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BATUSHKA / DARKEND @ Traffic, Roma – 18.9.2018

24 settembre 2018

Perché nessuno ci aveva pensato prima?, rimugino guidando verso il Traffic sotto un cielo plumbeo. Perché finora a nessuno era venuto in mente di unire gli stilemi del black metal con quelli della liturgia ortodossa? Mi porto dietro questa domanda da tre giorni, cioè da quando ho visto i Batushka nella splendida cornice del Gagarin 205 di Atene. Ero giunto alle pendici del Partenone al termine di un vasto giro dei principali monasteri della Grecia e, per un caso fortunato, il mio arrivo coincideva con la seconda delle due date in terra ellenica che i Batushka hanno incluso nell’End of Litourgiya Pilgrimage tour. Potevo forse lasciarmi sfuggire l’occasione? Certo che potevo, dato che la settimana successiva i Batushka avrebbero suonato a due passi da casa. Ma la curiosità di vederli all’opera in un contesto ambientale più consono allo spettacolo (circa il 97% della popolazione greca è di religione ortodossa) e la prospettiva di coronare nel migliore dei modi il mio viaggio spiritual-turistico erano troppo forti.
Il risultato è stato interrogarmi a lungo nei giorni successivi sul motivo per cui l’iconografia bizantina abbia incontrato il black metal solo ora, dato che quella vista sul palco del live club ateniese mi è parsa una fusione tanto azzeccata quanto, nonostante l’apparente lontananza tra i due universi, incredibilmente naturale.

Non è certo per trovare una risposta a questo dubbio amletico che replico l’esperienza a distanza di neanche 72 ore. L’overdose di meraviglia vissuta ad Atene è stata così intensa che il pensiero di non bissare avendone la possibilità non mi sfiora nemmeno, a differenza di varie perplessità di natura logistica che si alternano alle elucubrazioni concettuali di cui sopra mentre sono incolonnato sulla Prenestina: l’affluenza dei metallari romani sarà paragonabile a quella dei loro omologhi d’oltremare (il Gagarin 205 contiene un migliaio di persone e l’altra sera era strapieno)? L’imponente scenografia utilizzata dai Batushka riuscirà ad entrare per intero nel Traffic? Quando cazzo si deciderà l’amministrazione comunale a ripianare le voragini apertesi all’altezza di Via dell’Acqua Vergine?

Se l’ultimo quesito temo che rimarrà a lungo senza risposta, il primo viene risolto non appena raggiungo il locale. La coda per fare i biglietti è lunghissima, molto oltre le mie aspettative, segno tangibile del successo internazionale che l’oscuro combo polacco ha riscosso dall’uscita del primo e (finora?) unico album. Scrutando i miei altri compagni di fila, trovo piacevole conferma a una sensazione che avevo già maturato in quel di Atene: il pubblico dei Batushka è composto quasi esclusivamente di metallari e gli hipster pitchforkiani coi baffi e i risvoltini che negli ultimi anni hanno preso a infestare i concerti black metal si contano sulla punta delle dita. L’hype scatenatosi con la pubblicazione di Litourgiya mi pare quindi che sia rimasto fondamentalmente confinato al nostro mondo, preservando la genuinità di quello che è forse l’esperimento più interessante uscito fuori dall’ambito estremo negli ultimi anni.
A tre anni dalla loro nascita, dei Batushka (traslitterazione del cirillico Батюшка, termine che nella tradizione slava significa “padre” e viene comunemente utilizzato per indicare il prete) si sa poco o nulla: sui nomi dei componenti sono scorsi fiumi d’inchiostro (pare che si tratti di membri di vari gruppi black metal polacchi, Mgła in primis, e la cosa mi sembra plausibile dato che la crew ne indossa in blocco le magliette) ma i loro nomi non sono mai venuti fuori né tantomeno sono state rilasciate interviste. Il disco, pur essendo prodotto in maniera eccellente (e qui si vede la mano della scuola polacca), inizialmente è uscito solo in rete e nei circuiti underground, per poi venire distribuito in maniera massiccia solo dopo l’esplosione del fenomeno. Qualsiasi contatto con il pubblico è abolito, così come ogni parvenza di divertimento sul palco, e il fatto che stiamo parlando di un gruppo che declama salmi in antico slavonico ecclesiastico indossando paramenti sacri rende paradossalmente i Batushka quanto di più vicino oggigiorno al rispetto dell’antico programma NO FUN, NO CORE, NO MOSH, NO TRENDS.

