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La finestra sul porcile: SUSPIRIA

11 gennaio 2019

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Partirò da un presupposto: di Luca Guadagnino non ho visto quasi niente, ma ho sentito un gran parlar bene di Chiamami col tuo nome, e il mio unico approccio col suo cinema rimaneva ad ieri quella mezz’ora abbondante dedicata a Melissa P. – Non ce la feci ad andare oltre, perché sembrava di assistere a quel gioco delle giostre in cui c’erano tanti buchi da cui sbucavano altrettanti simil-falli, da interpretare come minacciose talpe che fuoriuscivano dal suolo, e respingerne l’invasione con l’ausilio di un efficace martello gommato. La protagonista veniva a trovarsi in una situazione molto simile, e non respingeva proprio un bel niente. O meglio, non ci provava proprio.

Motivo per cui immaginare un nuovo Suspiria, che per inciso è uno degli horror che prediligo in assoluto nonché la mia pellicola preferita a nome Dario Argento, sovrastato dalla dicitura “dal regista di Melissa P.”, inizialmente me l’aveva fatta prendere nella maniera più sbagliata possibile. C’erano stati altri elementi in sfavore del remake, reboot, o chiamatelo come vi suona meglio (un’idea in merito ce l’ho e tenterò di spiegarvela più avanti): innanzitutto l’affidare una questione portante come la colonna sonora a Thom Yorke, dato che ho iniziato a sentir provenire puzza di merda dai Radiohead quando tirarono fuori Ok Computer, dopodichè non li ho praticamente più sopportati ad eccezione di qualche brano sparso in giro per gli album. L’idea di un Suspiria con in sottofondo Yorke che spara falsetti abbinati a una media di una nota di pianoforte o chitarra acustica al minuto, sinceramente, non mi galvanizzava specie ripensando a cosa diavolo avevano tirato fuori i Goblin all’epoca: altro errore mio, il pensare a Suspiria del 2018 a mente non sgombra.

Questo è un film da ammirare e valutare a parte, ma in esso c’è sicuramente molto più del Suspiria originale di quanto possiate pensare. Il problema del lavoro svolto da Guadagnino, è che ha allungato col brodo una sceneggiatura sostanzialmente già complicata dall’esistenza di svariate sottotrame, e da un’impostazione che mi ha ricordato non poco gli usi e metodi tipici di Quentin Tarantino. L’ha suddiviso in atti, o capitoli aventi un titolo a testa, più prologo ed epilogo. Ha riciclato la Jessica Harper dei tempi che furono in una parte minore che non è comunque considerabile un cameo, un po’ come il Franco Nero di Django Unchained. E poi ha preso la storia originale come base per andare a parare da tutt’altra parte, un po’ come la blaxploitation di Jackie Brown o il film giallo nascosto in una veste apparentemente western nel sottovalutatissimo The Hateful Eight. Ed è qui che ha sbagliato: nel caratterizzare la Berlino che sostituisce di fatto Friburgo, il nuovo Suspiria si ritrova a fare continuamente i conti con le rivolte sociali dell’epoca, con la Rote Armee Fraktion e le storie di terrorismo e tumulti popolari narrati ora via radio, ora via televisione, poi con la semplice voce dei protagonisti. Tutto questo è completamente ininfluente ai fini dello svolgimento della storia, così come quasi tutta la questione riguardante il passato del dottor Klemperer, a cui viene pure data una spiegazione finale che ha semplicemente dell’imbarazzante.

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Svezia, 2014: Alissa White-Gluz si distingue agli affollati provini per il ruolo di cantante degli Arch Enemy.

Il ritmo è rimasto sostanzialmente lento, il che ci sta, anche se il continuo far uso di scene oniriche e visioni notturne comprensive di una CGI da anni Ottanta, e dell’apparizione della maschera piena di vermi di Enemies Of Reality dei Nevermore, ad un certo punto mi aveva davvero fatto temere il peggio. Molto di più della signora seduta alla mia destra, che dopo trenta minuti di trailer e pubblicità aveva esclamato a voce alta “questo film ce lo fanno SUSPIRIARE”. Giuro che quella parola mi è rimbombata nella testa per tutta la sua visione, e ancora oggi fatico a tenermi a debita distanza.

