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ZEAL & ARDOR / NYOS / WITCHES OF DOOM @ Traffic, Roma – 10.11.2018

15 novembre 2018

Come aveva supposto il buon Belardi qualche tempo fa, Manuel Gagneux dev’essere proprio un soggettone. Si aggira nel backstage con fare un po’ spiritato, firma autografi vagamente imbarazzato e sghignazza sotto la folta chioma alla Telespalla Bob. Nato per uno strano gioco su 4chan, il suo progetto Zeal & Ardor ha riscosso negli ultimi anni un successo sorprendente e planetario: merito di una proposta senza dubbio originale e difficilmente catalogabile in strutture di genere, ma anche dell’intuizione di quel Mecenate contemporaneo che risponde al nome di Walter Hoeijmakers. Fu proprio lui, il deus ex machina del Roadburn, a chiedere nel 2016 a Gagneux di esibirsi sul palco del festival olandese, “obbligandolo” a mettere in piedi una band che lo supportasse per l’occasione nel difficile tentativo di riprodurre in sede live le complicate trame di Devil Is Fine, stupefacente debutto composto e registrato per intero dal nostro amico riccioluto. Tentativo andato decisamente a buon fine, se si considera che da allora gli Zeal & Ardor hanno girato il mondo macinando date e consensi, complice anche l’uscita dopo poco più di un anno di un secondo album, Stranger Fruit, meno impulsivo del suo predecessore ma non per questo meno travolgente. È nel tour di supporto a quest’ultimo lavoro che il combo svizzero, ormai assestatosi in una formazione a sei membri, arriva al Traffic.

Ero abbastanza curioso di vedere come il pubblico romano avrebbe reagito a un’offerta così particolare ed entrando nel locale, più che dal numero di persone presenti (il locale è abbastanza pieno), rimango colpito dalla loro tipologia. Accanto ai blackster duri e puri presenti pure all’epico concerto dei Taake di tre giorni prima, c’è un numero considerevole di nuove leve che occupano i posti più vicini alle transenne già durante le esibizioni dei gruppi di apertura. Il dato, di per sé indubbiamente confortante, diventa ancor più sorprendente se considerato alla luce del cospicuo numero di esponenti del gentil sesso presenti, situazione che ormai si verifica con una certa frequenza all’interno di una scena che per anni e anni è stata fedele al motto NO FUN, NO CORE, NO MOSH, NO FREGNA.

Mentre m’interrogo sulle ragioni di questo parziale mutamento di pelle nell’utenza di un ambito apparentemente monolitico come quello black metal, sale sul palco la prima band in scaletta, i Witches of Doom. Ammetto non senza qualche imbarazzo che, nonostante provengano dalla stessa città in cui vivo e siano in giro dal 2013, non li avevo mai sentiti prima. E ammetto pure di essermi perso qualcosa dato che, a differenza di quanto il monicker possa far presagire, suonano un gothic rock dalle tinte stoner di pregevole fattura. Se il cantato ricorda quello di un Neil Fallon più grezzo e cupo, le tastiere spingono la loro proposta verso lidi crepuscolari alla Moonspell. Azzardano financo una cover di quel gruppo irlandese ormai defunto che un tempo si faceva chiamare U2: la loro New Year’s Day viene reinterpretata come se alla voce ci fosse Peter Steele e il risultato non lascia indifferenti. Il 29 dicembre i Witches of Doom risuoneranno a Roma, questa volta al Wishlist, e nel frattempo vedrò di approfondire la loro discografia e arrivare preparato all’appuntamento.

Del gruppo successivo, i finlandesi Nyos, nessuno sa nulla. Alterno la ricerca di notizie sul web all’osservazione del montaggio del set, con svariati amplificatori che vengono accatastati al centro del palco e la batteria sistemata davanti ad essi e di lato rispetto al pubblico. Quando appaiono dietro la strumentazione due giovincelli abbastanza improbabili, uno minuto e biondino e l’altro grassottello e con ai piedi delle specie di babbucce rossastre, le mie aspettative calano vertiginosamente. E invece i Nyos si rivelano una delle sorprese migliori degli ultimi mesi.

