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Me ne vado da Roma ascoltando i GOD IS AN ASTRONAUT

14 gennaio 2019

Una recente esperienza personale ha rafforzato la mia coscienza sulla precarietà della salute – o perlomeno della prestanza – fisica e psichica dell’animale uomo, e ho preso in considerazione l’idea di cosa fare del mio cadavere, dato che i cappotti di legno non mi aggradano. Preso atto che non dispongo di una forza di volontà sufficiente per intraprendere la strada dell’auto-mummificazione, al momento le alternative che sto ponderando si dividono tra la cremazione (con conservazione delle ceneri in un’urna a forma del calco del mio cazzo, esteso fino alle palle e al buco del culo) e la pietrificazione, sì da contrapporre a una vita vissuta in maniera liquida una morte vissuta in maniera solida. Fatto sta che io non ascolto più Max Gazzè.

Questo perché ci sono dischi che si appiccicano a dei periodi della tua vita, pure brevi, pure banali; il solo pensare al suono, quei dischi agganciati ai neuroni di recupero. Io se penso agli Offspring mi ritrovo seduto al tavolo in cucina a montare chissà quale accessorio costosissimo alla mini 4WD, gli stabilizzatori esagonali, mamma, da grande farò il meccanico. Se penso a quando mi lasciai con Gabriella penso al secondo disco del Teatro degli Orrori, che fa schifo, ma è quello che ascoltai quando da casa sua tornai a casa mia, per l’ultima volta.

Ultimamente mi sono trasferito in Umbria per lavoro, addio a Roma dopo undici anni, Roma, la città che più in assoluto si sforza di farsi odiare ma che non ce la fa perché lo sa, c’è chi se ne va ma tanto poi ritorna. Sono partito alle sette di mattina e mi sono svegliato alle cinque per caricare la macchina, perché se l’avessi caricata il giorno prima, se avessi lasciato la macchina piena di roba per strada, i negri non mi c’avrebbero lasciato neanche i tappetini. Il Negro aveva promesso che mi avrebbe aiutato, ma poi ha fatto capolino dalla sua stanza, assonnato, lo sguardo colpevole, dicendomi che stava scopando con una troia, e io l’ho guardato con tenera uggia, scopati pure la tua ennesima mia ultima troia. Volevo entrare e salutarla. Ciao ennesima troia, tu non lo sai ma per me sei importantissima, non ti dimenticherò mai, mia ultima grandissima puttana.

Per tre ore di viaggio, un’ora solo per cinque chilometri di Grande Raccordo Anulare, ho ascoltato a ruota il primo disco degli Offlaga Disco Pax, così, scelto per caso. Per caso, in un baretto in Umbria, mentre prendevo un caffè, Assisi sullo sfondo, i turisti giapponesi che al solo guardarla da lontano gli venivano due ictus perché assolutamente incapaci di processare il passato europeo se non esorcizzandolo scrivendo Berserk, col barista che parlava malissimo di quella maiala, proprio quella vergine maiala, io trovo le Brooklyn al cinnamon. Le Brooklyn al cinnamon. Le compro. Le compro tutte. Gli dico le compro tutte.

I God Is An Astronaut mi forzano implicitamente a cercare qualche paradigma di attenuazione della memoria. Perché il disco, il suono, si può appiccicare pure a momenti brutti, pure brevi, ma comunque brutti. Ero salito sul bus per tornare a casa dall’Università. La triennale. Ero in attesa che il bus partisse, ancora fermo al capolinea. Ero seduto con la testa appoggiata al vetro e miliardi di batteri migravano verso il mio cuoio capelluto dato che, probabilmente, prima di me, qualche barbone aveva appoggiato il suo cranio negroide e a volta alta sul solido amorfo, con duecentottanta fogli di espulsione infilati nelle mutande a fargli da pannolone. Ero in ascolto, in cuffia, di musica, i God Is An Astronaut.

Ero abbastanza sovrappensiero. Guardavo fuori e non guardavo fuori, non guardavo niente in particolare, ma poi mi resi conto che il mio sguardo era fisso sul gigantesco culo grasso compresso nei pantaloni attillati di una ragazza obesa che, sul marciapiede, mi dava le spalle. Mi rendo conto della cosa perché a un certo punto accade l’inaspettato che perturba il sistema. La gigantesca donna obesa comprime i muscoli del culo, il mastodontico culo tende ad accartocciarsi, e lo strato sottocutaneo adiposo mostra la linea tipica dei glutei, enorme, un cratere. Tiene il culo in contrazione per qualche secondo, poi lo rilascia facendolo entrare in oscillazione lentamente smorzata.

È stato disturbante, l’esperienza peggiore della mia vita, sono stato scaraventato nella realtà in modo traumatico. Quella donna mi ha distrutto la vita, e non lo saprà mai. Avrà scorreggiato? Incontinenza fecale? Feci acquose? Prurito anale da candidosi? Prurito anale da ristagno locale di sudore? Perdite di pus da fistole anali per lesioni di grattamento? Procedo a spirale, e me la immagino mentre fa la merda nauseabonda, mentre si pulisce il culo, mentre si masturba nel letto e nel momento dell’orgasmo comprime il suo gigantesco culo sudato e inarca la schiena.

I God Is An Astronaut mi fanno ribrezzo. (Masticatore)

8 commenti leave one →
  1. Piero Tola permalink
    14 gennaio 2019 10:37

    le Cinnamon, il gusto del vero Black Panther

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  2. Cure_Eclipse permalink
    14 gennaio 2019 10:48

    Proust te fa ‘na pippa!

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  3. Gabriele Brawler permalink
    14 gennaio 2019 11:42

    Poesia, pura e semplice poesia.

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  4. Capitan Impallo permalink
    14 gennaio 2019 12:30

    Benvenuto in Umbria, patria della bestemmia e del maiale salato. Dove sei andato a stare?

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  5. weareblind permalink
    14 gennaio 2019 15:41

    Comunque la canzone giusta è “Me prude er culo”.

    Piace a 1 persona

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