Avere vent’anni: EVOL – Portraits

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Da qualche tempo mi trovavo nel bel mezzo del classico recuperone, e i recuperoni, si sa, sono estremamente pericolosi. Nella fattispecie si trattava del black metal italiano e di tutto ciò che ruotava attorno ad esso: Necromass e Handful of Hate giusto per voler rimanere in Toscana, e, uscendone, Opera IX e via discorrendo. Una volta giunto al cospetto degli Evol, però, non ci avrei più capito un cazzo. Qualcuno me li aveva presentati come i Summoning italiani o qualcosa del genere, e gli Evol, veneti, non mi piacquero per il banale fatto che erano usciti con un paio di album a firma Adipocere che, senza girarci troppo attorno, non facevano per me. Portraits lo comprai e lo assimilai in maniera piuttosto fulminea, era letteralmente un’altra cosa.

Poche band italiane mi hanno fatto rabbia quanto gli Evol per non essere riuscite a sfruttare al meglio il loro potenziale, limando i difetti, aggiustando il tiro, arrivando a percorrere la direzione giusta dopo qualche passaggio d’assestamento. Gli Evol in fissa col medievale di The Saga of the Horned King mi lasciarono ben poco. Gli preferii il secondo Dreamquest poiché conteneva del materiale oggettivamente migliore, ma si trattava pur sempre di roba ripresa da vecchie demo, messa assieme e arricchita come meglio riusciva alla band.

Portraits rappresentò l’esplosione del black metal nelle intenzioni del gruppo, che, per l’occasione, rinnovò la line-up ed entrò in studio con un sacco di composizioni inedite. Ancient AbbeyIl principe di Anghisha furono la dimostrazione fisica dell’enorme potenziale di cui i padovani disponevano: avevano i riff giusti, il dinamismo, la ferocia. Avevano un gusto melodico enorme, quello che ai comuni manca e mancherà sempre. C’erano anche un sacco di difetti, però, tra cui lo screaming monodimensionale di Giordano Bruno, e la controparte offerta dalle linee vocali femminili, spesso fuori tono e di un’espressività latente. Gli Evol avevano dunque cominciato a sistemare le cose: già variando la sezione ritmica, e relegando le parti più atmosferiche – o se preferite folk – a una minore porzione di registrato, il passo in avanti era palpabile.

Soltanto che anche Portraits è invecchiato malissimo, e inoltre già all’epoca pagò in termini di coesione nell’alternare costantemente le sue due anime dominanti. E magari, se gli Evol fossero arrivati alla fine del processo, sarebbe comunque svanita tutta la magia. Migliore album per distacco di una band che arrivò a tanto così dallo svoltare, e di cui, subito dopo, avremmo perduto ogni traccia (una parte di loro proseguì nei già attivi Death Dies). Un po’ mi mancano, ma certe cose erano perfette per gli anni Novanta e oggi perdono quasi ogni significato: a conti fatti, pur tenendo conto di tutti i suoi difetti, mai mi dimenticherò di quest’album. (Marco Belardi)

 

One comment

  • C’erano sicuramente buone idee, ma tutto davvero troppo amatoriale. Rendiamoci conto di quello che era la scena internazionale all’epoca… Gli Evol restavano improponibili a confronto.

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