Purtroppo la coda all’ingresso mi fa perdere buona parte dell’esibizione dei reggiani Darkend, gruppo d’apertura votato al symphonic black metal di scuola Cradle of Filth (anche se loro si definiscono extreme ritual metal). Li apprezzo molto su disco e non li avevo mai visti dal vivo, ma devo ammettere che lo scampolo di esibizione a cui assisto non mi entusiasma particolarmente. Sarà per una presenza scenica indubbiamente evocativa ma un tantinello artefatta e non particolarmente originale (il cantante sembra la versione de’ noantri di Dani Filth e i restanti membri suonano incappucciati come i Sunn O)))), sarà per l’utilizzo costante di basi registrate, sarà per l’inevitabile confronto con chi li seguirà, ma la scintilla non scocca come dovrebbe e ho l’impressione di assistere a uno spettacolo tecnicamente ineccepibile ma poco spontaneo e piuttosto freddo. Il che, per un tipo di musica nella cui fruizione l’elemento emotivo svolge un ruolo determinante, non è pecca da poco. Ma magari la mancata empatia dipende solo dell’esiguità dei minuti del loro show a cui presenzio e in un altro contesto, con più tempo a disposizione e senza l’ingombrante presenza dei Batushka ad aleggiare sulla sala, il risultato può essere diverso.

We are Darkend, and we play extreme fuckin’ ritual metal.

Nel giro di una decina di minuti trova risposta anche il secondo dei miei quesiti logistici: il palco del Traffic non è ampio come quello del Gagarin 205 ma la gran parte della scenografia dei polacchi riesce comunque ad essere eretta, con teschi e candelabri in bella mostra. Rispetto alla data ateniese perde inevitabilmente efficacia la trovata scenica di “nascondere” il batterista sul fondo, dietro a una simil-vetrata intarsiata di effigi sacre, e in questo modo mantenere intatta la sospensione dell’incredulità (diciamo che una celebrazione in cui accanto all’altare staziona una batteria è meno credibile di una in cui il centro della scena è dominato dall’officiante e il resto dell’ambiente è immerso nel fumo): un terzo del palco del Traffic è infatti occupato da piatti e tamburi e il residuo armamentario liturgico rimane un po’ sacrificato ai lati. Però devo riconoscere che l’impatto generale viene preservato e, in un locale ormai stracolmo e inondato d’incenso, inizia la liturgia.

“Che c’hai d’accende?”

Il disco è eseguito per intero, seguendo l’ordine della scaletta che poi è lo stesso ordine delle varie fasi della messa ortodossa. Dall’ingresso dell’icona sacra alla benedizione finale passa circa un’ora e la messinscena non assume mai una parvenza forzata o pacchiana, ma anzi risulta sempre e in qualche strano modo una faccenda serissima, oserei dire solenne. Merito probabilmente del fatto che l’adesione sostanziale ai canoni ortodossi è molto più fedele di quanto il contesto metal e il furbo merchandising (in cui le immagini dei santi della tradizione ortodossa vanno a braccetto con la simbologia del mondo ultras balcanico) lasci supporre: i testi cantati sono davvero litanie ortodosse, il linguaggio è davvero quello usato nei monasteri che ho visitato qualche giorno prima, l’iconografia è davvero quella ricorrente negli ambienti ecclesiastici dell’Est Europa. Fa un certo effetto vedere una sala piena di truci metallari con le magliette dei Marduk levare le braccia al cielo acclamando più o meno inconsciamente Gesù Cristo, ma alla seconda volta in tre giorni questa scena mi pare quanto di più normale si possa immaginare.