Red (Babbucce) Before Black

Fanno una sorta di post-metal alla Pelican, tiratissimo ma reso estremamente arioso dall’abile gioco di pedali che permette al chitarrista, il più corpulento dei due, di moltiplicarsi e giocare in contemporanea su più linee strumentali. Nulla però in confronto a ciò che combina il minuto biondino, un Gene Hoglan in miniatura, semplicemente impressionate per intensità e precisione. Io non so cosa viene dato da mangiare ai bambini finnici, ma dev’essere di sicuro roba buona se questi sono i risultati. La mezzoretta concessa ai Nyos scorre via fin troppo veloce. Al termine mi precipito verso il loro banchetto per recuperare tutti i dischi disponibili e consiglio a voi di fare lo stesso tramite la fornitissima pagina Bandcamp: non ve ne pentirete. Il titolo di “gruppo di supporto dell’anno” nelle nostre attesissime playlist 2018 è già ipotecato.

Una volta finito di immolare parte dello stipendio pro patria Finlandia (cit.), mi accorgo che accanto alla postazione dei Nyos svetta in tutta la sua possanza l’angolo riservato al merch degli Zeal & Ardor: tra teschi di caproni, candele accese e toppe di cuoio incise a mano, l’impressione che ho è quella di trovarmi davanti a un’entità che ormai è uscita dai confini del più lercio underground per entrare in una dimensione estremamente curata e professionale, impressione confermata dal sofisticatissimo impianto luci che ne supporterà l’intera esibizione.


Dalle casse dell’impianto fuoriescono le note malefiche di Sacrilegium I e veniamo immediatamente catapultati in una piantagione di cotone nell’Alabama d’inizio Ottocento. Il fumo di scena accompagna l’ingresso in scena dei sei incappucciati, con Gagneux al centro e due coristi a suoi lati. Il tremolo picking di In Ashes apre le danze e palesa subito quelle che saranno le coordinate dello show: il raffinato crossover che rende i lavori in studio così particolari finisce parzialmente sacrificato dal vivo in un approccio più rude e diretto, che acquista impatto ma perde ricercatezza. Alla lunga i brani tendono perciò ad assomigliarsi un po’ tutti, relegando a un ruolo secondario la vasta gamma di influenze apprezzate in cuffia. La bilancia complessiva pende sul lato black metal molto più di quanto fosse lecito aspettarsi e di elettronica non c’è traccia se non in qualche base saltuaria tra una canzone e un’altra.

In compenso bisogna dare atto agli Zeal & Ardor di essere riusciti a ricreare dal vivo l’aura di magia malata che si respira su disco, quel clima oscuro e sacro (o per meglio dire, sacrilego) ragione principale del loro fascino. La setlist include gran parte dei brani presenti sui due album e si chiude con Baphomet, il singolo pubblicato all’inizio di quest’anno su Adult Swim, movimento conclusivo di un rituale cupissimo e terribilmente ammaliante in tutte le sue molteplici sfaccettature. I coristi non hanno un physique du rôle tale da mantenere intatta la sospensione dell’incredulità, a differenza dei loro omologhi nei Batushka, ma sono fondamentali per restituire pressoché intatta la bellezza dei passaggi spiritual e lasciare Gagneux a occuparsi in quasi totale solitudine delle parti in screaming.

“Ciao, Bart.”

È lui l’anima nera del gruppo, il Caronte di questo viaggio nelle profondità dell’abisso, e fa una certa impressione ritrovarlo dopo il concerto tranquillo, sorridente e un po’ impacciato mentre saluta a uno a uno i fan che gli riversano addosso pacche di stima e complimenti. Gli ricordo il concerto del Roadburn e lui per un attimo abbandona lo sguardo sornione e ricaccia l’occhio maligno che aveva sul palco fino a pochi minuti prima. “Oh, what a great show was that!”, mi ghigna compiaciuto. Finché ci sarà gente come lui a rinfocolarla, la Nera Fiamma non smetterà di ardere.

One Comment leave one →
  1. vito permalink
    15 novembre 2018 11:35

    le donne ai concerti devono entrare gratis ! dopo un po’ che soggiorno in posti pieni di maschi mi viene la dermatite.

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