Skip to content

Gente che mangia la soia #10 – occupyombrellone

18 settembre 2013

In ritardo come sempre (quindi puntale), il nuovo numero della rubrichetta che esplora, con l’abilità del poser e l’occhio clinico del parvenu, il panorama delle nuove uscite che giustifichino qualsiasi espositore da bancarella a segnalare con ‘grind/hardcore/crust’ la mercanzia che c’è sotto. Non che in giro per la rete non possiate trovare da diversi mesi le stesse rece (non lo so, ho controllato poco), però io sono il vostro amichetto e vi tocca fidarvi, anche perché alcuni sono dischi Southern Lord. Ok, let’s go.

cover (1)Dead In The Dirt – The Blind Hole (Southern Lord)

Punk antiracist antisexist atheist grindcore hardcore metal straightedge vegan Atlanta. E’ così che la band ha scelto di catalogare The Blind Hole sotto alcune delle voci ardecore che più irriducibili non si può.
Siamo ancora in territori sicuramente vicini al metal, perlomeno a quello che da qualche tempo ha imparato a flirtare con le sonorità fangose e crusty anche troppo di moda in casa Southern Lord. Volendo fare gli analisti spocchiosi, però, non è poi così sconvolgente il successo che sta arridendo a decine di band in catalogo con Sunn O))) e roba varia, e la cosa che desta più interesse è magari il segno positivo della riscossa underground di tutti quegli umori che hanno sempre rimpolpato certo pastone musicale di frontiera. E così la pubblicazione del primo full lenght dei Dead In The Dirt (nome del secolo) suona più come la conferma del lavorio sottocutaneo di gente che ha sempre cazzeggiato tra metal, crust e, all’occorrenza, sludge senza che questo protocollo antimelodico si caratterizzasse mai veramente per originalità o come manifesto musicale.
Il feedback di chitarra più che in passato è diventato il collante tra traccia e traccia, quasi un autentico segno di stile. Dopo due notevoli ep, questo disco suona come se un pacco di metallari avesse a cuore di ripartire da qualcos’altro, di dare voce alle influenze collaterali che hanno sempre accompagnato la loro educazione musicale. Senza fanatismi di sorta, chiamarlo powerviolence o crust caotico (se ne legge di ogni) è solo perdita di tempo, così come fare del namedropping dopo un’attenta ricerca sull’internet (per inciso: il ventaglio sonoro parte dal crust e arriva pressappoco ai Phobia). Anche perché suppongo sia gente che non vederete mai in Italia, ma non è detto.
Alla voce: Dropdead intinti nella melma. Per me uno dei dischi dell’anno.

10 Jacket (3mm Spine) [GDOB-25H3-001]Fuck The Facts – Amer Ep (autoprodotto)

Il fatto di essere canadesi è di per sé garanzia di qualità, anche se dipende dai punti di vista, devo ammettere. Perché se sei in botta con i classiconi del metal ottantiano (Exciter, Anvil, Voivod,…), non sarà così azzardato procedere fino ai francofoni Fuck The Facts tentando di descrivere tutto un panorama autoctono di imbattibile tamarraggine, una sorta di comun denominatore che forzatamente agli occhi di noi europei affratella band lontanissime. Altrimenti, la follia di rincorrere certi ardimenti lessicali per trovare una spiegazione alla stranezza di un suono tra grind e math sempre più bizzarro vi farà perdere la visione d’insieme, mi sa.

Per tornare a noi, vi dico subito che fino a Backstabber Etiquette potevo starci. Ho apprezzato un tantino pure Stigmata Hi-Five. Si trattava però di due lavori incompiuti e di contorno ad un solo disco che inizio a credere sia stato più un’incongruenza con il resto delle brutture pubblicate che puro genio (si sta parlando di Disgorge Mexico, finora l’unica roba veramente valida nel mare di strambe pubblicazioni della band). In tempi più recenti, un paio di uscite che devo aver recensito sotto l’effetto di una peperonata andata a male hanno infine confermato la mia teoria sull’effettiva insipienza della band. Anche questo disco è pieno di quelle tamarrate (appunto) che il più disinformato scambia volentieri per avanguardia ma che ai miei miopi occhi (che un po’ di cosette ne hanno visto pure loro) compongono sempre il solito pastone di tutto quello che un manipolo di buoni musicisti può imparare ed inserire disco dopo disco, allenandosi ore in sala prove. Tra sweep di chitarra, vocioni sguaiati, vocoder e rallentamenti improvvisi.
Robetta più che robaccia, considerando il valore relativo di un Ep di pochi minuti, ma ormai la band non azzecca un disco da ben cinque anni. Peccato, perché all’epoca del loro sbarco su Relapse, in pieno meticciato postcore, le premesse parevano ottime e come la Relapse sapeva creare attesa attorno a dischi di fatto mediocri non ci riusciva veramente nessuno.
Diciamolo pure, oggi saranno anche una band al massimo della forma, con un’identità ormai definita e una destinazione precisa ma restano ancora troppo storti per non scadere inconsapevolmente nel cattivo gusto, senza tutto il corredo di ironia di cui si parlava al principio. Ascoltate qua.
Grind strampalato per onnivori senza pretese.

