resi celebri dai The Hu, dai veterani Tengger Cavalry, che alternano pezzi violentissimi a singoloni pop con belle ragazze in copertina, ai giovani Ego Fall, di estrazione deathcore). Mi limiterò a parlarvi della band che ritengo più rappresentativa nonché, per quel che vale, la mia preferita. Ecco a voi i BLACK KIRIN, sulla breccia dal 2012 e tra i primi complessi cinesi a ottenere una buona risonanza all’estero. Piuttosto prolifici, in sei anni hanno pubblicato ben quattro ep e tre full, l’ultimo dei quali, Nanking Massacre, dedicato a quello che fu uno dei più agghiaccianti crimini di guerra della storia contemporanea, andrebbe decisamente recuperato, così come il mini (neanche troppo mini: mezz’ora abbondante) uscito lo scorso anno, il cui titolo non vi so dire perché è solo in ideogrammi ma la cui copertina potete vedere qua sopra (su Spotify, ad ogni modo, trovate tutto).

Nel caso di questo act di Changchun la tradizione musicale cinese non è un orpello o un contorno ma costituisce l’ossatura delle linee melodiche, donando pathos e suggestione a brani dove la componente metal, più che sul black, è incardinata su un death/doom cavernoso e dolente al quale si perdona qualche richiamo di troppo ai Behemoth nelle parti più veloci. Le due anime non si alternano ma convivono: archi, flauti e soavi voci femminili non sono solo protagonisti di interludi ma si intrecciano ai growl e alle chitarre distorte con stupefacente fluidità, complice un tappeto ritmico che concilia con naturalezza delicate percussioni e assalti in doppia cassa. Gran gruppo. Ora però vi devo lasciare che ho lasciato la zuppa di pipistrello sul fuoco. (Ciccio Russo)

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