Il fuoco sotto la cenere: NEUROSIS – An Undying Love for a Burning World

Come un fulmine a ciel sereno, senza alcuna anticipazione e senza che fossero emerse notizie dettagliate, poche settimane fa i Neurosis hanno pubblicato An Undying Love for a Burning World, una notizia e un album importante per diversi ordini di ragioni: si tratta del loro primo disco in dieci anni; il primo senza Scott Kelly, sostituito – in maniera a suo modo poetica – da Aaron Turner degli Isis, presente anche in veste di compositore;  è un lavoro che esce dopo un periodo a dir poco arduo per la band e che è, allo stesso tempo, tanto difficile e denso quanto straordinario. E probabilmente questi aspetti sono tra loro legati. Perché, come ormai noto, l’uscita/cacciata di Scott Kelly dai Neurosis è stata estremamente difficile e dolorosa: nel 2022, dopo tre anni in cui, fondamentalmente, Kelly non faceva più parte della band, ha pubblicato un comunicato in cui lo stesso, annunciando il suo ritiro “a vita privata”, ammettendo di aver perpetrato nel corso degli anni abusi fisici, economici e psicologici nei confronti della moglie e dei suoi figli, dovuti a dipendenze e sofferenze psicologiche. Annuncio al quale la band ha replicato in modo comprensibilmente duro e netto, stigmatizzando tanto le condotte ammesse da Kelly quanto il suo atteggiamento – asseritamente – tossico, manipolatorio e autoassolutorio, sancendo la fine di qualsiasi collaborazione e chiedendo di rispettare la privacy dei diretti interessati. Passano quattro anni in cui non trapela assolutamente nulla e in cui nessuno dei musicisti ritorna sull’argomento.

Questo è il contesto in cui deve essere inquadrato An Undying Love for a Burning World, un lavoro in cui i Nostri più che riprendere le fila del discorso interrotto con Fires Within Fires del 2013, hanno inteso ripartire da zero con una summa delle diverse sfaccettature che hanno da sempre contraddistinto la loro proposta che è, al tempo stesso, una finestra verso nuovi orizzonti. Un album che richiede diversi ascolti per essere decifrato e per superare alcuni, comprensibili, “pregiudizi”. Perché è inutile girarci intorno: al di là di ogni considerazione sui fatti sopra sintetizzati, ascoltare un disco dei Neurosis senza Scott Kelly sembrava qualcosa di inconcepibile e, ai primissimi ascolti, i 65 minuti del nuovo parto della band risultavano ostici e “sfilacciati”, pur lasciando intravedere una traccia, un filo di un discorso che portava verso qualcosa di rilevante. Un qualcosa che, superata l’acritica diffidenza iniziale, riesce ad emergere in modo sempre più preponderante in un’opera che non solo rappresenta la migliore pubblicazione del gruppo dal 2001 (escludendo la collaborazione con Jarboe del 2003), ma anche una delle più ricche e riuscite della loro ultratrentennale carriera.

Un album in cui a partire dal micidiale incipit di We Are Torn Wide Open/Mirror Deep vengono riprese delle soluzioni più pesanti, spigolose e violente che, almeno in questa forma, non si sentivano da eoni e che richiamano persino lavori lontanissimi nel tempo quali Souls at Zero e Through Silver in Blood. Atmosfere che si alternano nel corso degli stessi brani sia con veri e propri stacchi – tanto da dare, inizialmente, un’erronea impressione di disomogeneità – sia in modo organico, come nelle successive First Red Rays (una Set The Control To The Heart of The Sun in versione apocalittica) e Blind, per chi scrive tra le migliori composizioni mai scritte da Von Till e soci, in cui alle asperità sopra richiamate si uniscono passaggi floydiani – vicini a The Eye of Every Storm– e partiture dilatate interrotte dalle solite colonne di rumore, che portano alla mente A Sun That Never Sets. Il tutto senza “rinnegare”, il corso più riflessivo degli ultimi – più che discreti – album che, a partire da Given to the Rising,  ha caratterizzato il sound dei Neurosis, ma che qui viene rivisto in chiave più personale soprattutto grazie all’apporto di Aaron Turner che si inserisce in modo estremamente naturale nell’alchimia di un gruppo che è stato di grande ispirazione per i suoi Isis.

Una band, quest’ultima, che, in più passaggi, ha il suo peso nei solchi dell’album: alcune soluzioni “post-rock”, una certa circolarità di alcuni riff e, in generale, la struttura di alcuni brani (soprattutto della conclusiva, magnifica, torrenziale, Last Light, che mi ha portato alla mente anche gli ultimi Swans) ricordano momenti di Oceanic e di Panopticon, in un cortocircuito spaziotemporale davvero notevole. E quando le ultime note dell’album continuano a diffondersi nell’aria, non si può che essere estremamente felici, non solo per aver ritrovato una band così importante per la musica degli ultimi decenni, ma per averla ritrovata con uno smalto e un’urgenza che sembrava ormai persa in favore di un più che dignitoso mestiere. E che nonostante la solita quantità di disagio e dolore che traspare dai solchi dell’album, sembra aver raggiunto una nuova serenità, quasi una catarsi all’esito dell’elaborazione di un più che comprensibile trauma. Uno dei dischi dell’anno, uno di quelli che “rimarrà”. (L’Azzeccagarbugli)

Un commento

  • Avatar di nxero

    Era ora, sono d’accordo in linea di massima con la recensione, è un disco che va ascoltato più volte per entrare nei suoi meandri, però il riscatto c’è stato e alla grande. Chissà se avremo mai l’occasione di rivereli dal vivo, visti più volte, sono sempre stati devastanti.

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