IMMOLATION – Acts of God

Stefano Mazza: Acts of God è un disco da professionisti, perché non solo è suonato da un gruppo di grandi professionisti come gli Immolation, ma richiede anche l’attenzione di ascoltatori professionisti, con una certa esperienza e con il gusto per l’ascolto anche lungo e meditato. Il disco è di una profondità e di una serietà rare, a cominciare dall’estensione: quindici brani per cinquantadue minuti di musica e sono tutti effettivi, dal momento che le introduzioni e gli intermezzi sono pochissimi e anche questo è indice di serietà. Già, perché non si può forse dire che le introduzioni, le parti narrative e gli outro rompano i coglioni? Certo, ci sono alcune pregevoli eccezioni, oppure in epoca storica c’era chi ci sapeva fare davvero, ma nella maggioranza dei casi si tratta solo di tempo sprecato, sia oggi che ieri. Tornando ad Acts of God, qui di tempo invece non ne viene sprecato neanche un po’: il disco è tutta composizione e, per di più, composizione densa, drammatica, variegata, intensa, che richiede ogni attimo della nostra attenzione. Ci sono solo due brevi strumentali: la prima Abandoned, che introduce l’atmosfera generale del lavoro e And the flames wept, che introduce il finale. Acts of God è un lavoro di ottime idee, di materiale sonoro ben bilanciato fra aggressività, potenza e complessità.

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L’uso di dissonanze e atonalità, che caratterizza da sempre l’arte degli Immolation, è misurato e rimane funzionale al risultato finale: viene usato per variare l’armonia dei brani e per creare interesse nell’ascoltatore. Un discorso simile si può fare per la parte ritmica, che, accanto alle parti più classiche e lineari, include tempi sincopati, composti o anche dispari, i quali sono proposti con disinvoltura, ma anche con saggia parsimonia. Troviamo, infine, il noto growl baritonale e maligno di Ross Dolan, che rimane perfetto, come sempre, proprio sopra a questo tipo di suono.

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Un altro pregio di Ross Dolan è che suona il basso con le mani

Con questo livello di complessità si può anche capire il motivo della lunghezza del disco: quello degli Immolation è un discorso che necessita di una certa ampiezza per essere espresso, spiegato e portato a termine compiutamente e per questo pochi minuti non sono sufficienti. Comunque sia, Acts of God è lungo, ma non per questo è prolisso: le singole canzoni non hanno mai, infatti, una durata eccessiva e risultano fruibili, rendendolo un disco godibile e, per chi ama il genere, estremamente ascoltabile anche a distanza di tempo. Gli Immolation sono leggende viventi e Acts of God è un disco che li rappresenta alla perfezione: è un monumento al death metal e, per quanto mi riguarda, è già uno dei dischi dell’anno.

Griffar: Slotheim, Germania, agosto 2016, al Party-San, primo pomeriggio. Ieri è stata una giornata infame, malata, freddissima – detto da uno che a zero gradi gira in maniche corte – e umida, io mi sono fatto tutto il giorno sotto il palco e sono quasi senza voce. Oggi va meglio, il tempo è meno merdoso, mi stacco dal palco dopo essermi nuovamente sgolato e trovo a bighellonare Ross Dolan tra i banchetti. Non un tipo che passa inosservato, il classico armadio a quattro ante. Mi avvicino a lui e con voce stentorea attacco conversazione: “Hey man, grazie di essere qui, sono venuto con un amico soprattutto per vedere di nuovo un vostro concerto, come va?” ; lui: “Tutto ok, amico, ti stai divertendo vedo, è un fuckin’ great festival questo, vero?” ,“Certo, e come (gli faccio vedere la maglietta con il loro logo) ; Lui: “Ehi, ma tu non sei uno di quei due motherfuckers che l’altr’anno a Brescia avevano raised hell in the pit bangin’? You guys fuckin’sickos!!!” Io: “In person”. Lui: “Questa sera spacchiamo culi di nuovo, can’t wait to see you in the pit, grazie per aver fatto tutti questi chilometri per noi, non vi deluderemo”.

Capito che è Ross Dolan? Una leggenda vivente, un pilastro del death metal che a distanza di tempo si ricorda di te perché hai fatto un casino della forca sotto il palco quando loro stavano suonando. Neanche fossi il suo migliore amico, o uno di quegli amici che vedi una volta ogni tanto e quando ti capita è festa grande. Quella sera (tardo pomeriggio, va’) hanno deluso? Figuriamoci… hanno spaccato come sempre, l’unico commento possibile dopo un’estenuante ora di concerto nel quale hanno sciorinato un sacco dei loro classici dai più datati ai più recenti è stato: “Quanta cattiveria, porco XXX“. Quanta cattiveria. La stessa che trovate in tutti i loro dischi, undici full-length sparsi in una carriera oramai ultratrentennale che non ha mai avuto cali fisiologici, momenti meno ispirati o belinate di questo genere.

E così è appena uscito l’undicesimo album degli Immolation, s’intitola Acts of God e rompe culi, come sempre. Se vi fa piacere dirlo nella loro lingua madre it kicks asses ma tanto ci siamo capiti. Tredici brani più una intro ed un breve intermezzo sul finire, altri tredici classici che ti aspetti suonino dal vivo e ti disosseranno come tutti gli altri, come Dawn of Possession, come Here in After, come tutti gli altri brani che li hanno resi l’icona del death metal che si meritano di essere. Ecco, l’unica cosa che un po’ mi spiace è che le generazioni un po’ più giovani della mia fatichino a riconoscere agli Immolation il ruolo primario che noi deathster più datati invece diamo per scontato: i Deicide hanno scritto Deicide e Legion ma dopo qualche toppa l’hanno fatta e pure maestosa, i Morbid Angel anche, gli Obituary invece pure… Gli unici gruppi di death americano che non hanno mai sbagliato un disco sono due: i Possessed e gli Immolation. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro. Acquisto obbligatorio… e grazie di tutto, ragazzi.

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