In memoria di Henry Silva e di un cinema che non c’è più

La morte di un ultranovantenne non può assurgere al rango di drammatica tragedia o terribile fatalità, a meno di non voler considerare normale, per gente più vicina ai cento che ai cinquanta, l’idea di fare l’allenatore in Serie A o il tiktoker. Henry Silva è scomparso a pochi giorni dal suo novantaseiesimo compleanno e a poche ore di distanza da Axel Jodorowsky, il figlio del regista Alejandro. Le due notizie hanno attinenza? No, a parte la comune esperienza dei due con produzioni italiane, ma insieme ad un attore che ha recitato per quarant’anni in una interminabile lista di film, mi sembrava giusto anche ricordarne uno misconosciuto ai più, che di film ne ha interpretato due o tre ma che con uno si è guadagnato un posto nella leggenda.

Dicevamo di Henry Silva, che se ne è andato portandosi dietro una delle ultime facce memorabili del cinema di genere italiano. Metà spagnolo e metà siciliano, abbandonato dal padre ancora prima di compiere un anno di vita, Silva si era sostenuto facendo lavoretti umili prima di entrare all’Actors Studio e cominciare a lavorare con grandi registi come John Frankenheimer e John Sturges ed era l’ultimo componente della banda dell’Ocean’s 11 originale ancora in vita. Verso la metà degli anni ’60, dopo aver ottenuto un discreto successo con Johnny Cool nella sua prima parte da protagonista e interpretato il ruolo di un agente segreto giapponese nel flop The Return of Mr. Moto, si ritrovò a compiere una scelta comune a molti suoi colleghi dell’epoca: trasferirsi in quello che Fernando Di Leo definiva “il cimitero degli elefanti del cinema“, ovvero l’Italia. Ci lavorerà più o meno ininterrottamente per una decina d’anni, prima in un paio di parodie di film di spionaggio, poi trovando la sua dimensione perfetta nel florido filone poliziottesco, in cui si ritrova quasi sempre a vestire i panni del criminale. Eppure nella sua primissima fase europea veniva scelto più spesso come buono (Quella carogna dell’ispettore Sterling, Probabilità zero), rispetto ai ruoli negli States.

Sarà proprio Di Leo a cambiargli la carriera con La mala ordina e poi con Il boss, ultimi due capitoli della trilogia del milieu. Con Lenzi (“L’unico regista che strillava non perché era incazzato ma perché era fatto proprio così“) arrivò anche un clamoroso successo commerciale grazie a Milano odia: la polizia non può sparare. Nel mezzo, anche una parte da protagonista in un piccolo gioiello misconosciuto, Quelli che contano, mafia movie liberamente ispirato a Per un pugno di dollari con la Sicilia ricostruita tra le viuzze di Montecelio e la campagna romana. Tornerà in Italia negli anni ’80 per girare un altro paio di film con Di Leo e un post-apocalittico di Castellari e infine negli anni ’90, per chiudere tristemente con un cameo ne Il silenzio dei prosciutti. Prima di lavorare con Ezio Greggio, avrà anche l’onore di farsi ammazzare da Chuck Norris ne Il codice del silenzio di Andrew Davis.

Diane Haithman scrisse di lui su Variety che era “un attore che ami odiare, con quella faccia intagliata nell’acciaio e gli occhi di uno psicopatico” e in effetti Silva stava al poliziottesco come Jack Palance stava al western: uno di quegli attori che richiamava immediatamente un genere specifico, anche se di quel genere avevi visto al massimo la pubblicità dei Bellissimi di Rete 4. La sua morte non chiude un’epoca, perché quell’epoca è finita da più di quarant’anni e perché qualche interprete del tempo è, fortunatamente, ancora vivo e vegeto, ma si porta via un piccolo pezzo di storia del cinema. Di nicchia, sempre più dimenticato, ma pur sempre un pezzo di storia. (Matteo Ferri)

One comment

  • Ho una certa quota di feticismo per i vecchissimi film di Tomas Milian. Ricordo, molto più prosaicamente di te, Silva nei panni di Brescianelli ne “Il trucido e lo sbirro”.
    Ci sono un’infinità di cosiddetti b-movie che, ai miei occhi, di marginale hanno ben poco rispetto a pellicole ben più blasonate. Soprattutto nel mio presente trovo stimolante rileggere quelle pellicole con le categorie tratte dall’esperienza accumulata. Vale anche per la musica che trent’anni fa avrei sottovalutato o quantomeno trattato con superficialità. Al contempo provo ribrezzo per tutte quelle weltanshauung da social fondate su una tristissima malinconia elitaria, come a voler sottolineare l’attuale incomprensione giovanile. Del tipo: voi non c’eravate, qui noi la sappiamo lunga e stronzate passatiste da “si stava meglio quando si stava peggio”. Siete diventati macchiette nell’organigramma del fascismo mitologico da luogo comune. I treni che passavano prima e la funzionalità autarchica. L’audacia che verrà trasmessa alle italiche generazioni successive. Solo che ora non c’è manco uno straccio di idea sul futuro. E la nostra generazione, oltre a non aver combinato un cazzo di significativo nel compendio della storia, si guarda indietro persino con nostalgia. Porco dio! Ma dare una mano a chi è giovane a costruire qualcosa? Partendo anche solo dal prendere atto che chi va a scuola con tuo figlio è nato qui ma non sa molto di quello che è successo qui. Perché viene da qualche altrove di serie b, c e così via ed è privo del potere di chiamare questa terra Hesperia. Non so se è chiaro l’implicito.
    Guardate questi film con i vostri figli, i vostri nipoti, gli amici dei vostri figli e nipoti. E raccontate loro che la nostra generazione ha sfiorato gli anni sessanta e soprattutto gli anni settanta. Noi c’eravamo col cazzo. Ma forse qualcosa abbiamo capito. Basta avere la pazienza di trasmetterlo.
    Mi piace pensare che questo sito, nel suo piccolo, trasmetta cultura e inneschi curiosità, non solo tra chi ha tra i quaranta e i cinquant’anni.

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