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Gente che mangia la soia #4

22 agosto 2011

Ilsa – Tutti i Colori del Buio (Dark Descent Records) & Indian – Guiltless (Relapse) o Della Lentezza

C’era una volta il doom. Da spavento credere che da un genere così spiritualmente cristiano, escatologico e freakettone come poche cose saremmo arrivati alla più marcia degenerazione prodotta da irriducibili dropout americani. Il più chiaro esempio di questa progenie malefica è lo sludge più malsano che negli Stati Uniti sembra quasi essere divenuto l’epica definitiva dell’intossicazione chimica delle nuove generazioni metallare.

Da Washington DC arrivano questi assurdi crusters che di nome fanno Ilsa. la storia però è strana: proprio nel solco della tradizione dello sludge-core più soffocante, plumbeo, autopunitivo, gli Ilsa mostrano di aver maturato un sound in effetti molto poco fangoso o ronzante. Anzi, direi che la classica devastazione in D-beat accompagnata da una produzione polverosa entrambe di stampo chiaramente crust-core costituisca l’elemento di novità assoluto di questo disco. Nulla di più in effetti: una voce che è un growling aspro e disperatamente lancinante e poche concessioni al groove più classicamente sabbathiano. Siamo dalle parti, che so, dei primi Benediction e Bolt Thrower, se non addirittura degli Entombed più hardcore dei primi demo (e qua la sparo grossissima).

Se John Peel fosse ancora vivo, avrebbe chiesto loro di registrare una sessione radiofonica (ancora più grossa) da mandare direttamente nell’olimpo delle produzioni grind e crust che nell’Inghilterra di tanti anni fa innescarono un’autentica rivoluzione del metal. Invece dobbiamo accontentarci di un disco bello ma non bellissimo. Quest’anno esce anche uno split con gli Hooded Menace.

Da Chicago e con alcuni dischi all’attivo per Seventh Rule ovvero “The Unquiet Sky”, “Slights and Abuse” e “The Sycophant” (questi due sono anche stati ristampati assieme dalla Relapse, così, immagino per offrire ai fan dello sludge il privilegio di avere nello stereo un disco che non finisce veramente mai) questi marcissimi Indian (ex- Wolves in The Throne Room, tra gli altri) giungono al loro lavoro definitivo per compiutezza e maturità, credo.

Una produzione pulita, o almeno più pulita del solito, che mette in risalto la sottile infiltrazione pestilenziale delle chitarre (che poeta), una batteria inesorabile ed una voce stridula che è come un trapano da dentista sono tutto ciò che un buon gruppo doom come gli Indian ha per rendere godibile un disco che fondamentalmente nuota nel mare dell’underground più irriducibile. Una componente blackish di grana grossa e un’eredità spartita tra l’hardcore più evoluto e una certa vena psichedelica (venduta in vero a metà prezzo un po’ da tutti i nuovi grupponi barbuti della Relapse) completano il tutto. Magnificamente, aggiungo. Tra la seconda e terza traccia entrate in un trip devastante, roba da azzerare completamente tutte le vostre letture degli ultimi mesi. Tra terza e quarta dimenticherete di avere una ragazza o un ragazzo. Con l’ultima vi ricoverano.

Ve lo consiglio soprattutto se siete fan di Unheartly Trance e Yob.

Sarabante – Remnants (Southern Lord) & Parasytic – Poison Minds (Agipunk) o Della Velocità

I Sarabante sono il nuovissimo acquisto della Southern Lord, etichetta oggi più che mai interessata al crust più evoluto. A constatare dagli ultimissimi dischi usciti sotto la sua egida, tra The Secret, Masakari, Nails per dirne solo alcuni, sembra che una strana foggia dell’hardcore-metal variamente ibridato stia vivendo un momento più che positivo proprio grazie al grande interesse di una etichetta sempre intelligente e all’avanguardia.

Breve parentesi: i Sarabante sono greci e, se tanto mi da tanto, mai incazzatura potrà essere più sincera. Rivolte popolari, deficit monetario, cupio dissolvi sono gli elementi generalissimi delle sonorità hardcore più parossistiche e disperate. Ma qui paiono più autentici. E poi il crust greco non l’avevo mai sentito, dai.

Il bello del disco è chiaramente tutto legato alle cavalcate chitarristiche più negative e a quei riff melodici che sembra siano gli stessi di – boh? – vent’anni fa. Siamo dalle parti dei Tragedy, insomma. La produzione (produce Brad Boatright dei From Ashes Rise) però aiuta la band a far emergere finezze tecniche niente male e un sound cupo e corposo che ti fa ricordare che siamo in casa Southern Lord.

Se non sapete dove andare a sbattere la testa tra disoccupazione, eterno precariato e nuove minacce, è il disco che fa per voi.

Nei Parasytic ci suona della gente già nota nel circuito sludge e southern: ex-Alabama Thunderpussy, Cannabis Corpse per dirne alcuni. La piega che prendono con un disco “di servizio” come questo è però comune a quella di tanti altri side-project nati con la benché minima pretesa di portare a termine alcuna riflessione sul futuro del metal. È un frastuono maledetto fatto con i soliti cliché del metal più classico.

Nella fattispecie, già al secondo disco la band tenta una virata del thrash-metal in salsa hardcore e il risultato è immaginabile come un bel misto di sonorità ottantiane, galoppate hardcore, voce catarrosa, look crassiano.

I riff sono quelli che hanno permesso ai primi Metallica di uscire dall’immaturità e diventare quella rivelazione che erano già ai tempi di “Kill’em All”. Riff thrash basici e vintage, batteria ignorante e pogo come se stessimo ad un concerto di un qualsiasi gruppo thrashcore dei bei tempi che furono.

Perché i Gama Bomb sì e i Parasytic no?

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