La finestra sul porcile: BONES AND ALL

La dice lunga il fatto che, nel cercare immagini per questo articolo, abbia faticato a trovarne alcune che riescano almeno in parte a restituire il senso di inquietudine e disagio, forse più che orrore, che trasmette per lunghi tratti Bones and All, la pellicola con cui Luca Guadagnino rilancia la svolta alla sua carriera dopo lo splendido (pur con tutti i suoi difetti) remake di Suspiria. Insomma, si trovano per lo più primi piani languidi dei due protagonisti, trasmettendo in fondo il fatto che si tratti principalmente di un film sentimentale. E in fondo per certi versi lo è, più ancora che un film dell’orrore, ma non fraintendete. La dice lunga, sì, ma non perché l’orrore sia un vago pretesto. Credo la dica lunga perché, a visione avvenuta, sai bene che tutti i passaggi più cruenti sono terribilmente crudi o sottilmente, ma violentemente, inquietanti e non proprio pubblicizzabili nel contesto di un film che si rivolge ad un pubblico più ampio del nostro circolo di amanti dell’orrore, del gore, di quelle cose lì. Poi possono partire i soliti distinguo, sia da parte dell’autore che dei detrattori, tanti puntini sulle “i” e tanti “sì, ma questo non vuole essere un horror”… E però vi dico che lo è: anche se Guadagnino non ha nessuna intenzione di rimanere intrappolato in definizioni da cinema di genere, è evidente sia il suo tributo al modo di fare del cinema classico del terrore (alcuni movimenti di camera, alcuni zoom, come già in Suspiria), sia la crescente padronanza nella maniera di sottoporti la Paura ed il Rivoltante a volte in maniera sottile, a volte con potenza inusitata. Quello a cui vi sottoporrà a inizio visione farà la differenza tra chi starà al gioco e chi non potrà sopportare. Credetemi, un momento di cinema decisamente indimenticabile.

Poi in realtà Guadagnino, qualsiasi cosa guardiate, è essenzialmente interessato a una dinamica specifica. Ovvero come una persona, nel corso della sua crescita, debba fare i conti con quello di sé che nemmeno immaginava, che scopre essere attraente ma anche che lo separa dagli altri (quelli da cui inizialmente desidera accettazione), mentre lo accomuna invece ad un altro mondo, composto di altri individui al limite, talvolta inaccettabili quando non del tutto rivoltanti. Quindi di base l’accettazione di sé, di solito (anzi, sempre) attraverso un legame sentimentale/erotico fortemente segnato da qualche tabù difficile da digerire. Quindi in Chiamami col tuo Nome un’iniziazione (omo)sessuale segnata da una importante differenza di età. In Suspiria (primo “horror” del regista italiano) una dinamica simile, pure se virata al femminile, in cui la stregoneria va a rappresentare secoli di inquietante oppressione e colpevolizzazione del genere femminile (però con un importante distinguo rispetto a certe semplicistiche gogne messe in atto di recente). In Bones and All (e questo dovreste saperlo già, senza spoiler, altrimenti non capirei nemmeno perché siete arrivati a leggere fin qui) il tema è il cannibalismo. Ma ancora una volta a Guadagnino (come credo a Camille DeAngelis, autrice del romanzo da cui è tratta la sceneggiatura) non interessa minimamente usarlo per porre domande semplicistiche ed ipocrite (“chi sono i veri cannibali?”, per dire, alla Cannibal Holocaust). Interessa piuttosto la cesura, la fortissima separazione tra sé e gli altri, con un tabù molto più forte e disgustoso: ovvero il vampirismo, spesso usato con la stessa chiave ma ormai addomesticato nella narrazione contemporanea. Il cannibalismo (per fortuna) non lo è, e Guadagnino vi metterà pesantemente alla prova. Non con effetti gore. Semmai non risparmiando il suono, le mosche (dato che l’odore non è riportabile al cinema) e le vite dei mangiati. Tratteggiati con pochi tratti, ma sufficienti a dare una misura della mostruosità di quello che accade.