Altro elemento che non tiene botta col lavoro di Argento, dopodiché la smetto di fare paragoni, è la fotografia: Luciano Tovoli aveva realizzato un mezzo capolavoro, e la scelta di utilizzare tutti quei filtri, grandangoli e distorsioni diedero al film del 1977 una firma indelebile. Quella odierna rivela un’impostazione registica tecnicamente impeccabile, ma rimpiango l’assenza di tutto il minimalismo e l’originalità che erano presenti nel vecchio capitolo: ripeto, il Suspiria di Guadagnino è un film a sé stante, e dopo avere fatto finta di smontarlo un po’ è giusto iniziare a parlare dei suoi pregi, perché di fatto si tratta di un ottimo thriller a forti tinte horror.

Innanzitutto c’è un cast pazzesco, che va dalla affezionatissima Tilda Swinton – praticamente onnipresente nella filmografia dell’autore palermitano – fino a una irriconoscibile Chloe Grace Moretz, passando per l’ottima protagonista Dakota Johnson, non colpevole di un doppiaggio italiano che sulla scia di Cinquanta sfumature di grigio, rasenta anche stavolta passaggi ai limiti della pornografia, il che è sicuramente approvato da Metal Skunk. All’aspetto della danza è concesso una marea di spazio, è un filone che al cinema sta andando di nuovo fortissimo da una decina d’anni a questa parte – spinto probabilmente da tutti quei talent show del cazzo che si sono presi a poco a poco MTV, ed a seguire tutto il resto – e se Suspiria non farà innamorare i cinquantenni come Flashdance con Jennifer Beals, a un certo punto vi domanderete piuttosto se non siate finiti a guardare un qualcosa che avrebbe potuto intitolarsi Step Up From Hell.

No, è sempre Suspiria. Un po’ troppo lungo, un filino pretenzioso e volto al cinema d’autore, ma sempre lui al punto di replicarne la celebre scena della conta dei passi, oltre al celebre incontro finale con l’abominio Helena Markos (stavolta munita di occhiale war metal come un Blasphemer qualunque, e per fortuna non doppiata da una borgatara che vende panini alla salsiccia come quella che giocava sull’invisibilità nel film originale). Per dirla tutta, l’ultima mezz’ora vale da sola il biglietto nonostante qualche ripresa velocizzata per rendere più dinamiche e meno goffe alcune sequenze che, aggiungo finalmente, riprendono il tono rosso che aveva dominato per certi tratti il film di Dario Argento.

Personalmente, rivivere nuovamente gli angusti corridoi dell’Accademia e sentir solo nominare miss Tanner all’inizio mi ha dato i brividi. E questo film, su cui non avrei scommesso neanche una birra, credo lo rivedrò piacevolmente pur sapendo di dover rifare i conti con tutti i suoi innumerevoli, ma perdonabili difetti. E se posso dirla tutta, la sensazione iniziale alla sola visione del trailer ufficiale mi fece pensare che avrei vissuto un nuovo Le streghe di Salem, ovvero una grande fotografia e regia assistiti da una storia pressoché inesistente, e che avrebbe potuto tranquillamente caratterizzare un cortometraggio che narra di alcune signore le quali, stufe di prendere il darjeeling senza zucchero ma con abbondante latte alle cinque del pomeriggio, incidono un EP brutto per causare un enorme suicidio di massa.

Qua perlomeno ho tutto ciò che pretenderei da un remake: il prendere spunto senza camminare mattonella dopo mattonella, sulle medesime orme del precedente regista e senza poterne replicare l’essenza cupa e misteriosa che permeava l’horror degli anni Settanta, tutto quanto. Guadagnino evita questa trappola, aggiunge o reinventa personaggi come il Frank Mandel che fu di Udo Kier, e inverte con un certo coraggio alcuni ruoli; dosando nella migliore maniera possibile l’orrore, e non dimenticando il capolavoro di Dario Argento prova semplicemente a comporne uno nuovo: missione naturalmente fallita, ma il Suspiria del 2018 vale comunque il prezzo del biglietto. (Marco Belardi)

12 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    11 gennaio 2019 09:50

