Avere vent’anni: RHAPSODY – Power of the Dragonflame

Nel 2002 i Rhapsody erano in pieno delirio di onnipotenza, e ne avevano ben donde: avevano pubblicato tre dischi che avevano sconvolto la scena power mondiale, erano in stato di grazia, potevano vantare imitatori in tutto il pianeta e avevano raggiunto vette di notorietà che un gruppo italiano non avrebbe mai potuto neanche sognare prima di loro. Erano talmente pieni di idee che avevano appena pubblicato un disco di tre quarti d’ora spacciandolo come EP giusto per tenerlo sotto ai radar perché il contenuto non era perfettamente in linea col loro stile. Arrivati nel 2002 le aspettative per il nuovo disco dei Rhapsody erano spasmodiche; quantomeno tra i loro sostenitori, perché i detrattori erano feroci e altrettanto numerosi.

Power of the Dragonflame è la rappresentazione plastica del suddetto delirio di onnipotenza. Ormai erano un gruppo arrivato e si potevano permettere qualsiasi cosa. A partire dall’aspetto formale: copertina e artwork spaziali, che si lasciavano alle spalle i disegnini semi-amatoriali del passato; produzione curatissima che fa sembrare quelle dei dischi precedenti dei demo registrati in cantina. Musicalmente siamo dalle parti di Symphony of Enchanted Lands, ma potenziato e reso più credibile dalla resa sonora migliorata: quindi composizioni complesse, tendenzialmente drammatiche, con pesanti arrangiamenti orchestrali e un che di cinematografico ad ammantare il tutto. Questa tendenza verrà poi accentuata nei dischi successivi, che si accartocceranno sempre più favorendo la complessità di composizioni e arrangiamenti a scapito delle melodie. Era chiaro a questo punto che Dawn of Victory doveva rimanere un episodio il più possibile isolato, coi suoi ritmi zumpettanti, il suo andamento lineare e la sua atmosfera da sbronza nella taverna dei folletti.

In realtà il disco ha una netta cesura dopo i primi tre pezzi, più immediati e orecchiabili degli altri. Knightrider of Doom è la tipica apertura dei Rhapsody, Power of the Dragonflame è l’inno da cantare abbracciati ai concerti con lo stinco di maiale in mano, The March of the Swordmaster è una rielaborazione salterella di una melodia tradizionale. Sono queste tre le canzoni che rimangono più in testa, a dirla tutta. Dopodiché parte When Demons Awake, strombazzatissima all’epoca perché presentata come il pezzo in cui Fabio Lione canta in growl, anche se in realtà il Nostro si limita ad arrochire la voce per poi distorcerla in studio; il pezzo peraltro fomentò talmente tanto i suoi autori che nelle interviste iniziarono a parlare del progetto Rhapsody in Black, poi rimasto solo sulla carta, in cui avrebbero estremizzato il proprio stile. I pezzi restanti sono particolarmente complessi, drammatici e quasi oscuri, con l’apice nella suite conclusiva Gargoyles, Angels of Darkness, diciannove minuti in cui qualsiasi freno inibitorio viene gettato a mare. Non possiamo qui esimerci dal citare la mitologica Lamento Eroico, ballata in italiano con un testo ampolloso ed enfatico almeno quanto il timbro drammatico usato da Lione.

Con Power of the Dragonflame si chiude non solo la Emerald Sword Saga ma soprattutto il quartetto di dischi classici dei Rhapsody: tutto quello che verrà dopo, per quanto apprezzabile, cercherà sempre di ripetere i fasti di questi album. Quindi alziamo i boccali e diamo un generoso morso ai nostri maialini allo spiedo per Luca Turilli, Alex Staropoli, Fabio Lione e la loro possente drum machine: e chi gli vuole male possa venire arrostito vivo come il suddetto maialino. (barg)

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