Il troppo stroppia: HAUNT – Mind Freeze

Gli Haunt sono tra le formazioni più apprezzate di quel recente filone retrò alimentato, sia in Europa che in Usa, da trentenni che suonano come se fossero nella Londra del 1980. A me non hanno mai convinto troppo, non perché non mi piacciano, anzi, ma perché trovo che questi californiani abbiano potenzialità enormi che non riescono a far deflagrare a causa di quell’eccesso di prolificità che è spesso il problema principale delle one man band. Sebbene la formazione ufficiale che appare sulle foto promozionali sia composta da quattro elementi, gli Haunt sono di fatto il progetto solista di Trevor William Church, già negli interessanti Beastmaker, dai quali si è portato dietro quella vena settantiana che differenzia il gruppo dal grosso dei revivalisti anni ’80.

Mind Freeze è uscito lo scorso gennaio ed è il terzo Lp pubblicato a nome Haunt in 17 mesi. Nel frattempo, complice il lockdown, Church ne ha prodotto un altro uscito lo scorso giugno, il più tradizionale Flashback, e ha annunciato per questo mese Triumph, che comprende versioni rivedute e corrette delle canzoni contenute nei due Ep Luminous Eyes e Mosaic Vision. Fanno cinque full in due anni e un mese. Nessun vero passo falso ma nessun lavoro davvero vincente, con picchi clamorosi qua e là che vengono smorzati da riempitivi fatti di spunti fugaci che, se digeriti meglio, avrebbero potuto essere coagulati in pezzi migliori.

L’arrembante Hearts on Fire è forse l’episodio migliore di Mind Freeze. Eppure, se si mettessero a pestare, gli Haunt non si distinguerebbero troppo dai vari Cauldron, Enforcer e compagnia. L’album, in virtù del maggior protagonismo di tastiere e sintetizzatori, vive invece di suoni ovattati e melodie pigre e notturne, un tono oscuro e dimesso, quasi da hard rock esoterico dei tempi andati, che dona fascino a una rilettura della Nwobhm tra le più personali che si siano ascoltate di recente.

Light the Beacon e Saviours of Man sanno prendere una materia stantia e vivificarla, rendendola appetibile anche al ragazzino che non sa a memoria le discografie delle vecchie glorie che l’hanno influenzata. E allora qual è il problema? Sulla carta, nessuno; Mind Freeze non riesce a mantenere lo stesso livello di ispirazione per tutta la sua (breve) durata ma rimane un buon disco, forse più che buono, di sicuro superiore alla media delle uscite del settore. Però non posso non pensare che, se da questi cinque full in venticinque mesi ne fossero stati tirati fuori due, staremmo facendo tutt’altro discorso, staremmo parlando di una band in grado di piazzarsi piuttosto in alto nei cartelloni dei festival. Trevor, ti stimo, ma un po’ mi fai incazzare. (Ciccio Russo)

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