Il virus che gira, gli SLAUGHTER e la tutela ambientale

Non credo che Fenriz si sia alzato una mattina e abbia scritto Canadian Metal giusto perché gli girava così. C’è questa sindrome, questo virus che gira – come dicono gli anziani per le strade quando incrociano i loro simili – e adesso ce l’ho in circolo io. Sono due settimane che ascolto roba canadese e, in materia di roba canadese, dagli Slaughter non si scappa.

Il gruppo di Strappado, e sostanzialmente di quello soltanto, giusto per restare in tema di disturbi della psiche è l’unica cura possibile contro l’essere umano narcisista dei giorni nostri. Che cerca il biscottino bio fatto con i grani antichi perché si deve instagrammare in forma impeccabile, con tutti quegli hashtag di merda sotto tipo #follow #followme, e subito dopo, scattarsi un’ulteriore quindicina di fotografie sul divano, alla fermata del bus, sul posto di lavoro o in ogni altro luogo egli intenda trascorrere la propria amara esistenza. Laddove il processo evolutivo ha in qualche modo fallito, gli Slaughter non avrebbero neanche provato a intraprenderne il cagionevole percorso: mi immagino questi tre loschi canadesi, con i quali – ci tengo a precisarlo – per un breve periodo suonò perfino Chuck Schuldiner, intenti a percorrere chilometri di bosco alla ricerca di selvaggina da abbattere con metodi primordiali, per poi rincasare e registrare qualche demo tape. Idealizzandoli in tale maniera, non mi suona misterioso il fatto che non abbiano voluto proseguire, al contrario di Celtic Frost o Sarcofago, semplicemente perché in un mondo musicale ancora in procinto di plasmarsi a loro non andava più di stare al tavolo dei giochi. Ci provò soltanto Dave Hewson, il loro uomo di punta: formò gli Strappado e si inceppò al primo album, molto orientato al thrash dei primissimi Novanta, e così poco incisivo rispetto all’omonimo Strappado uscito solo qualche anno prima. Ci riprovò con gli Inner Thought, si ruppe i coglioni: giù il sipario.

Il vecchio inceneritore di San Donnino, luogo di rosticcerie cinesi e arcinoti strip club

Strappado non era solo bellissimo, ma anche molto difficile da giudicare. Esistono decine di album estremi formalmente superiori, ma la meraviglia sia musicale sia concettuale del primo ed ultimo LP degli Slaughter lo rese particolarmente arduo da pareggiare: un’autentica bomba quando ci andava pesante, come in Disintegrator, e forse anche meglio ogni volta che decideva di tirare il freno, consuetudine che caratterizzò soprattutto la sua seconda metà. Era una di quelle rare cose che riescono bene a prescindere dalla bellezza delle singole canzoni, proprio come accadde in Seven Churches. Ma come li ho conosciuti, gli Slaughter? Teenager, Coca Cola in mano al posto del cazzo: una sera accendo la TV e sento i Napalm Death suonare in una maniera pressoché inedita. Mi era già capitato con Diatribes ed ignoravo del tutto l’uscita di Leaders Not Followers: lì dentro avrei potuto fare conoscenza di questa cover, che andava a toccare un misconosciuto gruppo nordamericano. Erano gli Slaughter, ed il pezzo ripreso da Mark Greenway e Jesse Pintado si chiamava Incinerator. Non si scappa dagli Slaughter, nemmeno oggi e specialmente se sei fiorentino.

Ultimamente è tutto un parlare di ampliamento dell’aeroporto di Peretola, e costruzione di un eventuale inceneritore nelle zone limitrofe: ambientalisti contro promotori delle Grandi Opere, difensori dell’habitat ove vivono i tritoni e migrano le maestose spatole contro proclamatori di posti di lavoro e supporter delle energie rinnovabili. La royal rumble delle ideologie e delle opportunità: a prescindere da chi abbia ragione, ogni dannata volta che incrocio la scritta NO INCENERITORE sul muro di un fetido sottopassaggio o sugli striscioni appesi in faccia a qualche arteria stradale che taglia l’Osmannoro, è più forte di me. Io me la canticchio, la Sindrome Canadese riparte da capo e mi fa sempre più male.

Esemplare di spatola (platalea leucodoria) da me fotografato nel 2016, mentre, segretamente, già lavoravo su questo ignobile articolo

MAKE WAY FOR THE INCINERATOR…

In suits they were dressed, when the button was pressed

They fed upon semen, the government’s a demon

La cacofonia dei Possessed, il cantato a velocità pazzesche degli Slayer, il metal primordiale degli Hellhammer, crust punk, un’energia che stendeva perfino i Death Strike di Paul Speckmann: se volete una di queste cose, o meglio ancora le desiderate tutte, come droghe che chiamano, anzi, urlano forte dal di dentro sotto forma di una tremenda e martellante astinenza, smettetela di smanettare col cellulare e torturatevi i timpani con il disco giusto. Rispetto e rispetterò sempre la loro scelta di non andare avanti, ma gli Slaughter mi mancano, così come mi manca la semplicità disarmante ed efficace di questa tipologia di metal. La loro, oggi irripetibile; mentre qualche gruppo storico realizza il documentario a puntate sul making of dell’album nuovo, tuttavia molto simile ai dieci che lo precedono, mentre i Machine Head studiano l’arte della comunicazione parlandoci delle loro vicende familiari sul Tubo, e mentre l’apparire doppia l’essere come se quest’ultimo fosse la peggiore automobile iscritta alla Formula Uno, per giunta guidata da un pilota che si sta vomitando ciccioli e cuba libre nel casco. In un mondo ideale gli Slaughter sarebbero lì a metterli in riga come una safety car; in quello reale, i Napalm Death per fortuna se ne sono accorti, o forse ricordati, e hanno registrato quella cover. Perché la Sindrome Canadese arriva proprio dappertutto.

Note a margine: parte del materiale inciso con Chuck Schuldiner sarebbe uscito in pieni anni Duemila nella raccolta Fuck of Death. Un titolo meraviglioso, e che chissà per quale motivo mi ricorda quella anziana che mi ha fermato per strada chiedendomi se fossi un dog sitter, e pronunciando – testuali parole – COCK SICK. Gli Slaughter – infine – avrebbero contribuito per un’ultima volta con un brano in studio, nel tributo ai Celtic Frost uscito nel 1996. In quell’occasione si occuparono della celebre Dethroned Emperor: ancora una volta un suono pazzesco, sì minimale, ma aggiornato con un criterio degno di pochi eletti. (Marco Belardi)

4 commenti

  • Avatar di Fanta

    C’hai spesso a che fare con le veccbie, Belà. Gerontofilo tu o in Toscana le anziane bramano in massa la tua giovinezza?
    P. S. Che fine ha fatto la signora Morbus Crohn?

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    • Marco Belardi
      Avatar di Marco Belardi

      Dove abito io ci sono quindici appartamenti, di famiglie sotto i cinquanta ne conto forse tre! Dove lavoro la media addirittura scende, e poi hanno queste uscite qua… Questa qua del cock sick comunque non l’avevo mai vista, Crohn invece l’ho incrociata a fine scorsa settimana senza che causasse danni

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      • Avatar di Fanta

        Bello il vecchio thrash metal underground. Settimana scorsa ho speso una fortuna su discogs. Ho preso Pariah – Blaze of Obscurity e Mystik – The Plot Sickens. Aspetto uno speciale underrated/overlooked thrash metal gems.

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  • Avatar di Orgio

    Grazie Belardi e Fanta che mi avete fatto ricordare di uscire a fare incetta di Razor e di ritirare fuori gli Exciter che da troppo tempo restano sullo scaffale.

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