Avere vent’anni: LOU REED – The Raven

Sono quasi dieci anni che Lou Reed se ne è andato e la sua morte, tra quelle “celebri”, resta tra quelle che, per varie ragioni, mi ha colpito maggiormente. In primis perché, nonostante una vita a dir poco burrascosa, non me l’aspettavo; secondariamente perché non sono mai riuscito ad assistere ad un suo concerto per le più inverosimili coincidenze. Ma soprattutto perché Lou Reed è stato, per chi scrive, uno degli artisti più formativi in assoluto, uno di quegli autori capaci non solo di influenzare una generazione e segnare la storia della musica con i Velvet Underground, ma di reinventarsi costantemente nel corso dei decenni, senza mai suonare datato o fuori tempo massimo, indipendentemente dai risultati non sempre eccelsi.

Infine la morte di Reed mi colpì molto all’epoca perché non potevo tollerare che una carriera rimasta incredibilmente ispirata fino alla fine si fosse conclusa con il terribile Lulu in collaborazione con i Metallica, di cui si salva solo l’iniziale Brandenburg Gate.

Motivo in più per riscoprire il suo penultimo album (se si escludono le musiche per meditazione di Hudson River Wind Meditations) che oggi compie vent’anni: l’affascinante e ambiziosissimo The Raven.

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L’album nasce dall’esperienza di Reed nel progetto POEtry, rappresentazione teatrale collettiva dedicata al genio di Edgar Allan Poe in cui al nostro era affidata la lettura di The Tell-Tale Heart. The Raven è infatti una celebrazione della poetica di Poe in cui si alternano veri e propri recital di alcuni adattamenti di poesie e racconti dello scrittore di Boston (da brividi The Fall of the House of Ushers e il brano che dà il titolo all’album) affidati ad attori di indiscutibile calibro quali Willem Dafoe, Steve Buscemi e Amanda Plummer, intermezzi musicali a metà strada tra la sperimentazione e la colonna sonora e vere e proprie canzoni che spaziano tra diversi generi.

Come è facile intuire non si tratta di un’opera convenzionale né semplice, soprattutto nella sua versione a due CD da trentasei brani che contiene molti pezzi recitati (esiste anche una versione più “convenzionale” da 21 canzoni che comprendono solo tre recital): è un album che richiede pazienza ma che, come tutte le opere più complesse, dona molte soddisfazioni. Perché Reed, autore e regista dell’album, riesce a creare un’atmosfera che va ben al di là della mera colonna sonora di una piece teatrale o di un musical, pubblicando un anomalo ibrido letterario/musicale che pone al centro l’opera di Poe e che nei suoi momenti più riusciti lascia veramente senza parole.

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Un’opera costellata da ospitate di alto livello (da David Bowie ad Ornette Coleman, dalla moglie Laurie Anderson ad Antony) tutte funzionali al risultato finale, in cui Reed riesce persino ad inserire una versione stravolta della monumentale The Bed (tratta dal capolavoro Berlin) e dell’inno Perfect Day, affidata alla vibrante voce di Antony.

Nulla è banale e scontato in quest’opera: dall’improvvisato crooner di un sorprendente Steve Buscemi su Broadway Song allo straordinario momento punk-wave di Blind Rage, dalla gemma The Guilty al rock n’roll “standard” di Edgar Allan Poe. Col passare dei minuti e degli ascolti si rimane rapiti da un lavoro senz’altro imperfetto (qualche lungaggine di troppo, alcune composizioni non all’altezza) ma assolutamente ispirato e fresco, soprattutto se si considera la carriera e l’età del suo autore. Un’esperienza unica, una delle migliori pubblicazioni dell’ultima parte carriera del nostro, ulteriore ed ultronea dimostrazione di quanto manchi oggi nel panorama musicale una figura come Lou Reed. (L’Azzeccagarbugli)

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