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Gente che mangia la soia # 7 – prima parte

4 gennaio 2012

FUCK THE FACTSMisery Ep (Relapse) TRIACAlways Meant To Hurt You (A389) UNKINDHarhakuvat (Relapse) DRAINLAND/CELLGRAFTSplit (De Graanrepubliek) ALPINIST/MASAKARISplit (Alerta AntiFascista) COALESCEGive Them Rope (Relapse)

Avevo premesso nella mia rece per il nuovo Fuck The Facts che la band canadese aveva tentato l’intelligentissima mossa di pubblicare nello stesso momento un full-lenght ed un Ep. Quest’ultimo dischetto, che porta il nome di Misery tanto per fare pendant con l’Lp, gioca più coerentemente con gli stilemi del grindcore o perlomeno con quelli a cui la band ci aveva abituato. Rispunta l’orribile vocione maschile, si ripresenta una batteria disumana nella sua velocità e delle chitarre violente e rumorosissime. L’impressione però è che alla band venga chiesto di suonare quello che sa fare meglio e questo spiega l’impatto più diretto e la riduzione dei famosi svarioni artsy. Anche qui una bella traccia di 6 minuti posta nel mezzo dell’Ep per ricordarci che ci sanno fare con gli strumenti. Altre vocine spuntano durante l’ascolto: sono quelle del cantante (si fa per dire) dei Beneath The Massacre al quale è destinata la traccia più deficiente del lotto e quella di tale Jesse Mathewson che a voi dirà pochissimo ammesso che non conosciate i KEN Mode, dispensabilissima band noise post-tutto. L’Ep tutto sommato ci sta dentro.

Altro giro. Se amate i Pig Destroyer li conoscerete di sicuro: sono i TRIAC, inascoltabile band (ma nel grind è un complimento) composta da membri già noti nel circolo powerviolence e grindnoise americano. Il collegamento coi PD, band infinitamente più complessa di questi reietti, sta nel loro tastierista che qui ci cantava. Che poi, perché mai una band come i PD dovrebbe reclutare addirittura un tastierista pur di non avere in formazione un bassista? La band ha pubblicato split, Ep e qualche dischetto addirittura per Relapse come ordina la massoneria del grindcore (li avevamo rivisti anche sull’inebetente This Comp Kills Fascists Vol. 2, compilation uscita sempre per Relapse) e giunge ora alla pubblicazione di questo minuscolo Ep disponibile anche in cassetta e contenente un pezzo in più. In due parole: se vi piace questa nuova ondata di band grindcore sempre più noisy e psicotiche, dalla voce filtratissima e dai fischiettini di chitarra trapananti che parte giustamente dai PD e arriva a derive impensabili, ascoltatelo. Sennò, lasciate pure perdere, non cambia niente.

La Finlandia è un po’ una patria del D-Beat. E c’è da dire che decine di band finlandesi più di chiunque altro hanno sempre reagito con personalità a tutte quelle maffiate band americane, distinguendosi però per un certo ripiegamento emotivo e annichilente di alcune band crust.
Venendo agli Unkind, la band suona da un bel pezzo ma i suoi vecchi dischi non è che mi esaltassero più di tanto. La Relapse li ingaggia e finalmente finanzia un disco di pura, epica e dischargiana violenza. E infatti la band (che però canta esclusivamente in finlandese) nello spazio di otto tracce lunghette e galoppanti mette un po’ in chiaro le cose. Che poi, che avranno mai da lamentarsi ‘sti finlandesi? Come to Italy, altroché.

