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Skunk Jukebox: il karaoke del Messicano

14 dicembre 2015

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Quando da ragazzino cominci a seguire un gruppo (o più di uno) e/o un genere musicale, di solito, lo fai per diversi motivi. Se sei un mentecatto col cervello bruciato dalla tv, lo fai perché qualcuno ti ha imposto i coglioni di turno e tu te li prendi senza fiatare, come una zoccola fa con il cazzo nel culo, fino al prossimo trend. Se hai un po’ più di “fantasia”, cerchi qualcosa che pensi possa fare per te e che nessuno, in ambito mainstream, ti propone. A quel punto ti metti a scavare e, per forza di cose, ti capita davanti tanta merda. Comincia a piacerti particolarmente qualcosa, in primis, ovviamente, per la musica, e in secondo luogo, per tanti altri motivi, primo fra tutti l’empatia.  E quando sei un giovincello incazzatissimo, sempre a 6000, che trascorre buona parte del suo tempo in giro con lo scooter, nelle sale giochi più degradate del mondo occidentale o nelle piazzette, tra atti vandalici, sbronze e scazzottate varie ed eventuali con persone appartenenti ad altri “sottogruppi” giovanili (con la reciproca colpa – perché ai tempi di vera e propria colpa si trattava –  di essere diversi gli uni dagli altri e di voler conquistare un spazio urbano), beh, non puoi non amare subito The Age of Quarrel dei CRO-MAGS (1986). Urgenza hardcore metallizzata, calci nel culo, botte, risse e tempi duri: questo era, ed è ancora oggi, The Age of Quarrel. Rabbia stradaiola che ti investe, com’è giusto che sia, e che ti ricorda, anche a distanza di anni dalla prima volta, che la vita non è un film di Muccino e che è meglio tenere sempre il culo al muro e la guardia alta, anche se la rabbia adolescenziale è svanita da un pezzo portandosi via un pezzo di te, ma non la voglia di rompere il culo a tutti. Disco fondamentale senza se e senza ma, che periodicamente gira e rigira nel mio stereo da vent’anni.

Il metal è cambiato, lo sappiamo tutti. Di sangue, puttane e satanassi è rimasto ben poco e la scena si è riempita di mongoloidi picchiati a scuola amanti degli Opeth, dei Mastodon, dei Nevermore e delle sedute intensive di seghe nella cameretta con la luce spenta. Però ci sono ancora oggi persone che non si piegano a queste logiche, facendo della vecchia scuola quasi uno stile di vita. E’ il caso di un gruppo italiano che sto riascoltando abbastanza ultimamente. Second Strike dei marchigiani BAPHOMET’S BLOOD è, appunto, il loro secondo album del 2008. Speed metal ottantiano, con varie influenze sempre di quella decade:  vomito, birra e casino come se piovesse, tra Exciter, Motorhead, Venom e venature thrash più ignoranti della merda. È vero che la “scena” metal italiana è penosa, ma ci sono sempre le famose eccezioni che confermano la regola. Oltre questo, hanno all’attivo altri due album (uno uscito prima di questo, l’altro dopo) e un prossimo in programma per il 2016.

Un’altra eccezione che conferma la regola sulla tremenda “scena” metal nostrana sono i toscani VIOLENTOR. Il loro album che sto ascoltando parecchio di recente è Maniacs, uscito qualche mese fa. E’ il terzo, nonché ovviamente l’ultimo in ordine di tempo, dei Nostri. Thrash metal caciarone come piace a me, niente di più e niente di meno, come tradizione vuole. Una quarantina di minuti che scorrono via veloci come un rutto, dopo i quali ripremere play è inevitabile. L’album è interamente disponibile in streaming sul canale youtube dei Violentor, così come il precedente Rot del 2012. Ve lo linko qui. Quando avrete una quarantina di minuti liberi, saprete cosa fare.

