Avere vent’anni: SAVATAGE – Poets And Madmen

Barg: A meno di incredibili colpi di coda, questo è l’ultimo lavoro dei Savatage. Appartiene a una categoria di dischi per cui io ho sempre avuto un debole: quella degli album dimessi, di basso profilo, che sembrano fatti quasi esclusivamente per il gusto dei musicisti stessi e che, forse proprio per questo motivo, di solito sono considerati dischi minori. In effetti Poets and Madmen lo è davvero, un disco minore, anche perché è uno dei due-tre peggiori in assoluto dei Savatage (in una discografia costellata quasi esclusivamente da capolavori da lacrime, un bel disco sarà inevitabilmente in fondo alla classifica). Tre pezzi davvero spettacolari: Stay with me Awhile, Commissar e The Morphine Child, altrettanti pezzi bellini e qualche filler di troppo. Me lo sono fatto bastare all’epoca e me lo faccio bastare tuttora, nonostante ogni volta che lo rimetta su finisca per sentire quasi solo sempre quelle tre. Disco dimesso, dicevamo, senza fronzoli, senza troppe sovrastrutture fru-fru, con la magniloquenza del musical ridotta ai minimi termini e che trova il suo massimo colpo di coda nella fotografia del mignottone in bikini nascosta sotto alla plastica porta-CD, come in una caccia al tesoro fatta in fretta e furia. La voce di Jon Oliva ormai distrutta dagli abusi e dal dolore unica possibile interprete di questa narrazione a volte lineare, a volte singhiozzata, decisamente fuori dalle corde del riccardone Zak Stevens. Commovente che a chiudere il cerchio di uno dei gruppi più enormi degli Stati Uniti d’America sia Poets and Madmen, disco dai contorni sfocati, intrinsecamente incompiuto e parzialmente incomprensibile, dopo il quale iniziò una pausa di riflessione che dura ostinatamente ancora oggi, quasi per principio, persino dopo la morte di Paul O’Neill che rende scontata la conclusione della faccenda. Jon Oliva si porterà la pausa di riflessione nella tomba, senza mai aver avuto la forza e il coraggio di mettere la parola fine alla creatura di suo fratello, con tutta l’insicurezza e il rimpianto che il personaggio si porta dietro da sempre. Ce lo aveva anticipato proprio all’inizio di questo disco: “For stories have lives on their own / But what good’s a story whose end is unknown?”. Ed era giusto che a dircelo fosse proprio la voce di Jon. Grazie davvero di tutto.

L’Azzeccagarbugli: Un’affermazione che ho visto riportata in diversi contesti e che ho sempre ritenuto veritiera riguarda il periodo di “formazione” della propria personalità e dei propri gusti. In particolare si dice che – indipendentemente dalla propria crescita nel corso degli anni – la base delle passioni che coltiviamo nella nostra esistenza si sviluppa in un decennio che va dall’inizio dell’adolescenza a quello dell’età adulta (non solo anagrafica): insomma più o meno dai 14 ai 25 anni. Personalmente è stato così con tutte le mie passioni: anche se nel corso degli anni ho ampliato moltissimo i miei orizzonti, se alla fine devo andare a ridurre all’osso quello che più mi rappresenta ritorno sempre a questi anni importanti”, come dicevano gli Hüsker Dü. E se penso alla mia iniziazione al metal, oltre ai soliti indispensabili Iron Maiden, un ruolo a dir poco fondamentale nella mia formazione lo ha avuto quel Cd-r Verbatim di Dead Winter Dead regalatomi dal mio grande amico Angelo, sul finire dell’estate del 1998. Per me i Savatage, intimamente, al di là dell’oggettività, nella storia del metal contano più di mille altri nomi sicuramente più influenti e importanti.

Poets and Madmen è l’ultimo lavoro dei Savatage (salvo improbabili reunion) ed è quasi un miracolo che sia stato pubblicato, visto l’abbandono prima di Zachary Stevens, poi di Al Pitrelli durante le registrazioni (anche se un paio di assoli dovrebbero essere rimasti su disco) e gli screzi con la precedente casa discografica. È il primo album dai tempi di Streets che vede Jon Oliva come cantante principale ed è un disco che all’epoca attendevo come un bambino aspetta Babbo Natale la sera della vigilia. E le aspettative non rimasero deluse.

