Il ritorno degli ARCTIC PLATEAU su disco e dal vivo

Verso la fine degli anni ’00, lo sappiamo tutti molto bene ormai, arrivò un’ondata di gruppi particolarmente audaci che avevano avuto l’ardire di mischiare black metal e shoegaze, dando vita a quello che poi venne chiamato blackgaze. Due generi apparentemente inconciliabili che però hanno acceso un fuoco di paglia, abbastanza breve ma altrettanto intenso. La miccia furono i primi lavori di Neige e della sua creatura, gli Alcest. Insieme a tutti i gruppi che andarono a costituire l’onda lunga delle prime opere del francese ce n’erano due in particolare, spesso legati a questo ambiente e all’etichetta che pubblicava buona parte dei nomi che lo componevano, la Prophecy Productions, che però erano anche molto distanti dalle sonorità più dure del metal. Parlo ovviamente di Les Discrets e Arctic Plateau.

Non nascondo che scoprii i secondi grazie allo split che pubblicarono coi primi – dovrebbero servire proprio a questo gli split in teoria, no? Il sodalizio purtroppo non deve aver portato molta fortuna a nessuna delle due formazioni che, dopo questa cooperazione, si sono entrambe fermate per lungo tempo. I francesi forse furono distratti dall’altra arte praticata dal loro membro principale, Fursy Teyssier, creatore di copertine fantastiche per diversi gruppi più o meno metal, e impiegarono cinque anni a pubblicare un (pessimo) album, Prédateurs. Dal canto suo, Gianluca Divirgilio, unico membro degli Arctic Plateau, ha impiegato ben nove anni per dare un degno successore a The Enemy Inside.

Al contrario di quanto successo coi Les Discrets, il risultato ha fortunatamente giustificato l’attesa. Devo infatti ammettere che i primi due lavori del gruppo italiano non hanno mai soddisfatto totalmente i miei gusti. Su questo Songs of Shame, invece, tutto funziona a dovere. La voce di Gianluca Divirgilio si fa più calda e matura e le composizioni presentano soluzioni più variegate, condensandosi in una sorta di punto d’incontro tra post-rock e shoegaze. È presente anche qualche punta di post-punk, come in No Need to Understand You, traccia che ospita Simona Ferrucci delle Winter Severity Index alla voce. Lo stile in generale ricorda abbastanza da vicino gli ultimi Antimatter e gli ultimi Klimt 1918. Sarebbe stato interessante vedere un impiego maggiore delle distorsioni, che sul finale di One Way Street creano un climax molto coinvolgente, a suggellare quello che personalmente considero il miglior album della loro carriera.

Erano sempre nove gli anni che separavano gli Arctic Plateau dalla loro ultima apparizione dal vivo, di spalla agli Anathema. L’occasione dell’uscita di Songs of Shame del 3 dicembre, infatti, è stata accompagnata da un concerto al locale Le Mura di San Lorenzo. L’ambiente piccolo e caloroso ha creato la giusta atmosfera per un Divirgilio che è parso sinceramente commosso dalla situazione, accompagnato al basso da un instancabile Fabio Fraschini, turnista tra gli altri dei Novembre, che spesso accompagna anche nelle loro ormai sparute date. Tra il pubblico pure Simona Ferrucci, salita sul palco per cantare la canzone in cui è ospite sul disco, Marco Soellner dei Klimt 1918, citato tra i ringraziamenti dell’album, e Gustavo Tagliaferri, figura onnipresente ai concerti indie/rock della Capitale e affidabile marchio di qualità. Bentornati Arctic Plateau.

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