Heavy metal e baffoni anni ’80: VENATOR – Echoes From the Gutter

Scrivere la recensione d’un disco del genere non è affatto facile. Potrei tagliare corto e dire che attualmente, e per fortuna, esistono centinaia di gruppi come questo, ma che, a differenza di tant’altri, i Venator si distinguono per qualcosa. Oppure potrei fare la track by track, quel genere d’articolo per cui Sergio Mattarella ha appena espresso la volontà di conferire il TSO immediato agli autori. Una roba tipo “il finale alla Hit the Lights di Howl at the Rain lascia il testimone all’intro ipnotica di The Seventh Seal, un robusto heavy metal fatto di riff tellurici dagli eighties sui quali la voce priestiana di Johannes Huemer impone il proprio dominio”.

L’imbarazzante realtà è che Echoes From the Gutter suona davvero come un rimescolone di heavy metal già sentito: il finale del pezzo iniziale (o opener, termine che fa incazzare il Carrozzi ogni volta che lo ripeto) è realmente una caciaronata alla Kill ‘em All e quel che segue ci riproporrà una voce alla Halford in versione controllata (non i toni alti a oltranza di Painkiller, insomma) con un pizzico di Blackie Lawless in aggiunta. Una voce piena e particolarmente adattabile a qualsiasi situazione, quella di Huemer. Certo è che i Venator fanno un abuso tossico di introduzioni; accade quasi in ciascun brano e crea un certo pathos finché non diviene ripetitivo, ma il loro è un heavy metal del tutto indipendente da quello rileccato e zeppo di synth che dal 1984 in poi s’era preso tutta quanta la scena. Dipende piuttosto dagli anni d’oro degli Angel Witch, dai primissimi Savatage o Omen, e, naturalmente, da qualche inflessione maideniana come quelle rintracciabili in Red and Black.

Vengo al punto: conosco a memoria le prime cinque canzoni del disco e grossomodo apprezzo le seguenti. Nightrider e Manic Man, poste esattamente a metà del viaggio, sono enormi. Avrei distribuito meglio la scaletta? Forse. Ma se ho memorizzato una metà abbondante di Echoes From the Gutter allora vuol dire che i Venator hanno completamente fatto centro. E non è frequente, in questo miasma di giovani formazioni wannabe dedite a rifare la musica in voga a scopi tutt’altro che commerciali. Mi auguro che questo fenomeno vada avanti, perché, anche se la percentuale di gruppi realmente degni di nota non è assai alta – come facilmente immaginabile – ogni qualvolta assisto a pubblicazioni a firma Hitten, Hazzerd, o in questo caso Venator, mi esalto. E non perché abbia una mentalità ferma ai miei diciotto anni, ma perché l’heavy metal è questo, non necessita di ritocchi ma di interpreti capaci di metterlo in atto, in mostra, in scena. Evolvere l’heavy metal non è un tabù, così come riproporlo nella sua forma più elegante e funzionale non deve esser sinonimo di individui futuristi che improvvisamente si mettono a rompere le palle come nel ’95, quando c’era chi affermava che Heart of Darkness fosse “la solita solfa prodotta meglio”. Se non vi piace siete liberi di scegliere fra innumerevoli opzioni fra cui quella di andare a fare in culo; se volete l’heavy metal, questo è l’heavy metal. Ed è fatto parecchio bene, pure da gente che nelle foto promozionali si presenta a cazzo duro, tutti coi baffi da pornoattore anni Settanta. Attualmente uno dei migliori dischi del 2022. (Marco Belardi)

6 commenti

  • Mah.. Io torno a quanto ho detto ieri a proposito dei Blood Incantation : questi gruppi retrò sono veramente una roba brutta e inutile. Piuttosto che supportare questa farsa vado volentieri a fare in culo, e se il metal il massimo che può offrire oggigiorno è una carnevalata simile è cosa buona e giusta che scompaia.

