Avere vent’anni: SCOTT KELLY – Spirit Bound Flesh

Il primo solista di Scott Kelly esce un anno dopo il primo solista del socio, e come il primo solista del socio è un disco per sola voce, chitarra acustica e pochi effetti; come con Steve Von Till, i numi tutelari sono i soliti Johnny Cash e Townes Van Zandt, ma infinitamente più di Steve Von Till riesce agilmente a superarli di svariate lunghezze. Le similitudini finiscono qui: dove As the Crow Flies metteva in ordine una serie di canzoni abbozzate e sviluppate nell’arco di quattro anni, Spirit Bound Flesh è un’unica legnata di straordinaria coesione e indescrivibile potenza, portatrice e generatrice di contraccolpi psichici infinitamente più problematici rispetto al già terminale esordio del compare, all’origine un dolore sordo, inestirpabile – la compagna vista morire di overdose davanti agli occhi – con un inizio ma senza una fine. Registrato sotto effetto per l’ultima volta (“Mi fa male il fegato solo a ripensarci”, dirà anni dopo, completamente disintossicato), è più pesante e impegnativo del più pesante e impegnativo disco dei Neurosis, dove l’obiettivo finale era sempre e comunque purificazione attraverso la catarsi; qui invece la portata delle sensazioni evocate è talmente abnorme da disorientare e fare male davvero, non cerca né chiede comprensione o empatia, che però si attivano comunque (almeno da queste parti, da vent’anni esatti). Ci si ritrova alla fine con un globo di dolore impossibile da metabolizzare, che quindi semplicemente resta lì, come un tumore in metastasi. Tutto, i giri di chitarra, le accordature, il riverbero, la scelta delle parole e il modo in cui vengono cantate, innescano una diabolica reazione a catena riattivando una serie di immagini dal catalogo personale dei ricordi peggiori e migliori (ma comunque passati, dunque peggiori al quadrato). In Her Room in questo senso è l’arma più distruttiva, il loop in cui perdersi, rivivere nei minimi dettagli il momento esatto in cui si entra per la prima volta nella stanza di una persona che si è riconosciuta fin dal primo contatto come parte essenziale dell’esistenza:

Era tutto magnifico
Niente faceva male
Restavamo sdraiati attraverso le stagioni
Trasformando il tramonto in alba
In camera sua ero rigenerato
Le onde erano piene e rosse come il sole
Il suo amore scendeva su di me
Diventando il nostro amore
In camera sua ero rigenerato

Tutto il resto è altrettanto micidiale, la seduta di psicanalisi più brutale e implacabile da dopo i primi dischi della Rollins Band ma senza la distorsione e gli amplificatori; talmente grande che lo stesso Scott Kelly, nei numerosi live da solo dalle nostre parti, ha quasi sempre evitato di riproporre anche in minima parte, preferendo concentrarsi sul resto del suo repertorio e, nello scorso decennio, sempre più cover di Townes Van Zandt. (Matteo Cortesi)

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