I Drainland sono una crust band dal suono sconquassante e dall’assalto vocale ferino e sgolato. Se da sempre ci siamo abituati a sonorità crust piuttosto canoniche (in poche parole: chitarre compresse, cavalcata su tempi medi e infiniti, lirismo fiero con foce nel black metal), con loro riscopriremo il gusto dello sporco e della pennata che taglia in due le corde della chitarra. Ultimamente la Southern Lord ha messo sotto contratto la band utilizzando il solito metodo già sperimentato con altre, dai Sarabante a tutti quei nuovi acquisti Hc, e cioè recuperando vecchie produzioni underground e ristampandole all’occorrenza. Il loro nuovo disco (che raccoglie anche un vecchio e introvabile split con i Grinding Halt) esce in concomitanza con lo split di cui voglio appunto parlarvi. I temibili Drainland spartiscono il classico vinile sette pollici con quella che ritengo la rivelazione grindcore dell’anno che ormai volge al termine. Parlo dei Cellgraft, band violentissima e dal suono sempre piacevolmente saturo e inintelligibile. Immaginateli alle prese con un pezzo della buon anima degli Insect Warfare (quelli più noise e meno old school dell’ultimo studio album) puntando però non sulla resa annichilente dell’impatto ritmico ma sul ronzio pazzesco del canale chitarra-voce-batteria. Mille colpi di cassa mescolati a uno strumming di chitarra, il tutto sovrastato da una voce urlata e filtrata. Sono ormai tante le band noisecore che si perdono nei mille rivoli rintronanti del rumore puro. Altrettanti gli artisti che scelgono vie per indurre la cifra umana del grindcore in macchinosi automatismi harsh. I Cellgraft no. Pur rispondendo al contemporaneo bisogno di oltrepassare la soglia dell’intelligibilità e della resistenza concettuale del grind, tentano la riscossa di certa confusionaria fisicità. Dieci e lode.

Restiamo in tema di ristampe Southern Lord. Gli Alpinist (il moniker del secolo) sono una novità crustcore relativamente moderna. Com’è già avvenuto coi fantastici Sarabante, i tedeschi esordiscono sulla label americana ripubblicando due precedenti lavori. Urla lancinanti e crust opportunamente ammodernato, il tiro è tanto e la grinta non manca. Analogamente al disco precedente anche gli Alpinist pubblicano uno split con i temibili Masakari (ulteriore scoperta in casa Southern Lord), in passato autori di almeno due dischi di notevole interesse. Il loro crust resta un po’ più fedele al dettame che prevede impennate notevoli e ritmi non troppo veloci a suggerire una melodia che è fondamentalmente sempre la stessa elegia anticapitalista da decenni. Anche lo split ripropone le stesse sonorità e le due band rispondono alla chiamata in formissima. Gli Alpinist sono sicuramente più sferraglianti e coerenti con la cappa opprimente di certe sonorità inevitabilmente Southern Lord, gli americani (di  Cleveland) Masakari più cinici e maledetti, arpeggini a testa bassa su cascate di drealocks. Di certo non ce n’è per nessuno, anche se la sporcizia dei primi Skitsystem aveva tutt’altro fascino, diciamolo pure. E se ci mettiamo pure i primi Entombed non la finiamo più.

Piccola parentesi prima della chiusura. I Coalesce tornano sul mercato Relapse con una inutilissima ristampa del loro vecchio e impressionante classico Give Them Rope. Ora, bastano due righe per chiedersi come mai la Relapse dopo i telefonatissimi colpi di petardo del 2009 (il full length Ox e l’eponimo Ep) abbia deciso di rilanciare la sottovalutatissima band con la più stramba delle ristampe. Due dischi veramente identici, praticamente una strenna natalizia fatta rinnovando il mastering del disco del 1997 e accoppiandolo alla versione originale. Collezionismo. In realtà non cambia nulla: abbiamo due dischi di cui uno è la ristampa già edita nel 2004 e l’altro il mix originale. Giusto per la cronaca, io tifo Mono e la canzone più bella del mondo è Se Telefonando.

Nel prossimo numero chiudiamo in bellezza.

4 commenti leave one →
  1. 4 gennaio 2012 15:14

    Concordo su “Se Telefonando”.

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  2. Alceste permalink
    5 gennaio 2012 05:09

    A volte mi chiedo quante vite ci vorrebbero per approfondire seriamente tutti questi (sotto) generi musicali. A volte solo per capire la mistica di un singolo gruppo servono anni di ascolti.

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  2. Gente che mangia la soia #10 – occupyombrellone | Metal Skunk

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