Life is a long slow death: INVERLOCH e HOODED MENACE

C’erano una volta i Disembowelment, four-piece di Melbourne dedito a un death/doom cupissimo e soffocante che nel 1993 fece breccia nelle budella degli appassionati con quel classico senza tempo che è Transcendence Into The Peripheral, un esordio fulminante ma destinato a non avere seguito. La band si sciolse infatti subito dopo, senza essere mai salita su un palco. Da allora il silenzio assoluto. Finché, diciassette anni dopo, il bassista Matthew Skarajew e il batterista Paul Mazziotta, che nel frattempo avevano continuato a cazzeggiare insieme con i grinder Pulgar, non danno vita – insieme a tre nuovi membri – ai d.USK, in pratica una cover band con la quale si toglieranno lo sfizio di suonare dal vivo i pezzi dei Disembowelment. Ci prendono gusto e il progetto, ribattezzato Inverloch, inizia a lavorare anche su dei nuovi brani. E se l’aperitivo è questo Dusk/ Subside (Relapse), un ep di tre tracce una più cimiteriale dell’altra, non si può che essere ottimisti. Certo, qualcosa è cambiato, come dimostrano l’incedere rarefatto e la chiusura ambient di The Menin Road, ma lugubri marce funebri, spezzate da cavalcate soffocanti e arpeggi da giorno del giudizio, come Within Frozen Beauty e la conclusiva Shadows Of The Flame, sono puro, fottutissimo funeral doom che farà sussultare tutti i nostalgici ai quali ancora si accende una lampadina a sentir nominare culti dimenticati come i Winter. Un autentico gioiellino. Aspettiamo con ansia il full length.

Su versanti meno vintage ma altrettanto cupi si muovono gli Hooded Menace, duo finnico (oggi divenuto trio con l’arrivo alle sei corde dell’ex Phlegethon Teemu Hannonen) giunto alla terza prova sulla lunga distanza di una discografia costellata di split con gente di un certo livello come Coffins, Ilsa e, attenzione, Asphyx, cattive compagnie che già da sole danno un’idea abbastanza precisa delle coordinate entro le quali si muove Effigies Of Evil (sempre Relapse), un altro ascolto da consigliare a tutti coloro che preferiscono un’agonia lenta e dolorosa a un trapasso repentino e subitaneo. Il loro death/doom, sospeso tra gli obbligatori riferimenti sabbathiani e stacchi hardcoreggianti di marca più moderna, deve la sua moderata personalità a ragioni di natura squisitamente geografica. Perché la teoria di Roberto secondo la quale tutte le band provenienti dalla terra dei mille laghi, a prescindere dal genere suonato, condividono un approccio comune alla materia musicale ha molto di vero. Il guaio è che in questo caso è, almeno in parte, un limite. Le linee più melodiche sono così finlandesi, per quanto giochino nel complesso il ruolo richiesto dal copione, da soffrire di un’ariosità e di una pulizia eccessive che tolgono all’album qualcosina in termini di atmosfera. Perché, beh, i giri simil-swedish di una Crumbling Insanity, a meno di non voler suonare né carne né pesce a tutti i costi, li potevano pure lasciare a casa. E, in un campo dove i riff tanto sono sempre quei tre o quattro, l’atmosfera è (quasi) tutto. Magari il problema è mio, dato che, con simili presupposti, mi aspettavo qualcosa di più trucido e opprimente. Effigies Of Evil resta un disco tutt’altro che disprezzabile e ha un paio di momenti davvero ottimi, come l’orrorifica opener Vortex Macabre e l’avvolgente Evoken Vulgarity, ma non regge il paragone con lavori per molti versi analoghi, come, per dire, il sorprendente debutto dei Vallenfyre e, in generale, non riesco a nascondere una lieve delusione. È un po’ lo stesso discorso dell’ultimo Deicide: per essere carino è carino ma non si sente bene Satana. (Ciccio Russo)

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