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Avere vent’anni: MASTER – Faith is in Season

18 aprile 2018

Parlare dei Master rischia di essere una questione presa più dal punto di vista storico, che da altri tipi d’approccio. Molti non lo vogliono ammettere, ma tolto il cupo debut e On The 7th Day God Created… Master – che vantava, oltre a Paul Masvidal alla chitarra, uno dei suoni di cassa peggiori di sempre – non c’è mai stato niente di particolarmente entusiasmante nella loro prolungata discografia. Semplicemente Paul Speckmann fu uno dei primi a cimentarsi in un genere nascituro come il death metal, e riuscì ad esser della Nuclear Blast prima ancora che quest’ultima si dedicasse a gruppi come i Macabre, il tutto senza mai fare concretamente il botto. Tanto che poi finì nei Krabathor – alle prese nel 1998 con Orthodox, il loro ultimo disco senza il barbuto musicista nei ranghi – e per trasformare l’ultima, duratura line-up dei Master in un clan dell’est europeo che importa distillati via camion.

Qua ci trovavamo al quarto disco, con Paul Speckmann che azzeccò finalmente una produzione decente in concomitanza con l’ultimo contratto importante del suo periodo “luminoso”: quello con la Pavement di Malevolent Creation e Crowbar. Del precedente album, il Collection of Souls che rispetto al predecessore suonava come una demo, sopravvisse solo il chitarrista Brian Brady e i risultati avrebbero potuto essere migliori, non fosse per il fatto che il miglior brano – Re-Terrorizer – consisteva in una sorta di rielaborazione con linee vocali di una breve traccia dell’omonimo debutto. 

Peccato, perché l’onnipresente basso in linea con certi dettami dell’hardcore punk, a cui si univa un elevato numero di brani dalla contenuta durata, potevano fare pensare ad un imminente exploit, o comunque ad una presa di direzione che avrebbe messo abilmente nel cassetto le ultime, poco celebrate azioni in studio. C’era anche un potenziale singolo, la quasi titletrack Faith is Still in Season dal sapore groove-thrash (una sorta di Overkill contemporanei imbastarditi all’ennesima potenza), ma il destino di Speckmann era quello di rimanere un personaggio eternamente ai margini e lo si sarebbe capito col successivo, rumoroso ma inconsistente Let’s Start a War, la prima di una serie interminabile di copertine indecenti, dominata da quella – sottolineo pazzesca – di The Spirit of the West, il disco del ritorno al death metal ed alla cassa con i suoni brutti.

Personaggio indimenticato il Paul Speckmann di Chicago – ora stabilmente in Repubblica Ceca – ma che a mio avviso ha saputo ritagliarsi uno spazio nel solo underground estremo anche per la propria incapacità di scrivere brani, e in linea di massima dischi, di levatura realmente alta. Ciononostante, il loro primissimo album del 1990 – omonimo e con una cover minimale che mostrava il solo logo rosso e bianco – faceva pensare ad un andamento futuro delle cose decisamente migliore. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Mirko permalink
    19 aprile 2018 09:43

    Concordo pienamente, dannati trigger… il primo LP è un piccolo classico e Speckmann è un simpaticone, dai. Ad un concerto mi disse che ce l’ha con Scott Burns per via del suono di cassa di “On the seventh…”, sosteneva che ha usato quel disco per sperimentare coi suoni di cassa. Mi ha regalato un sacco di adesivi col logo dei Master, donne nude e caproni/demoni vari.
    Da segnalare anche “Fuckin’ Death” dei Deathstrike, bellissimo!

    Piace a 1 persona

    • Marco Belardi permalink
      19 aprile 2018 10:45

      esatto anche per me è un personaggio a cui non si può volere male, solo che a differenza di altre band che avresti voluto vedere esplodere, credo che loro si siano ritagliati proprio lo spazio che meritavano. e penso che a lui tutto sommato vada bene così… essere incazzati con Burns in quel caso è lecito :D

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