Quattro film trucidi per rovinare il Natale alla vostra famiglia

Discutendo di cinema su Telegram coi colleghi Centini, Bargone e non solo, ci siamo imbattuti in quel genere di titoli impegnativi dal punto di vista registico e delle pippe mentali, come The WitchThe Lighthouse o Le streghe di Salem. Inutile puntualizzare quanto l’argomento ci abbia diviso.

Ma abbiamo sbagliato noi. È natale, il che richiede che lo spirito sia quello giusto; a breve trasmetteranno nuovamente Una Poltrona per Due e noi della redazione abbiamo scelto di farvi un piccolo regalo, un “pensierino”, come si dice da queste parti quando si sono incartate delle presine per i fornelli, affinché possiate deliziare i vostri cari e i vostri amici imbottiti di tortellini in brodo e polpettone con l’uovo con del materiale didattico rigenerante e stimolante.

Ho pensato innanzitutto a qualcosa d’esotico, per creare un contrasto. Il primo titolo che menzionerò è Razorback – Oltre l’urlo del demonio, in questo caso più un grugnito, dato che parla di un enorme cinghiale assassino che preda umani nelle lande desolate dell’outback australiano. Il film, diretto dall’allora trentunenne Russell Mulcahy, narra le vicissitudini di un tale sulle tracce della fidanzata e giornalista animalista (le ha tutte, e dubito le manchi un poster di Javier Zanetti in cameretta) scomparsa dopo aver scoperto un macello illegale di canguri gestito da due redneck locali. Lo scopo è esportare il maggior quantitativo di carne essiccata negli States per farne mangime per cani, dunque c’è una sottotrama anticonsumista e siamo tutti colpevoli. Inutile dirvi che il predone con le zanne gira lì intorno, ed doveroso precisare i seguenti punti: il film è del 1984 e non vi è alcuna merdosa computer grafica; i pupazzi animatronici sono deliziosi contro ogni fatalista previsione; il gore non manca; per quanto possa risultare assurdo un film che comincia con un rapimento di minori a opera di ungulatiRazorback è fatto discretamente bene e culmina nella scena dell’anziano cecchino che inquadra nel mirino il cinghiale nei paraggi della gigantesca pozzanghera, e, esattamente come il titolo di cui parleremo dopo, Razorback non ha nulla da spartire coi latrineggianti B-movie che passano in prima serata sul canale Cielo del digitale terrestre.

Ho pensato poi a una location cittadina, una grande città europea in cui avreste potuto viaggiare durante le vacanze natalizie, se non fosse che avete i parenti in salotto e che viaggiare oggi è un casino. Amsterdamned ci porta nei fetidi canali della drogatissima capitale olandese, sui quali canali una bionda prende il sole sul materassino. Il problema non è la qualità delle acque, bensì una ripresa in prima persona che sale su dal fondale mostrandoci un pugnale che le sbuca esattamente fra le cosce, seguito da un grido e da due testimoni oculari, due soltanto, precisamente un gatto e un’anatra (pieno pomeriggio, metropoli, ma erano tutti in pennichella o a seguire la partita di cartello NAC Breda – Roda), messi istericamente in fuga dalla vista dell’assassinio. Il film è del 1988 e narra di un sub che si aggira per i canali di Amsterdam tirando giù tutto quello che incontra e sfidando la polizia in una sequela di orrendi ritrovamenti (deliziosa la sequenza iniziale al ponte), il che è letteralmente controcorrente rispetto agli slasher dell’epoca, con la saga di Jason e quella dei suoi lontani parenti già in pieno declino. Quando ho guardato Amsterdamned per la prima volta (dovete sapere che l’ho pure riguardato in seguito, in compagnia di amici increduli ma pienamente soddisfatti da cotanta meraviglia), l’ho fatto su segnalazione involontaria del prezioso Masticatore, ed ero consapevole che avrei perso un’ora e mezzo dietro alla più pura delle puttanate: niente di tutto questo, anzi l’unica puttanata in Amsterdamned è il voler dare spiegazione, nella fase finale, del perché un sub debba sbroccare e prendere otto tumori girovagando per giorni per le acque dei canali olandesi al fine di ammazzare più gente possibile in un contesto che tecnicamente è pure ostico: perché già alla gente fa schifo l’acqua di Rimini, figuriamoci quella in cui si nasconde lui. Dare spiegazione a tutto ciò è tipicamente contemporaneo ed americano, ma ad Amsterdamned non manca niente: la passerona bionda, il poliziotto arrogante col chiodo, il tizio a conoscenza dell’assassino. È subito cult e vi rimarrà dentro in eterno.

