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Guilty pleasures: WHITECHAPEL – Mark Of The Blade

5 luglio 2016

579388Lo confesso: nel marasma di band deathcore più o meno imbarazzanti che hanno fatto del breakdown una religione, i Whitechapel sono sempre stati quelli che mi sono dispiaciuti meno. A tratti mi piacciono pure; alcune canzoni hanno un tiro notevole e riescono ad indurre lo scapocciamento anche in uno come me, abituato alla feralità di band decisamente più “adulte” quali Incantation o Sulphur Aeon. Possiedo pure un disco della band texana: This Is Exile, datato 2008, che tutt’ora riascolto di tanto in tanto con piacere, pur facendo fatica ad arrivare alla fine senza scoglionarmi. Dopo questo exploit persi di vista i Whitechapel fino all’uscita di Our Endless War nel 2014, il cui singolone da lancio, The Saw Is The Law, mi aveva esaltato non poco. Il disco nel complesso era innocuo come un gattino ma quel pezzo da solo, con quella cadenza ritmatissima, rimase per diverso tempo nella mia playlist “da palestra”. Qualche settimana fa, mentre ammiravo il degrado dell’umanità dispiegarsi nella mia bacheca di Facebook, mi imbattei in un post della Metal Blade che recitava più o meno così: “Sentite un po’ come suona il primo pezzo in clean vocals dei Whitechapel!”. Incuriosito più dai flame che sapevo sarebbero scaturiti da una simile virata stilistica che dal pezzo in sé, andai comunque ad ascoltarmi lo streaming di questo Mark Of The Blade e, una volta metabolizzatolo, mi sono chiesto: “Perchè non scriverci due righe e sputtanarmi un po’?”.

Quindi eccoci qua, amici miei. Alcuni saranno fuggiti a gambe levate al solo leggere il nome Whitechapel nel titolo della recensione ma, per i più coriacei di voi, qui comincia la recensione vera e propria. Mark Of The Blade è un bel disco, almeno per la prima metà. L’opener The Void e la successiva title-track sono i tipici pezzi da palco, di quelli che quando partono cominciano a volare schiaffoni come se piovesse. Elitist One rimane la migliore del lottoe non provo vergogna alcuna a ritenerla una canzone con le contro-palle: riesce a smuoverti il cranio e a metterti addosso quella voglia di prendere a calci in bocca il primo stronzo che passa, tutte cose bellissime quando per lavoro passi 40 ore a settimana costretto a sorridere ed essere cortese con gente che meriterebbe la forca per il solo fatto di essere al mondo. E arriviamo così a Bring Me Home, la famigerata canzone con le clean vocals, un pezzo abbastanza insulso, senza capo né coda, che dà il meglio di sé nel ritornello dove acquista un minimo di struttura ma per il resto scivola via senza destare attenzione. La seconda metà dell’album, da Brotherhood in poi per intenderci, perde mordente e si rivela un pastone informe di breakdown un tanto al chilo che, sono certo, renderanno felici un sacco di metallini con il cappellino e i dilatatori.

Sono sempre più convinto che i Whitechapel siano in qualche modo “incastrati” nel personaggio che si sono creati: è evidente che nel corso degli anni abbiano guadagnato una certa maturità artistica, che a tratti emerge, ma l’impressione generale è quella di un gruppo che si castra da solo, ripetendo gli stessi stilemi da anni, forse impaurito dalla possibilità di perdere una fanbase composta per buona parte da ragazzini che chiedono a gran voce la stessa minestra sempre e comunque, incapaci (per immaturità o semplice pigrizia) di fare un passo in più. Un’occasione mancata, insomma, Mark Of The Blade poteva essere il trampolino che avrebbe elevato i Whitechapel al rango di band adulta, capace di reinventarsi e crescere. Invece i Nostri hanno preferito calcare i soliti binari, salvo qualche deviazione che però non è sufficiente a far risaltare un disco come questo in un oceano di lavori pressoché identici. Ironico come proprio queste “deviazioni” siano ciò che ho apprezzato di più.

2 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    5 luglio 2016 21:44

    non vedo nulla di cui vergognarsi…. io coltivo nemmeno segretamente l’insana passione per gli heaven shall burn. comunque anche questi non sono malaccio.

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  2. Pesso permalink
    6 luglio 2016 10:12

    Ognuno ha i suoi guilty pleasures che preferisce non sbandierare troppo…a me piacciono gli Amaranthe per esempio :-D
    Comunque ho ascoltato un paio di pezzi di questi Whitechapel e non mi dicono molto…il solito minestrone -core con ben poca sostanza

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