coverAll Pigs Must Die – Nothing Violates This Nature (Southern Lord)

Inizia a sgonfiarsi un po’ tutta l’aspettativa intorno al genere che meglio di chiunque altro rappresentano gli All Pigs Must Die, e proprio nel momento in cui questi pubblicano il disco definitivo, una sorta di manifesto autoconclusivo per la filosofia del recupero in chiave moderna ma non troppo del crushing sound di Entombed e svedesi affini. Come a dire, lo sapevamo benissimo che finiva con un nulla di fatto, con un brusco ritorno a quel nutrimento essenziale che era proprio già dei progenitori di questo suono così invidiato oltreoceano.
Mangiamo la stessa cosa, ieri come oggi, e dischi di questa portata ci ricordano che, aldilà delle chimiche di sorta, l’humus di fondo resta sempre uguale. Magari c’è poco altro da dire e la questione rientrerà come da manuale.
Per alcuni un divertissement di moderno hardcore-metal (resta un supergruppo di gente impegnata su altri fronti con ben più sfiancanti prove strumentali), per molti altri la dimostrazione della persistenza dell’unica vera matrice ibrida che sia mai durata così a lungo nella storia del metal moderno. Un’autentica manata in pieno viso.

pelonjuuret_1500Unkind – Pelon Juuret (Relapse)

Procede sempre su Relapse la cavalcata malefica in D-beat dei finlandesi incazzosi che avevamo imparato a conoscere con Harhakuvat, primo lavoro per la label americana a coronamento di una carriera medio-lunga all’insegna del crust più dischargiano di sempre.
Potrei chiuderla qua, visto che a distanza di un paio d’anni la formula non è certo cambiata anzi, forse a venir meno è proprio la voglia di continuare ad ascoltare roba del genere, azzerata la motivazione di chi, come me, ha passato molti più anni ad infoiarsi per gli assoli di chitarre gemelle che non a computare il rinculo delle grancasse.
L’effetto è garantito solo se vi va di procedere nella contesa esistenziale che è di tutti i punk là fuori, in attesa di dischi sempre più o meno uguali (tipo noi metallari con la sfilza di lavori dei Misery Index). Altrimenti vi resterà sempre e solo impressa la sconvolgente ventata di novità dell’unico disco di un’oscura band crust che mai avreste potuto ascoltare se qualche espertone in casa Relapse non avesse messo banner in ogni dove. Sto divagando, ma parlo sempre del notevole Harhakuvat. Non è che questo disco abbia tanto da aggiungere, magari però un’ascoltata la darei lo stesso fossi in voi, se non altro per misurare la distanza tra i due dischi in fatto di atmosfera e melodia.

CoverLoma Prieta & Raein – Split (Deathwish)

Questo qua lo metto in fondo per nessun’altra ragione se non per un fatto puramente emotivo (è il caso di dirlo) e nostalgico. I secondi li conosciamo bene, sono forlivesi come non so quanti altri gruppi screamo, hanno in comune con i La Quiete, per dire, un batterista tuttofare col quale un paio di anni fa ebbi modo di imbattermi, in maniera del tutto casuale, complice una maglietta che indossavo. L’ultimo disco che hanno pubblicato lo trovate in rete a scaricaggio gratuito, un buon motivo per (ri)scoprirli. I primi sono una piccola rivelazione originaria di San Francisco, portatori di quella nuova tendenza fracassona che mescola urti e scosse screamo con le storture del moderno hardcore di casa Deathwish, appunto. In pista con ormai quattro Lp e vari split, gli americani spaccano tutto ma non lasciano svanire troppo presto quel fascino melodico di cui sono capaci sin dalle prime note. Ah, sì, lo split é bello. Tutto molto bello.

Ciao.

No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: