Si fa presto a dire NWOTHM, i Mondiali: USA vs Canada

Cominciano i Mondiali della NWOTHM, con una sfida tra due Paesi cugini, Stati Uniti e Canada. Poi si sa, a volte i cugini si stanno sulle scatole e cercano di farsi le scarpe per motivi di eredità… Partiamo comunque dai MAMORLIS di Portland, già incontrati qui. Gruppo di cazzoni dediti ad heavy metal di stampo epico, all’americana: Manilla Road, Cirith Ungol, Slough Feg. E non sono niente, ma proprio niente male. La voglia di suonare rozzi e primordiali ma puntare sulle melodie (voci e chitarre) sono caratteristiche che fanno immediatamente di Proving Grounds un album da godersi e su cui ritornare anche nei prossimi mesi. Non vi spaventi la copertina, piuttosto brutta (grafica da videogame anni ’90). Già la seconda traccia, The Lowland Hundred, è centro pieno. Molto riuscito il suono della chitarra, il riff, la melodia. Gagliarda, un bel fomento. Ottima pure, più in là, Seven Nights, nove minuti tra parti acustiche folkeggianti, heavy doom epico fino al midollo, organi da chiesa e sfuriate. La produzione rozza, quasi da demo, non toglie nulla ad un brano del genere, anzi. Magniloquenza e rozzezza una combinazione che funziona bene, in casi come questi. Quando poi fa capolino un pianoforte alla Virgin Steele (Proving Ground of the Mad Overlord), davvero, nulla da eccepire. Ottima epicità heavy a stelle e strisce.

Un gruppo che proprio non capisco sono i MEGA COLOSSUS. Un equivoco. Come facciano a farsi accreditare come band heavy metal, anche da quei censori puntigliosi di Metal Archives, per me rimane un mistero. A me questi simpatici ragazzotti della Carolina del Nord pare ancora che suonino hardcore melodico californiano, quello più zuccherino nato sulla scia dei NoFX, dei No Use For a Name, dei No Fun At All. Certo, con le armonizzazioni di chitarra, i riff concitati, ma secondo me quello strato di metallo glielo togli con l’unghia come si fa con un gratta e vinci. Anche Watch Out!, come i precedenti, è fatto di canzoncine e ammiccamenti adolescenziali. Poi in copertina mettono guerrieri e mostri alati, invece di skateboard e grafiche demenziali, ma la sostanza vera è quella. Buon per loro, il pubblico giovane, quel poco che c’è, lo trovi nel metallo più che nel punk rock, forse. Chissà com’è in America. Musichetta buona per una pubblicità di merendine, se se ne fanno ancora.

Belli rozzi questi STAINLESS, da Portland pure loro, guidati da tale Larissa Cavacece. Speed, heavy e hard in parti su per giù paragonabili, a seconda del pezzo. L’album si intitola Lady of Lust & Steel, copertina fantasy e fluo. Spandex, pelle, neon, cotone nei capelli. Però attitudine stradaiola, riff secchi e ugola di cartavetrata. Voce calda e bassa, quella di Larissa Cavacece, da camionista, si abbina bene con lo stile semplice degli Stainless. Composizioni semplici. Energiche, per carità. Ammiccamenti NWOTHM, o tipo più che altro quel momento in cui i Thin Lizzy diventavano quasi un gruppo metal. Qui con una camionista alla voce e un immaginario meno sobrio. Ci sta, ma non c’è da agitarsi, il disco scorre via e lascia poco.

Paiono dei Priest rozzi con la grazia dei Cirith Ungol, i LIVING FAST. Vengono dalla Florida e si fanno le foto con le tipe bionde e gli spadoni. Il cantante si chiama Stefano Gugliotta. In pratica sarebbero irresistibili, almeno concettualmente. Il disco si intitola Running Across Steel, copertina fumettosa con tanto di guerriera simil-hyboriana a petto nudo. Dentro, ammiccamenti dei Maiden era Di’Anno e brani come Speed Metal Knights e Metallians on the Road che sono tutto un programma. Lo ammetto: non sono esattamente irresistibili, ma nemmeno ignobili, i Living Fast. Anzi. Pure senza il fattore simpatia si ascolterebbero piacevolmente perché comunque tre o quattro canzoni ne hanno e le hanno registrate abbastanza bene. Tipo Easy Comes, Easy Goes, un brano buono, cosa che manca a più della metà delle uscite NWOTHM. O tipo Dystopian. In realtà è un disco buono, questo qui, e i Living Fast degli amabili defender caciaroni a stelle e strisce. Spero per loro siano tutti a posto con la cittadinanza.

Il Canada non è uno degli Stati Uniti d’America. Non ancora, almeno. Però quando si tratta di metallo tradizionale con gli spadoni non è che i canadesi siano così quieti. Prendiamo ad esempio i RAVENSPELL, dal Quebec, ed il loro esordio Obsidian King. Metallo-metallo, nel senso di heavy classico e piuttosto rigido e freddo nel suono (l’attacco di Relentless somiglia a un pezzo dei Nevermore). Mai estremo ma nerboruto. Un titolo tipo Battleaxe Apocalypse si presta bene ad un massacro a perdifiato sotto i due minuti. Warriors 9 to 5 pare un titolo ironico e invece il pezzo parla di guerra in trincea, non ho capito io il collegamento con la giornata lavorativa. Bel riff comunque. Tendenzialmente un disco ben melodico, ma sono le melodie un po’ che mancano. Il cantato è un po’ qualunque, un po’ ingessato. Però che ne sai, magari la volta prossima ci sorprendono.

Gli SPELL, senza “RAVEN”, sono invece di Vancouver, e sono già al quinto album in dodici anni. Quello precedente non l’avevo coperto. Troppa melodia. Wretched Hearth pure, in realtà, è ben ruffiano. Degli Haunt un po’ gotici con in mente il lato pop dei Blue Öyster Cult e qualche ammiccamento anni ’80 che è pur sempre il revival più condiviso e redditizio. Pure se volessi soprassedere su brutture posticce come Take My Life, pure qui quello che manca soprattutto è una voce personale. Quello incaricato qui, negli Spell, è il bassista Cam Mesmer e non si impegna molto o fa quel che può. Considerando che l’obiettivo è fare un metallo orecchiabile e radiofonico direi che non è molto, non è abbastanza. Già meglio del solito Oubliette perché la canta qualcun altro. Le trame strumentali non sarebbero male e alla chitarra c’è lo stesso Jeff Black dei Gatekeeper, di lui mi fiderei pure. Comunque non so voi ma a me quel revival forzato che pare che gli anni ‘8o fossero tutti come una sala giochi di un telefilm Netflix ha un po’ scocciato. E non è che conciarsi come vampiri posticci da un altro telefilm ancora migliori la situazione. Sono sicuro gli Spell abbiano degli estimatori. Dategli una possibilità, tante volte facciano per voi.

Io intanto mi riprendo con gli IRON KINGDOM, dalla Columbia Britannica. E con loro siamo decisamente in territori più convenzionali, più zona di comfort. E scusate se non lo ritengo un male. Shadows and Dust è un disco di metallo tradizionale, NWOBHM, una puntina di power americano e prog come si intendeva negli anni ’80. Ma senza ammiccamenti e mascheramenti. Amore per il metallo nella sua purezza o quasi. Canzoni che o sono inni o non sono, cori, una voce che canta (pare a momenti Axl Rose che si cimenta a fare Geoff Tate). Parti con Defender ed è immediatamente chiaro a tutti da che parte bisogna stare. Con Blood and Steel, paradossalmente più meditata, e l’attacco vagamente (molto vagamente) alla Running Free, beh, non possiamo fare altro che confermare la bontà della scelta fatta. Non sto a dirvi che Shadows and Dust sia un capolavoro, no. Però un dignitosissimo album di Metallo classico di una band col mestiere giusto e pochi grilli per la testa. Solo, semmai, voglia di scrivere un inno su quanto la gente non sa che si perda a non essere metallari. (Lorenzo Centini)

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