La lista della spesa di Griffar: THUNDERING HOOVES, ANCIENT MASTERY, LES CHRYSANTHEMES DES ADIEUX

I THUNDERING HOOVES sono un duo inglese fermamente convinto che la musica della NWOBHM si sarebbe potuta suonare in modi più aggressivi e moderni, e che ha provato a farlo con risultati più che apprezzabili. Appassionati degli arpeggiato e dei rivolti di chitarra ritmica che infilano praticamente ovunque, i britannici suonano riff quasi scolastici in puro stile inglese anni ’80, marchiati addirittura Black Sabbath nelle parti più lente, qui ulteriormente rallentate fino ai limiti del doom. Non eccedono più di tanto in velocità, ricordando non poco in questo modo sia il death/black melodico svedese, grazie alle armonizzazioni nelle partiture che funzionano molto bene, ma anche i loro sottovalutatissimi conterranei Thus Defiled del primo disco Through the Impure Veils of Dawn, specialmente quando cambiano tempo all’improvviso accelerando di molto le ritmiche. Nella maggior parte dei 33 minuti esatti di durata di Vestiges, se qualcuno mi avesse bendato, drogato e chiuso in una caverna con questo disco, dicendomi che i Riot di Fire Down Under avevano riregistrato i pezzi in versione doom/death/black, non avrei esitato un solo secondo a credergli. E piace, piace parecchio. Man mano che gli ascolti aumentano l’album guadagna sempre più punti, quindi dategli tempo. Menzione d’onore per la opener The Doomway e la title track Vestiges con il suo riff d’apertura da manuale.

Gli austriaci ANCIENT MASTERY (è vero, è una one-man band, ma proprio non mi viene di rivolgermi al singolare ad un gruppo musicale) escono col debutto Chapter One: Across the Mountains of the Drämmarskol piazzandosi subito ai vertici dell’epic symphonic black metal, attualmente secondi solo agli ucraini Eskapism che oggi sono il massimo dei massimi nel genere, specialmente quando si parla di velocità sostenute. I brani sono quattro, i minuti poco meno di quaranta, in ognuno dei pezzi si passa dai blast beat ultramelodici in monocorda con tastierone d’effetto a stacchi thrasheggianti, flauti, intermezzi di tastiere che si inoltrano nei meandri del dungeon synth, arrangiamenti curatissimi di flauti, una evocativa voce femminile nella conclusiva The Forest Gate. Forse l’unica pecca che mi pare di notare è che, sporadicamente, qualche riff ricorda da vicino la colonna sonora di un possibile videogioco di ambientazione fantasy. Ma sono dettagli, e il fatto che a me non facciano saltare sulla sedia non vuol dire che sarà così per tutti; qui troverete momenti epici e maestosi che non dispiaceranno ai fan dei Summoning (facciamo le dovute proporzioni però, i Maestri sono ancora lontani all’orizzonte) e nemmeno a chi adora luminari come Drudkh, Nokturnal Mortum, Sickle of Dust e i capostipiti norvegesi Obtained Enslavement, il cui Witchcraft rimane il disco da battere nel sottogenere – anche se ci stiamo avvicinando.

Dopo tanti gruppi che sono agli albori di una carriera o che la stanno portando avanti già da un po’, eccone uno che invece ha annunciato che questo è il suo ultimo lavoro e che non ce ne saranno mai più altri. Parlo del progetto solista funeral doom/black di monsieur Mahr, LES CHRYSANTHEMES DES ADIEUX, di cui il cui nuovo CD Défunte Solène rappresenta la fine della storia. L’avesse fatto uscire a Capodanno sarebbe stato il massimo, a ‘sto punto, invece è di metà gennaio. Va beh, così per dire. Francese sì, ma delle isole Reunion (che se non mi tradisce la memoria dovrebbero essere nell’Oceano Indiano al largo delle coste orientali dell’Africa, vicino allo stato insulare di Mauritius), luogo abbastanza particolare per suonare un genere difficile ed ombroso come il funeral doom, il nostro ha al suo attivo tre full lenght – compreso questo – di musica tristissima, tremendamente disperata. Già il cantato, che nella maggior parte dei casi è un recitato/sussurrato da pièce teatrale, disturba, e ci vuole un attimo di tempo a comprenderne l’ottica anche perché, specialmente nei ricorrenti duetti con una voce femminile, ricorda le liti tra innamorati il cui affetto reciproco è finito nel cesso da molto tempo, passando poi alla musica lentissima, melodica sì ma talmente triste da far sembrare una marcia funebre una carnevalata, fino ai passaggi che si possono tranquillamente definire fast black metal con tanto di riffing furioso, blast beat e screaming impazzito, ai pezzi strumentali di sola tastiera/pianoforte, strumento che comunque ha una notevole rilevanza nelle composizioni e negli arrangiamenti di molti brani (il disco dura più di settanta minuti, e tanto per dire i primi due pezzi non sembrano neanche quelli di un gruppo heavy metal) tutta l’opera è considerevolmente ostica, apprezzabile da chi è addentro il genere o ha voglia di iniziare a farsi del male. Non capisco granché il francese ma secondo me tutto il CD va inteso come una funeral doom metal opera, un tutt’uno diviso in più movimenti come fosse una sinfonia della disperazione, anche perché di black metal non ce n’è una gran quantità, benché il progetto sia generalmente inglobato nel filone depressive black: ebbene, non credeteci. Allora, come da titolo dell’ultimo brano, Que la Terre te Soit Douce, Les Chrysanthémes Des Adieux. Il tuo funeral doom (circa-black) elegante curatissimo leggiadro e disperato (e senza termini di paragone, per giunta) mi mancherà. (Griffar)

 

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