Come il vampirismo, il cannibalismo è morte, degrado, condanna, disgusto di sé, e poi estasi. Gioca con la fame al posto della sete, ma il concetto è sostanzialmente simile. Come nel caso del vampirismo, puoi utilizzarlo per evocare qualsiasi realtà che pone ai margini, come la tossicodipendenza, l’omosessualità, la povertà invisibile, l’apolidia. Solo che, come dicevo, il tabù è rimasto fortissimo, non sputtanato da romanticismo ottocentesco e minchiate adolescenziali di massa. Quindi Bones and All mette alla prova ancora di più quando racconta quelli che mangiano. Che, a parte i due protagonisti, sono una piccola galleria dell’Abietto, con una serie di sequenze che riusciranno di sicuro ad appiccicarvi addosso una sensazione di inquietudine e disagio. Anche non risparmiando nulla nell’evocare altri inquietanti aspetti della psiche umana con cui caratterizzare quelli, ancora più rivoltanti, perché reali e frequenti: pedofilia, autolesionismo, misoginia, totale dissociazione da qualsiasi forma di empatia. Così non dimenticherete gli sguardi del redneck sosia di Matt Pike e del suo socio con la maglia dei Dokken, il momento in cui Chloë Sevigny appare, lentamente, sullo schermo. Su tutti, l’interpretazione davvero perturbante di Mark Rylance, grandissimo lui quanto inquietante il suo personaggio. E, visto che parliamo di attori, il cammeo ritagliato per Jessica Harper in persona la dice lunga. Una dichiarazione così trasparente di amore e rispetto per il cinema dell’orrore non potevamo trovarne. Forse più De Palma che Argento, ne convengo. E pure Romero (con altri mezzi ed espressività) per la capacità di rivoltare sottilmente tematiche date per scontate. È anche bravo a cercare nei riferimenti giusti spunti ed elementi da fagocitare nel suo cinema per amplificarlo. Come in scenografia e fotografia, che quando rappresentano le piccole cittadine di provincia, specie con le luci del crepuscolo o della notte, sono un omaggio dichiarato a Gregory Crewdson. Uno che col Perturbante, l’Inquietante, sa muoversi. Per quanto riguarda la musica, stavolta il tema principale è affidato a Trent Reznor e Atticus Ross, minimale e delicato, quindi non paragonabile allo straordinario lavoro espressionista di Thom Yorke per Suspiria. Il resto della colonna sonora è una cassettina proveniente direttamente dagli anni ’80. Così il ballo adolescenziale su Lick It Up dei Kiss, tra poster degli Iron Maiden e riviste porno, è di sicuro un’altra sequenza memorabile. Poi Joy Division, New Order, Duran Duran.

Già, il glamour. Quello a cui appartengono i due giovani attori protagonisti. Timothée Chalamet, qualsiasi cosa si possa pensarne come attore, è funzionale con la sua fisicità per questa storia di adolescenza fragile. Solo non capisco il taglio dei suoi pantaloni, problema mio. Brava Taylor Russel. Nel finale, nella vasca da bagno, il primo piano sulla mano, ecco un’altra immagine indimenticabile, un altro incubo. Rassegniamoci. Non li vedremo, i due protagonisti così come il regista italiano, ad un festival horror nostrano, insieme a Ruggero Deodato o Sergio Stivaletti. Immagino che non li incroceremo nemmeno da Bloodbuster a Milano o al Profondo Rosso Store a Roma, per una sessione di autografi. Più probabile non si allontaneranno dai tappeti rossi di Piazza della Repubblica, o ovviamente di Hollywood, il mondo a cui appartengono. Quello delle riviste patinate. Ma non sottovalutate per questo il cinema horror di Luca Guadagnino. (Lorenzo Centini)

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