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    • Mah, io posso comprendere l’amarezza mista rabbia che provi nel vedere che il metal oggi è un’immensa operazione di riciclo. Però la maggior parte dei capolavori metal non sono originali eppure spaccano di brutto dal primo all’ultimo secondo. Chi ha mischiato questo e quello, chi questo quello e quell’altro… la percentuale di dischi anche storici scritti da gente che non inventa nulla è decisamente sbilanciata rispetto a quelli di chi si è inventato un nuovo modo di suonare. Ma questo succede praticamente in ogni genere musicale. In alternativa saremmo costretti ad ascoltare per sempre solo Kill’em all, Iron Maiden, Show no mercy, Seven Churches o A blaze in the northern sky e pochi altri, perdendoci anche della gran musica. Sinteticamente, si può essere grandi artisti senza aver nulla di originale.

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      • Un conto è prendere ispirazione o rifarsi a certi modelli del passato, un altro è limitarsi ad essere una mera copia carbone. Berardi menziona i Grave Digger nell’articolo; loro negli anni novanta hanno ripreso il sound del decennio precedente ma non sono mai stati un clone dei judas priest. Oppure nel black metal tante band depressive nei primi duemila erano palesemente derivate da Burzum ma, ancora, non si sono limitate ad esserne la cover band. Queste sono cover band. Che interesse ci può essere, soprattutto in chi ascolta metal da decenni, nell’ascolto di una band del genere? Ripeto, prendere spunto, essere ispirati o rielaborare un sound è un conto, limitarsi alla copia pedante è un altro. Poi magari mi sbaglio io, amen

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      • Concordo in toto con te Griffar. Onore al merito di chi ha saputo inventare qualcosa di nuovo a suo tempo ma per quanto mi riguarda, l’originalità non è un requisito imprescindibile. Il metal del resto vanta molteplici sottogeneri e stili ma non posso pensare di dover ascoltare solo il primo gruppo che li ha proposti e considerare tutti gli altri gruppi come derivativi e non degni di meritare attenzione in quanto non originali. A me interessa solo che siano belle le canzoni, se vado a mangiare una pizza e mi servono una margherita strepitosa di certo non mi lamento col pizzaiolo perchè la ricetta è vecchia di 200 anni. Anche perchè poi a furia di evoluzioni si finisce col mettere l’ananas o il caviale sulla pizza, o roba simile. Anche il metal ha avuto un’evoluzione tale da essere diventato un qualcosa di completamente diverso dalle origini. Forse dopo decadi di crescita, trasformazioni e ibridazioni con altri generi, qualcuno deve aver pensato “sai che c’è, abbiamo sperimentato per tutti questi anni ma in fondo mi mancano i tempi di Screaming for Vengeance”. Io sono tra questi perchè è quello il metal che mi esalta maggiormente rispetto ai gelidi e cervellotici stili contemporanei e benedico dunque l’arrivo di gruppi come Traveler, Riot City, Chevalier, Eternal Champion e compagnia classicheggiante. Non avranno inventato nulla ma a me va benissimo così.

        PS: questo dei Venator non mi ha particolarmente esaltato comunque. A livello di uscite recenti sono invece rimasto in fissa con Solid Source of Steel dei Sin Starlett.

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    • A me queste ondate retrò fanno pensare che, forse, si è troppo velocizzata la… macchina… mi spiego.

      Fino a non troppo tempo fa, una band iniziava – ovviamente – facendo cover. In cantina a spaccarsi il culo. Poi i primi concertini a dare la giusta carica. Poi di nuovo in cantina. Le cover diventavano sempre più personali, nascevano i primi pezzi “propri” e, pian piano, se c’era talento o anche solo voglia di emergere (lasciamo perdere la merda) il gruppo arrivava a incidere qualcosa in cui, sì, le “radici” si sentivano, ma c’era originalità, o se volete, quel minimo di maturità. Ecco. I gruppi di oggidì mi danno l’impressione di non aver passato sufficiente tempo a coltivare la propria personalità in cantina. E, ovviamente, questo significa che il pubblico si accontenta di cover.

      My two cento Lire.

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  • Quasi quasi questi non sono male nel loro essere derivativi, però almeno la tradizione delle copertine dimmerda potevano abbandonarla.

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