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RHAPSODY OF FIRE – The Cold Embrace Of Fear (Nuclear Blast)

5 novembre 2010

A pochi mesi di distanza dal bel The Frozen Tears Of Angels tornano i Rhapsody Of Fire con un corposo EP di trentacinque minuti, anche se solo venticinque effettivi; tre i pezzi veri e propri, tra cui spiccano i quindici minuti di The Ancient Fires Of Har-Kuun, vicina a Queen Of The Dark Horizon (dall’altro EP Rain Of A Thousand Flames) per lunghezza e per struttura. Il resto si divide tra la ballata folkeggiante Neve Rosso Sangue, piuttosto noiosetta, ed Erian’s Lost Secrets, pomposo midtempo non da  strapparcisi i capelli. Le restanti quattro tracce si compongono di parti recitate od orchestrali, in linea con la programmatica definizione di film score (già hollywood) metal. Come ebbi già occasione di dire, durante la maturazione i Rhapsody hanno sacrificato l’orecchiabilità alla dignità. Al debutto erano un gruppo con orchestrazioni di plastica che faceva stornelli da cartone animato anni’80, sembrando i cugini campagnoli che gonfiano il petto ostentando obiettivi e pretese esagerati. Ma dove cazzo devono andare questi, era il sentimento generale, appena scesi dalle montagne e pensano di diventare chissà chi. Da quell’epoca i Rhapsody hanno cominciato un lungo cammino evolutivo concentrandosi nella cura degli arrangiamenti e delle orchestrazioni, buttando a mare ritornelli da osteria, pupazzi, spade di plastica e naivetè de jeunesse assortite.

Il concetto è questo: non esiste niente e nessuno al mondo che suoni come i Rhapsody. I Rhapsody sono diventati un punto di riferimento a livello mondiale per la cura delle orchestrazioni nel metal. Sono un gruppo power metal italiano che vende ovunque,  ha fan club e persino tribute band ovunque. Della band che aveva composto Land Of Immortals registrandola con dubbi mezzi (dalla drum machine al quartetto d’archi della parrocchia) non c’è più niente. Può dare fastidio questa concezione laboratoristica dell’arte, si può provare nostalgia per i romantici tempi degli stornelli con le trombette, ma la verità è che la storia della musica è fatta anche di compositori che sulle proprie composizioni lavoravano di cesello per anni, alla ricerca della perfezione formale, e non solo di azzimati tossicodipendenti bohemien  che buttano giù capolavori in preda al furor poetico mentre una prostituta sifilitica vomita sangue di là nel cesso. Ovviamente i Rhapsody non saranno mai in nessun programma ministeriale di storia della musica, ma il concetto è quello. La ricerca della forma non è un male. Specie se, controcorrente per quanto riguarda il metal, la forma non si ricerca con lo sfoggio di tecnica, né con la destrutturazione analitica. La forma che Turilli e Staropoli ricercano è il bello. Il bello non è sentire quattro nerd esauriti suonare cose difficilissime con la mano sinistra e bendati, e non è neppure sentire quattro altri nerd che registrano una canzone, la smontano al computer e poi, borroughsianamente copia/incollando, la ricompongono. A voi non piace spegnere la luce, mettere le cuffie, chiudere gli occhi e ascoltare tranquillamente un disco impreziosito da mille piccoli particolari, accorgendovi ogni volta di un livello diverso d’ascolto, una linea melodica sottotraccia, un sommesso intervento qua e là di uno strumento apparentemente nascosto da un compatto e strutturato muro di suono, che sia complesso nelle sue parti ma adatto anche ad un ascolto meno attento? È  quello, il bello come lo intendono i Rhapsody. Che ci riescano o meno è soggettivo, ovviamente.

La cosa comunque assurda è che tutto questo sia venuto fuori dall’Italia. I Rhapsody sono seriamente una cosa di cui esser fieri. L’incredibile unicità di questa band, uscita fuori nel 1997 quando sembrava già tutto scritto, è talmente spiazzante da non trovare paragoni nei gruppi metal italiani degli ultimi vent’anni. Ci sarebbe da parlare di come le radio e le tv ‘rock’ di riferimento non si siano mai accorte di loro, privilegiando passare in heavy rotation gruppacci indecenti che vendono un decimo dei Rhapsody e che se non avessero quello spazio mediatico non riuscirebbero a vendere neanche quel decimo, ma questo è un altro discorso. Un fatto incontestabile è che non c’è mai stato un gruppo metal italiano di così ampio respiro e così competitivo a livello internazionale, per di più con uno stile sempre più unico e con un suono che hanno praticamente inventato loro, creando un vero e proprio sottogenere. Da supportare a maggior ragione perché sempre lontani dai riflettori, restii a vendere sé stessi in altro modo che non con la loro musica, e soprattutto incredibilmente esterni ai giri che contano, con tutta quella bella gente prontissima a cantarsela e suonarsela da sola.  Nemo propheta in patria sua. Per tutti questi motivi io sono fiero e felice di essere  cresciuto insieme ai loro dischi. Ora però scusatemi, ho serio bisogno di ascoltare i Disorder. (barg)

6 commenti leave one →
  1. lukasbrunner permalink
    6 novembre 2010 14:34

    Eredi del Prog Rock italiano degli anni ’70, che ancora il mondo intero ci invidia. Noi italiani siamo così: barocchi dentro, molto legati alla forma ed all’estetica. Se da un lato è una maledizione, dall’altro fa sì che ogni tanto produciamo delle cose di una bellezza inarrivabile.

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