Idee balzane: il disco acustico degli UADA
Il disco acustico degli Uada sembrava un’idea concettualmente sbagliata sin dal principio. Le aspettative non è che fossero basse, non ci sono mai state. Vi døde ikke, vi har aldri levd. Solo a sentire la notizia di un’operazione del genere il primo pensiero è andato inevitabilmente al senso di fastidio che avrebbe accompagnato l’altrettanto inevitabile ascolto, perché, del resto, è uscito qualcosa degli Uada: che fai, non lo ascolti? Poi certo, a quel punto uno inizia già a immaginarsi i possibili scenari in cui doversi sottoporre alla fatidica prova, luogo, orario, stato d’animo, situazione meteorologica, per cercare di limitare il suddetto senso di fastidio e soprattutto evitare di coinvolgere anche altri, tipo la moglie, che potrebbe lanciarmi addosso un mattarello. Sapete quando, nel terzo Avengers, Doctor Strange dice di aver visto 14,000,605 differenti futuri e solo in uno di questi le cose sarebbero andate bene? Ecco, sul disco acustico degli Uada non riuscivo a figurarmi neanche quel singolo futuro positivo, con previsioni ancora più nefaste degli Avengers contro Thanos o di Ciccio Russo contro Brock Lesnar.
A un certo punto erano usciti anche i singoli, per la precisione tre, praticamente metà dell’album, che contiene sei pezzi in tutto. Della cover di Something in the Way avevamo già parlato, un compitino senza personalità e senza nerbo; e anche sulla versione acustica di The Purging Fire qualcosa l’avevo accennato, senza sbilanciarmi troppo. Poi era uscito il singolo dell’altra cover, quella di Der Brandtaucher dei Rome, che pure qua: se non la facevano era uguale. Però mancavano ancora le altre tre versioni acustiche, che poi sarebbero Djinn, Devoid of Light e The Dark (Winter), così che c’è un pezzo da ognuno dei quattro loro album.
Sembra che abbia scritto tutto questo per arrivare qui e sorprendervi con un E INVECE seguito da un plot twist alla Shyamalan, ma purtroppo no. Non c’è redenzione in questo mare di lacrime. Il disco acustico degli Uada è proprio un’idea del cazzo come appariva scontato sin dal primo momento, e l’ascolto non fa che amplificare i perché che ti rimbalzano in testa. Che poi a me loro piacciono anche moltissimo, o quantomeno mi piacciono moltissimo i primi due loro album (il terzo meno, il quarto no); ma è forse proprio perché mi piacciono e li conosco bene che non riesco a capire il senso dell’operazione. Non si può neanche dire che sia un disco sciatto o tirato via, come poteva lasciar pensare la resa della cover dei Nirvana: si vede che c’è stato anche parecchio lavoro dietro, sugli arrangiamenti, sugli strumenti eccetera, ma è proprio la resa finale che è incomprensibile. Hanno cercato in ogni modo di fare il miracolo, di rendere credibile il loro black metal in versione acustica, di sviluppare spunti e interpretazioni, ci hanno messo tutto l’impegno possibile. Il problema, come detto, è che è proprio sbagliato come concetto. Su Djinn, ad esempio, c’è un assolo di chitarra acustica mezza spagnoleggiante che onestamente spezza la poesia. Ma la cosa più fastidiosa, almeno per me, sono gli onnipresenti bonghetti che affossano quei momenti in cui potrebbe emergere un minimo di evocatività. A loro evidentemente piace il neofolk, e in qualche modo qui hanno cercato di riprenderne gli stilemi, nell’intenzione di dare una nuova interpretazione ai propri pezzi, però – forse perché conosciamo le versioni originali – la cosa non convince proprio. Un po’ il discorso che si era fatto su S&M dei Metallica: non è che l’obiettivo fosse troppo ambizioso, era proprio sbagliato in partenza. Ora non ci rimane che vederli dal vivo quando torneranno in Italia, sperando che non diano troppo spazio ai pezzi acustici, ché di Xasthur ce n’è già bastato uno. (barg)


