La lista della spesa di Griffar: il faticoso inizio 2022

Contrariamente al 2021, quando specialmente nei primi mesi dell’anno sono usciti dischi di notevole valore con cadenza quasi quotidiana, in questo gennaio 2022 sono abbastanza pochi i titoli che mi abbiano impressionato a tal punto da volerne parlare. Che stia avendo inizio l’ondata di riflusso che io prevedo in un futuro non troppo lontano? Insomma, a furia di far uscire dischi mediocri (o peggio) a centinaia secondo me la gente finirà per stufarsi e tornerà ad ascoltarsi i dischi vecchi degli Slayer, magari finendo per trascurare anche quella musica valida che comunque continua a esistere ma che è più difficile da trovare, in mezzo a tanti carneadi da pochi soldi. Scoprire nuova musica valida è sempre una delle cose per le quali val la pena vivere.

Subito a inizio anno è uscito Acid River dei DARK MILLENNIUM. Io non sapevo neanche che fossero ancora in giro e devo ammettere che il Bandcamp Alert mi ha abbastanza spiazzato. I Dark Millennium sono un gruppo che nei primi anni ’90 ha inciso due belle perle di doom/death metal melodico, con pezzi ispirati, cupi ed anche piuttosto marci, come il genere richiedeva. Musica in stile primi Katatonia, primissimi Paradise Lost, Confessor… Sia Ashore the Celestial Burden che Diana Read Peace si muovevano in questi paraggi. Magari ogni tanto thrasheggiavano un po’ di più, oppure scrivevano qualche traccia di chitarra un po’ più melodica e maestosa, però nel complesso siamo lì, il genere era quello. Poi sparirono.

Adesso questo Acid River è già il terzo album post-reunion, avvenuta nel 2016. Giuro che non ne sapevo assolutamente niente, ma nemmeno ne ho mai letto in giro. Non erano granché calcolati in illo tempore ed evidentemente non lo sono neanche adesso. Beh, questo è un buon disco che merita almeno un ascolto: le tracce si sono fatte più progressive, di base il gruppo si muove sempre in ambienti death metal abbastanza cadenzati, con poca velocità, la voce è molto più thrashy e di growling death praticamente non se ne trova traccia, ma il riffing è molto vario ed i pezzi sono assai cangianti, ognuno dei quali ha una sua personalità ed insomma, la band ha cercato di comporre un album che non fosse sempre la pedissequa riproposizione delle stesse cose dall’inizio alla fine. Il tutto strutturando l’album in un modo abbastanza particolare: sette pezzi, tutti di sette minuti (e pochi secondi) di durata. Per nostalgici ma non solo.

È uscito il debut album dei portoghesi CONSUMMATIO, s’intitola Desaevio ed è nuovamente roba per nostalgici. Si può suonare un disco che suona esattamente come Transilvanian Hunger nel 2022? Evidentemente secondo i Consummatio sì, questo è quello che fanno e non vale nemmeno spenderci troppe parole sopra. Tutti, ma proprio tutti sanno come suona quell’LP, quindi se ci andate matti posso dirvi che i pezzi fanno la loro figura, sempre tenendo a mente che i portoghesi copiano in modo spudorato un disco che è stato copiato cento miliardi di altre volte ma non è mai stato uguagliato. Persino la batteria con il rullante inesistente c’è, i suoni sono precisi identici, i riff e le canzoni hanno la stessa identica struttura. Sono solo un po’ più lunghe, dato che su Transilvanian Hunger un pezzo da dodici minuti non esiste. Se lo si prende per quel che vale il disco è onesto ed anche divertente, io me lo sto ascoltando volentieri anche se non credo proprio entrerà in classifica a fine anno.

Chi invece rischia di finirci sono i veronesi DUIR, che nel loro debutto T.S.N.R.I./Impermanenza piazzano un prodotto di alto livello, di quelli che ne intuisci il potenziale fin dalle prime note. T.S.N.R.I. sta per tutto scorre niente rimane immobile, titolo molto filosofico, si vede che ai ragazzi interessa assai l’esistenzialismo, cosa intuibile anche da titoli come Essere Dio, Sentieri non Tracciati o Solitudine. Su un tappeto black metal atmosferico di respiro piuttosto ampio i Nostri intarsiano parti di spiccata derivazione epica, così come intervengono altrettante influenze folkeggianti a variegare la loro proposta, portandola su strade non eccessivamente battute.

L’avere in formazione un elemento fisso che suona flauto dolce, cornamuse e ghironda, strumenti le cui partiture sono perfettamente integrate nel contesto del riffing e non sono solo interludi o intermezzi slegati e avulsi dall’effettiva struttura delle composizioni, porta loro grande vantaggio per quanto riguarda la piacevolezza dell’ascolto. In giro li si paragona ai Saor ma io dissento energicamente: il responso sonoro dei Duir è molto più black metal, i quattro pezzi (più intro recitata su un effetto pioggia, tutti di lunghezza abbastanza consistente) sono sì perfettamente bilanciati tra l’impatto classicamente black metal e l’armonia del folk/epic ma a prevalere, all’orecchio e fin dal primo ascolto, è comunque la componente black metal. I Saor compongono musichette da sagra della salsiccia scozzese, i Duir nei loro madrigali ci mettono un’anima che gli altri neanche si sognano, una certa quantità di cattiveria in più ed anche un bel po’ di classe.

Non è male anche il debutto (dopo due demo) della one-man band tedesca STORM KVLT, a dispetto del nome cretino come pochi. Europas Weg zum Grab non inventa nulla di nuovo ma si ascolta volentieri: black metal bello tirato con i riff in monocorda zanzarosi e blast beat a palla inframmezzati da momenti più calmi (moderati no, è esegerato) vicini agli up-tempo thrash metal, che se paragonati al blast beat sono comunque decisamente più tranquilli. Non manca il classico pezzo (Mors Vincit Omnia) in quattro quarti cadenzato che poi verso il finale si lancia nell’apoteosi fast&furious salvo poi ritornare al tema iniziale. Un pezzo come questo ci deve essere in ogni album black metal, se no non ne autorizzano la pubblicazione. Il progetto fa capo a tal Draugr che suona chitarre e batteria e scrive tutti i pezzi e che per basso e voce si è fatto aiutare da due session. Suonano abbastanza simili ai loro corregionali Kjeld, quindi le influenze fast black metal svedese si sprecano, però dai, ci sta. I pezzi sono tutti abbastanza corti, l’album si apprezza tutto di un fiato e scorre via liscio, diversi riff fanno tenere il tempo col piedino e magari scatta anche un po’ di air guitar. Si ascoltano con piacere ribadisco, nulla di epocale ma in questo gennaio di vacche magre, magrissime, quasi biafrane, Europas Weg zum Grab fa per lo meno bella figura. (Griffar)

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