    Questo non sono andato ancora a vederlo, forse se riesco vado nel weekend, ma ho visto “Call me by your name” spinto dal gran parlare che bene che se ne faceva. Boh, per carità per carità, tutto bello, dalla regia alla fotografia tutto impeccabile, ma dietro di esso il vuoto. Capisco che voleva raccontare la scoperta dell’omosessualità di questo ragazzetto, ma ho avuto la sensazione che dietro le immagini non ci fosse niente. Forse per questo non sono andato ancora a vedere questo nuovo “Suspiria” al cinema. E cmq, e poi chiudo, se fai un film chiamato “Suspiria” i paragoni con l’originale purtroppo non si possono evitare, altrimenti poteva chiamarlo con nome diverso e fare il figo nelle interviste millantando una ispirazione da suspiria…

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  2. 11 gennaio 2019 10:31

    Interessante, ma anche di questo non si sentiva alcun bisogno, come del resto accade per la maggioranza dei remake.
    Suspiria (1977) è per sempre.

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  3. 12 gennaio 2019 01:15

    ‘Chiamami col tuo nome’ è un film supponente, superficiale, fighetto e sostanzialmente inutile, quando non irritante….temo che Guadagnino sia incredibilmente sopravvalutato in nome di una autorialità più presunta che dimostrata…proverò a guardare questo imprudente remake, ma senza troppe speranze..

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  4. 12 gennaio 2019 01:17

    cmq, per restare in tema,trovo Argento un regista mediocre e ingiustificatamente incensato…nessun autore di talento avrebbe mai potuto partorire atroci schifezze come ‘La terza Madre’ e ‘Dracula 3D’….alla fin fine Suspiria è uno dei suoi pochi film che riesco a sopportare…quindi l’unico che a mio avviso non necessitava di remake…

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    • ignis permalink
      12 gennaio 2019 08:07

      Ma, alla fine, necessitano di remake i buoni o i cattivi film?

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    • Marco Belardi permalink
      12 gennaio 2019 08:17

      Penso che Argento non si sia mai saputo adattare ai tempi che cambiavano e ha perso smalto molto presto, per me già ai tempi di Inferno e Tenebre era in calo. Gli ultimi accettabili che ha fatto sono Trauma e Non ho sonno penso, che già avevano alcune situazioni ai limiti del Ci è o ci fa… Ma ha scritto Profondo rosso e Suspiria, non gli vorrò mai male, perché se hai scritto quelle due robe lì, anche se sei finito in malora tutti gli altri ti allacciano le scarpe

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    • weareblind permalink
      13 gennaio 2019 01:15

      “Giallo”… Madonna che merda di film.

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    • blackwolf permalink
      13 gennaio 2019 16:03

      Vabbeh, ma se giudichiamo Argento solo in virtù di Dracula 3D e la Terza Madre chiaro che sembra uno dei più grandi scarsi della storia. Ha avuto una parabola discendente notevole e pensare cos’ ha fatto all’inizio con gli ultimi anni, effettivamente lascia perplessi. Però, visto che ha fatto molti altri film sarebbe da giudicare per la sua totalità. L’uccello dalle piume di cristallo è una bomba. 4 mosche di velluto grigio idem. Il gatto a nove code è bello. Tenebre ha comunque una gran trama, perché se avete capito l’ assassino complimenti e il trucco dei due serial killer è semplicemente una finezza. Non lo descrivo meglio causa spoiler ma chi l’ha visto capirà. Profondo Rosso è detto molto tecnicamente una figata, anche se a livello investigativo è tra i più facili da ricostruire. Inferno è comunque godibile e la scena del tipo che anziché aiutarlo lo accoltella è uno dei più grossi tributi all’insensatezza del male. Cattiveria pura. Suspiria ha un’ atmosfera della madonna. Poi ad un certo punto non ho visto molto delle sue ultime cose, a parte i due capolavori dell’ orribile citati all’inizio. Ma ha avuto dei picchi altissimi. E quando voleva era un giallista di prim’ordine. Pochi cazzi.
      Sul remake di Suspiria non ho molto da dire, perché non l’ho ancora visto. Magari potevano evitarsi un trailer che ti racconta tutta la trama in un minuto, che ti manca solo di sapere se la protagonista sopravvive o no e poi ti hanno già svelato tutto..

      Piace a 1 persona

  5. 13 gennaio 2019 17:52

    Comunque io Dakota Johnson me la tromberei pure in mezzo ai cocci di bottiglia

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