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ABYSMAL GRIEF – Feretri (Terror from Hell Records)

18 marzo 2013

Cd_bookletLa carriera di Emilio Miraglia ha avuto vita breve, da assistente alla regia durante tutti gli anni sessanta fino all’esordio “ufficiale” dietro la macchina da presa per dirigere una manciata di titoli rimasti nella memoria di uno sparuto gruppo di cinefili. Il suo ultimo film, La dama rossa uccide sette volte, compone, insieme a La notte che Evelyn uscì dalla tomba, un dittico gotico che faceva da virtuale contraltare ai thriller borghesi finto-esoterici di Sergio Martino, quelli che hanno portato alla ribalta la Fenech prima che diventasse la Giovannona Coscialunga protagonista delle seconde serate di Rete 4 da venticinque anni a questa parte. Misteriose magioni, atmosfere plumbee, anime tormentate e fantasmi dal passato erano gli ingredienti di un genere che Mario Bava aveva importato ed italianizzato, riuscendo a contestualizzare Poe tra i ciottoli di Cori e i castelli della Carinzia. Su questo background di riferimenti cineletterari si muovono da quasi vent’anni gli Abysmal Grief, ormai assurti al rango di “storica cult band underground”, sia per ragioni anagrafiche che per meriti artistici. Non a caso il nuovo disco, Feretri, piazza in copertina proprio un fotogramma dell’ultimo film di Miraglia di cui sopra, tanto per chiarire immediatamente dove si va a parare. Una citazione che non deve apparire pretestuosa perché il terzetto guidato da Regen Graves è realmente preparato in materia e non ha mai deluso le aspettative: doom orrorifico dall’incedere funereo, supportato dalle efficaci tastiere di Necrothytus, produzioni volutamente sporche per ricreare un certo mood settantiano che non sembri posticcio e raffazzonato e, soprattutto, totale assenza di qualsiasi sottotesto ironico. Sì perché né nelle gallerie fotografiche dedicate ai cimiteri, consultabili sul sito della band, né nei live tetri e particolarmente suggestivi vi è alcuna traccia di ironia ma la precisa volontà di prendere per mano l’ascoltatore e trascinarlo in un abisso più nero e mostruoso della cantina di Charles Dexter Ward.

Feretri prosegue la discesa interrotta col precedente Misfortune, datato ormai 2009 ed intervallato da un paio di ep, senza particolari stravolgimenti stilistici a parte un leggerissimo spostamento verso il death/doom che si traduce con un minore impatto delle tastiere ed un cantato prevalentemente orientato verso il growl piuttosto che sulle consuete lugubri litanie da messa nera. Tra un rimando al primo Bartoccetti, quello del periodo con gli Jacula, ed un accenno ai My Dying Bride (ma qui, lo ammetto, i veri appassionati di doom che ne sanno più di me, possono sbizzarrirsi a trovare centinaia di influenze più o meno marcate) spicca la conclusiva Her Scythe, ossianico monolite di quasi quindici minuti che si dipana tra malinconiche evocazioni e riff melmosi. Certamente non un disco adatto a tutti ma assolutamente da godere in queste notti uggiose di metà marzo, possibilmente avendo cura di non avere rasoi a portata di mano. (Matteo Ferri)

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