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Passerei ora a qualcosa di sudamericano, perché i sudamericani quando ci si mettono sono in grado di tirar fuori cose folli. Aspettate che gli zii abbiano scoperchiato il barattolo della Citrosodina e date loro il colpo di grazia con La Noche de los Mil Gatos: rigurgiteranno qualsiasi cosa sia entrata a contatto col loro stomaco nelle precedenti due ore. Il regista René Cardona Jr., ahimé, defunto quasi vent’anni or sono, me lo porto letteralmente nel cuore. Ebbi modo di gustarmi il suo Il Massacro della Guyana sui fatti di Jonestown, ma anche Tintorera, una sorta di battaglia sociale sulla parità dei diritti dello squalo tigre sul più celebrato squalo bianco, e poi i più rinomati, vale a dire El Ataque de los Pajaros, da noi distribuito come Uccelli 2 (l’ho noleggiato in videocassetta quando avevo quattordici anni: son soddisfazioni) e il qui presente La Noche de los Mil Gatos. Ingredienti: Hugo Stiglitz protagonista, non quello di Bastardi senza Gloria ma quello cui si ispirò il personaggio tarantiniano, un ricco gigolò che attrae numerose donne nel suo castello, le decapita e le fa smaltire al non quantificabile numero di gatti che ne domina i sotterranei (il regista taglia corto: sono mille). Non lo rivedo da una vita ma ne conservo un gradevole ricordo. Manca qualcosa per rendere perfetto il vostro Natale?

Manca il blockbuster. Nei giorni in cui ho avuto modo di godermi il Pig con Nicolas Cage, il rovescio della medaglia è stato nient’altro che USS Indianapolis. Ora, il tema di USS Indianapolis è a me particolarmente caro: tratta niente meno che del discorso che fa il capitano Quint a metà de Lo Squalo, e quel monologo vale, da solo, più di qualunque film immaginabile sul tema. Tratta inoltre dei fatti narrati nel favoloso e in prima stampa introvabile Si salvi chi può di Richard Newcomb, edito da Longanesi nel 1966 e che fortunatamente custodisco in camera mia. Il libro è meravigliosamente strutturato: fino a metà vita abbiamo morte e miracoli su Mochitsura Hashimoto, comandante giapponese di sommergibile I-58. Da metà in poi si passa alla controparte americana, a quel capitano Charles McVay che scortò, proprio sull’Indianapolis, l’ordigno nucleare poi esploso su Hiroshima, causandone la devastazione. Amo Nicolas Cage più come concetto che come attore: era il fulcro dei filmettini del cazzo di Hollywood, un talento sprecato in funzione dei blockbuster; ora, stufatosi di questi ultimi, si è messo a cazzeggiare alternando roba bella a roba fatta solo per finanziarsi le tirate dal naso e per ridersela di brutto. Nicholas Cage è Werewolf Women of the SS nei panni di Fu Manchu. Non è più l’eroe di Con Air. In USS Indianapolis ammiriamo un suo ultimo vomitevole tentativo di crogiolarsi in quei film fatti per un pubblico dormiente ma che pretende spettacolo ed esplosioni, con una risultante fatta di computer grafica merdosa (il cinghiale di Razorback vince da ogni punto di vista) e un crossover patetico fra le dinamiche amorose di Pearl Harbor e quelle di Titanic, su uno sfondo di gente disidratata, cast sprecato (Tom Sizemore preso per un monologo) e discorsi generici sugli squali come se l’intero equipaggio ben sapesse la propria sorte 48 ore prima di ricevere in pancia alcuni dei più efficaci siluri orientali. Se volete davvero rovinare la festa a chi avete intorno, andate dritti con questo titolo qua, anche se porterete poco rispetto all’uomo qui sotto. (Marco Belardi)

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2 commenti

  • Fotogramma finale da “Lo squalo” (titolo migliore di “Jaws”), che cazzo di grande attore Robert Shaw.

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  • So che è molto apprezzato da queste parti,ma io Nicholas Cage non l’ho mai sopportato.
    E il fatto che in tutte le copertine piazzino il suo faccione in primissino piano, quasi a dire “cazzo te ne frega del titolo e della trama, c’è Nicholas Cage, è un bel film di sicuro” e puntualmente facciano caa non aiuta.

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