Elogio della calvizie: PRO-PAIN – Stone Cold Anger
Quando scrivevo su MetalManiacs ogni anno arrivava il promo del nuovo album dei Pro-Pain. Non li fermava nessuno. Erano già considerati dei veterani perché suonavano da una decina d’anni e, a quei tempi, una carriera decennale equivaleva a essere visti come dinosauri, o giù di lì. Il grosso problema di quei promo, rigorosamente in formato CD, è che nessuno li voleva, perché nessuno sapeva che cosa scriverne. Alcuni azzardavano addirittura dirmi: in fin dei conti del thrash metal te ne occupi tu, il che mi mandava su tutte le furie. Capito che merde?
Quegli album avevano il solo e unico problema di essere tutti uguali fra loro. I newyorchesi non fecero il botto agli inizi per poi adagiarsi. I Pro-Pain sono sempre staticosì, fatta eccezione per un piglio anni Novanta che era ben leggibile fra le note degli album numero uno, due e tre. Ma, attenzione, la qualità di uno, due e tre non era chissà quanto superiore a quella di quattro, cinque e sei, come di solito si immaginerebbe. Erano tutti molto livellati. L’unica differenza la fece l’appoggiarsi, in seguito, a un suono un po’ più duro e moderno e che girava attorno a parole tipo groove.
Allora ho fatto un giochino, perché oggi ho il giorno libero a lavoro, perché fuori fa caldo, e perché sono un pezzo di merda. Sono andato su Google e ho iniziato a cercare le recensioni di Stone Cold Anger. Non leggo mai altre recensioni prima di buttar giù la mia, per il semplice fatto che non voglio che idee altrui diventino lo spunto per opinioni a quel punto condivise, ma non più personali. Me le sono lette tutte. Alcune persone avrebbero fatto come Jack Nicholson su Shining, avrebbero riempito quintali di carta con la stessa frase ripetuta per ore e ore:
Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione. Si segnala il ritorno del chitarrista storico Eric Klinger, che si è occupato anche della produzione.

Era davvero l’unica cosa da dire. Se poi volete leggere che Uncle Sam Wants You! ha un bel piglio punk rock, corrispondente al loro lato più stradaiolo, soltanto impostato in modo molto leggerino, e che Gary Meskil (Crumbsuckers: sempre obbligatorio ricordarli) tenta di fare il Lemmy della situazione, ok, ci ho provato. Ma quella canzone non fa la differenza. Non è più bella delle altre. Demonic Intervention attacca con un riffone metal della madonna ma non si distingue neppure lei. È tutto a cavallo fra il cinque e mezzo e il sei politico, tutto incredibilmente Pro-Pain – e questo non è necessariamente un complimento – nonostante gli undici anni che separano questo titolo dal precedente Voice of Rebellion.
Nessuna sorpresa, nessuna hit, mentre abbiamo ancora in testa il piacevole rimbombare derivato dall’ascolto dell’ultimo dei Social Distortion. Che fanno un’altra roba, sì, ma l’hanno fatta davvero bene. Colleghi, se vi danno un altro promo dei Pro-Pain una capatina dai sindacati io la farei. Io Stone Cold Anger l’ho scelto di testa mia e non so davvero a quale porta potrei bussare. (Marco Belardi)

