La lista della spesa di Griffar: ARTANOR, SPELLSWORD

Questo e il prossimo capitolo sono dedicati principalmente a coloro che gradiscono il black metal nella sua forma più atmosferica, melodica e (per così dire) moderata. Tutti gruppi presentati hanno come principale punto di contatto con il black l’uso della voce in screaming, senza la quale ci vorrebbe una certa fantasia per includerle nell’universo black metal. C’è sì una certa oscurità di fondo in tutte le proposte, ma se si parla di black metal come bibbia nera comanda sarebbe meglio rivolgersi altrove. Bando alle ciance, vamonos!

A distanza di 17 anni dalla nascita e dopo aver pubblicato un misero EP un decennio abbondante fa, esordisce con un ottimo full la one-man band australiana ARTANOR. Sei tracce tutte oltre i sei minuti, a parte la conclusiva Despondent Echoes of Misery che sfora i dieci. I pezzi sono tutti tendenzialmente veloci o mid-tempo, poderosi, energici e spaccaossa, con melodie accattivanti e costruzione dei brani e arrangiamenti perfetti, da manuale azzarderei. Stilisticamente In Servitude of Darkness è un’interessante mischione tra black, death, thrash, speed ed heavy metal classico: ci sono momenti in cui mi sovvengono gruppi anni ’80, altri passaggi ricordano il sano death metal a cavallo tra gli ’80 e i ’90, poi si scapoccia con musica simil-Satyricon (quelli veri, quelli vecchi… anche se di black nordico qui se ne può riconoscere parecchio) oppure vicina ai misconosciuti Hirilorn (cult band francese che ha dato genesi ai Deathspell Omega). La voce è un growling strano che ricorda molto quello di Shaxul quando prestava servizio per l’appunto negli Hirilorn, più basso del normale, meno urlato/gracchiato/seviziato. In queste composizioni ci sta a pennello, e il disco ne risente positivamente perché se ci si fosse spolmonato sopra il risultato sarebbe stato di certo peggiore. Nel complesso In Servitude of Darkness è un buon disco che si lascia ascoltare e riascoltare volentieri; per quanto riguarda un eventuale seguito si vedrà, perché se le tempistiche sono queste il prossimo lavoro dovrebbe uscire nel 2040. Certo, quest’anno si scontra con tali e tanti album fuori portata che non riuscirei nemmeno con tutta la più buonissima volontà ad includerlo nella classifica di fine anno, però gli ho comprato il CD e non sono affatto deluso dall’acquisto. Qualcosa vorrà pur dire, no?

Il progetto solista portoghese SPELLSWORD è più morbido ancora. Il debutto assoluto Night of the Grail è uscito da poco e sembra proprio di ascoltare melodeathblack svedese di fine anni ’90. I cambi di tempo sono repentini e frequenti, così come gli artifici per abbellire e impreziosire i brani, arrangiamenti d’archi compresi; la voce è un ibrido ben riuscito tra lo screaming basso di Aldrahan con qualche sfumatura death metal, con poche clean vocals epiche e potenti. Nulla di nuovo, direte voi, eppure vi sfido a rimanere indifferenti agli arpeggi in Knights of Woden, o ai continui stacchi nella title track, probabilmente il pezzo migliore del lotto. Anche brani che in principio sembrano meno interessanti, come Witches’ Hammer, evolvono in maniera inaspettata e sorprendente, tra tempi dispari sincopati e sfuriate blast beat del tutto imprevedibili. L’album è un concept sul mito del Santo Graal, i dieci pezzi tengono sempre alta l’asticella della qualità e non eccedono mai in lunghezza (Revel in Red è la più breve e non arriva ai due minuti, le più lunghe si aggirano sui sei minuti e mezzo, tutto il disco si avvicina ai 53 – non pochi, vero, ma ci può stare). Validissimo il lentone The Elk of Lonetal, molto Dissection, ma di materiale da discarica in questo disco fortunatamente non si rinviene traccia. È un buon esordio, si ascolta con piacere, onesto e genuino. Almeno un ascolto lo merita, suvvia. (Griffar)

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