Ma andando oltre l’aspetto scenico e l’indovinatissimo concept, cosa rimane dei Batushka? Esiste una sostanza al di là della – sontuosa – forma? Beh, bisogna ammettere che anche dal punto di vista prettamente musicale lo spettacolo è sopraffino. Fatta eccezione per una lunga intro atmosferica, non viene usata alcuna base preregistrata e tutti i cori sono riproposti live da tre coristi coperti in volto e vestiti da schimonaci come gli altri membri. Una line-up di otto musicisti su un palco non grande come quello del Traffic tende un po’ a pestarsi i piedi (al Gagarin 205 per forza di cose la situazione appariva più fluida) ma restituisce una perfezione sonora semplicemente strabiliante, in cui il black metal più atmosferico scivola spesso e volentieri verso un doom cupo ed evocativo, creando un un unicuum imponente.

Il rito si conclude con l’aspersione del pubblico, mentre la sacra icona centrale viene portata via dal mastodontico celebrante e le candele usate per il rito sono donate alle prime file.
Il nome del tour lascia intendere che il pellegrinaggio promozionale di Litourgiya stia volgendo al termine e già si rincorrono in rete le voci di un secondo album. Io onestamente spero che l’esperimento si concluda qui e i Batushka tornino nell’oscurità da cui sono fuoriusciti mantenendo intatta l’aura di culto che si è creata intorno a loro. Un altro disco aumenterebbe inevitabilmente il rischio di tirare troppo la corda con un prodotto che ha già espresso al massimo le sue potenzialità: difficilmente il nuovo lavoro potrebbe aggiungere qualcosa di nuovo a un discorso che nella dimensione della celebrazione liturgica ha trovato, anche a livello di tempistica, la più efficace consacrazione (lo spettacolo, così come l’album su cui si basa, dura quel tanto da mantenersi monolitico senza diventare monotono). Peraltro i Ghost insegnano che davanti all’occhio indiscreto della modernità l’illusione dell’anonimato ha giocoforza vita breve e il poter dare nomi umani ai membri di un’entità così eterea e fumosa ne attenuerebbe irrimediabilmente il fascino. Invece, rientrando per sempre nelle loro celle monasteriali, i Batushka uscirebbero dalla storia e si consegnerebbero alla leggenda. Ma si sa, le vie del Signore sono infinite.

7 commenti leave one →
  1. 24 settembre 2018 11:37

    E pensare che la settimana scorsa si sono esibiti a Bari, il giorno prima che io partissi…che rabbia!

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  2. 24 settembre 2018 12:39

    Eppure i polacchi sono massicciamente cattolici…

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    • Piero Tola permalink
      24 settembre 2018 15:08

      pero’ c’e’ un flusso migratorio importantissimo da sempre da parte di Ucraina e Bielorussia. Non esagero se ti dico che ci sono almeno mezzo milione di ortodossi qua, se non di piu’. E’ una comunita’ con i suoi spazi in ogni citta’ di grandi o medie dimensioni. Ci sono diverse chiese ortodosse in citta’

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  3. 24 settembre 2018 13:22

    guarda è già qualche mesetto che si sa bene chi siano i membri ufficiali ma a noi ce ne frega cazzi :)
    la cosa più bella oltre al concerto è stato il polacco enorme in prima fila in piena crisi mistica che benediceva il pubblico intorno a lui

    Piace a 1 persona

    • Piero Tola permalink
      24 settembre 2018 15:11

      non mi sorprende affatto che infatti siano di Białystok, data la vicinanza con la Bielorussia

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  4. ignis permalink
    24 settembre 2018 19:49

    Tra l’altro, metalskunk si era intrattenuto proprio sulle divergenze tra i due gruppi. Se non ricordo male, identificando nei Darkend una proposta più autentica. Ma potrei non ricordare bene, scusatemi.

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  5. Aris permalink
    26 settembre 2018 11:34

    Articolo davvero bellissimo.

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