Power From Hell degli inglesi ONSLAUGHT, album di debutto del 1985, per me è un cazzo di capolavoro sottovalutatissimo. Dopo questo disco si “raffinarono” parecchio, allargando il tiro verso territori più tecnici. Vabbè, pochi cazzi: questo, ripeto, è un capolavoro assoluto. Tra speed, thrash e hardcore, il tutto condito da quintali di marciume e dagli immancabili accenni motorheadiani e venomiani, ovviamente spingendo al massimo sul pedale dell’estremismo (per l’epoca). Adoro questo disco e non me lo faccio mai mancare, come la birra o la fica. Se non lo conoscete, fate come me e non ve ne pentirete. Vomita odio dalle mie casse, negli ultimi tempi, anche The Winterlong… (1993), il primo ed unico album dei God Macabre. Death svedese ai massimi livelli. Non c’è altro da dire. Si sono riformati nel 2013, tra l’altro, dopo anni di silenzio.

Anche l’hardcore italiano ultimamente non è messo benissimo, pur versando in uno stato migliore del metal. Anche qui, però, ci sono le eccezioni, come Città Deserte dei miei conterranei SUDDISORDER (2013). Non c’è assolutamente niente di particolare in questo lavoro: hardcore/punk molto canonico, cantato in italiano. Niente di trascendentale, insomma, ma ‘sti ragazzi hanno un tiro pazzesco. Se vi piace il genere, sparatevelo alla prima occasione. Dura poco più di 12 minuti e scende come una vodka liscia. Nota di colore: nel loro video, che vi lascio alla fine del pezzo, alcune scene sono girate in una pista di pattinaggio (attualmente in stato di abbandono, da quel che so), dove anche io, molti anni e molti chili fa, saltellavo con i rollerblade procurandomi abrasioni un po’ ovunque e strappandomi le magliette dei Sodom o degli Agnostic Front.

Due sole cose: RAW POWER e Screams From The Gutter (1985). Un evergreen. Riascoltando questo discone, si capisce perfettamente perché I Nostri, partiti da Poviglio (RE), siano finiti ad andare in giro per gli USA, facendo da spalla, tra gli altri, a Dead Kennedys e Guns’n’Roses, e venendo citati come influenza anche da Phil Anselmo e dai Napalm Death (che rifecero Politicians su Leaders Not Followers, ep di cover del ’99).

La scena hardcore italiana degli anni ottanta li bistrattò un po’ e il perché, oggi come oggi, è chiarissimo: erano troppo avanti. Disco imprescindibile.

Chiudiamo in bellezza: Sex, Drugs And Rupture (1995) dei RUPTURE. Ignorantissimi come quasi tutti i gruppi australiani (a prescindere dal genere). Una scarica di putridume becero che manco una serata a base di metadone rubato al Sert e film della Troma. Gus Chamber, il loro leader morto nel 2001, era una sorta di GG Allin australiano e non aggiungo altro. Recuperate prima questo discone e poi il resto.

È tutto. Alla prossima e, nel frattempo, ovviamente comportatevi malissimo (Il Messicano).

8 commenti leave one →
  1. Lorenzo (l'altro) permalink
    14 dicembre 2015 21:53

    Ok, era da un pezzo che volevo chiedervelo: si può sapere perché su metal skunk ce l’avete tanto coi nevermore? (non lo chiedo al messicano perché per risposta se la prenderebbe con la mia sessualità) e con le sedute intensive di seghe nella cameretta con la luce spenta? (appunto)

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    • Charles permalink
      14 dicembre 2015 22:55

      a me Dreaming Neon Black me piace… ma penso di essere l’unico che li apprezza un minimo.

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    • 15 dicembre 2015 10:07

      Quanto alle seghe, si fanno con la luce accesa, sennò diventi cieco.

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    • 15 dicembre 2015 11:07

      Perchè al Messicano sta sulle palle la gente che sa suonare. (l’ha scritto lui, eh, non io :P )

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    • sergente kabukiman permalink
      15 dicembre 2015 18:10

      rispondo per me ma magari faccio anche le veci di qualcuno di ms: perchè abitano sullo stesso pianeta di clutch, mortician e horn of the rhino, è una questione di priorità più che altro.

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  2. ignis permalink
    26 dicembre 2015 16:41

    Ma non furono i Guns a fare da spalla ai Raw Power?

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Trackbacks

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