Intendiamoci, in prospettiva Poets and Madmen non è di sicuro il capolavoro che in molti hanno salutato al momento della sua pubblicazione, ma è senza dubbio alcuno un lavoro all’altezza della – pressoché perfetta – discografia della band. Ancora una volta un concept, anche se dalla struttura meno ingombrante rispetto al passato, vagamente ispirato alla vita e alla morte del fotografo Kevin Carter, ulteriore frutto della collaborazione ultraventennale di Jon Oliva e dell’indimenticabile Paul O’Neill. Chi si aspettava un ritorno alle atmosfere più dirette ed heavy degli esordi sarà rimasto parzialmente deluso: perché, se da un lato Poets and Madmen contiene alcune delle composizioni più lineari della band, dall’altro è una sorta di sintesi, ben riuscita, di quello che sono stati i Savatage nel corso degli anni.

La tripletta iniziale è perfettamente esemplificativa di quanto appena affermato: Stay with me Awhile (per quanto mi riguarda una delle migliori canzoni dei Savatage) alterna riff che rimandano al passato e arrangiamenti del periodo post Edge of Thorns, così come la successiva There in the Silence, mentre il singolo Commissar è vicino alle composizioni più complesse del suo predecessore e, ancor di più, alla Trans-Siberian Orchestra. Anche la performance di Jon Oliva è coerente con la varietà delle atmosfere, in una delle migliori prove della sua carriera.

Non tutto il disco è perfettamente a fuoco, e forse sono proprio i pezzi più diretti (Drive e Awaken) a non lasciare il segno, ma di fronte a brani come The Rumor con i suoi cambi di ritmo improvvisi, o di Morphine Child, capolavoro dell’album ed altro pezzo da ipotetico greatest hits, sono difetti davvero veniali. A distanza di anni, pezzi che ricordavo poco o meno interessanti come Man in The Mirror e Surrender risultano essere sorprendenti, anche alla luce di alcuni arrangiamenti che ritroveremo negli ultimi dischi degli (ottimi) Jon Oliva’s Pain.

L’album si conclude, come da tradizione, con un’accorata ballata che, pur non riuscendo ad eguagliare la potenza e l’intensità di una Not What you See o di una Believe, è brano che non lascia indifferenti, che tocca le corde giuste e chiude con una nota malinconica e struggente (almeno per ora) la carriera dei Savatage. Una band che, è giusto il caso di ribadirlo, manca tantissimo nel panorama attuale e che, obiettivamente, ha raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato.

11 commenti

  • Voglio ancora credere che un sistema di vedere Jon su un palco ancora ci sia, un sistema qualunque.
    I Savatage sono l’ennesima, e forse più pesante di tutte, ragione per la quale vorrei essere nato quei 10-15 anni prima.
    Still the orchestra plays…

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  • – l’album: sicuramente minore. a me piace intero, essendo fanatico (come dice l’azzeccagarbugli, anche a me DWD copiato su cd ha cambiato la vita, e i Savatage restano il gruppo della vita)… con l’esclusione di Drive, pezzo davvero insensato.
    – la foto del mignottone non è sotto la plastica del cd ma allegata al libretto, sotto la plastica c’è la foto di un bambino che muore di fame con avvoltoio annesso.
    – recentemente Oliva ha detto che ha materiale per 4 doppi album. facciamo che la ha sparata grossa, ma davvero UN singolo lavoro da un’oretta col meglio possibile, Stevens e Oliva a dividersi le parti vocali, non è possibile imbastirlo…?

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  • tra l’altro hanno suonato un live a wacken nel 2015 con formazione completa di DWD, quindi non capisco la posizione fatalista e romantica del Barg

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  • La foto del mignottone non me la ricordo, forse stai trollando per far scoprire la fotografia di reportage ai tuoi piccoli lettori :p
    Il disco era abbastanza terribile, deludente dopo i due capolavori precedenti. I suoni incomprensibili, piattissimi. Però in un paio di pezzi scorreva davvero la magia, e il brano finale Back to a Reason mi fa saltare dalla sedia tutte le volte, vale il prezzo del disco.

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