Avere vent’anni: ANGRA – Rebirth

Purtroppo ad un certo punto della loro storia, e assai prematuramente, gli Angra con André Matos si sbriciolarono: troppo ego, troppo giovani, addirittura troppo talento concentrato in sole tre persone (Matos stesso, Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt, che erano il “cervello” del gruppo). Tutto ciò portò a infiniti scazzi e discussioni interne che, da ultimo, causarono l’uscita di Matos dagli Angra (il quale peraltro sbattendo la porta si portò dietro Luis Mariutti – il bassista – e Ricardo Confessori – il batterista) e conseguentemente l’ardua scelta, per i due rimanenti, tra continuare come Angra o cambiare nome e ricominciare da zero; una scelta che di primo acchito sarebbe sembrata scontata per chiunque, se non si considera però l’oggettiva difficoltà nel reperire un cantante della qualità di Matos, non solo con le doti vocali giuste ma anche carismatico, però senza i suoi problemi di ego: cioè uno che si limitasse a fare il compitino per bene senza rompere troppo coi capricci alla cazzo di cane. Capite bene che l’impresa si palesava improba, ma alla fine i nostri trovarono un cantante che, pur con qualche compromesso, poteva rimpiazzare Matos senza ammazzarsi nel tentativo e soprattutto senza rischiare di compromettere le fondamenta del gruppo, ormai stabili nella coppia Loureiro/Bittencurt; il tizio si chiamava (e si chiama tuttora) Edu Falaschi.

Ora, è chiaro che Falaschi, pur avendo un’ottima voce, non ha né le capacità vocali di Matos e nemmeno il suo carisma, però agli occhi (e alle orecchie) dei due chitarristi si trattava di un giusto compromesso, cioè di una sorta di Matos castrato che poteva scimmiottare l’originale, sia in studio che dal vivo, senza che il carattere del gruppo nel suo insieme ne soffrisse poi troppo. Quindi, reclutati altri due ottimi musicisti, Aquiles Priester alla batteria e Felipe Andreoli al basso, diedero alle stampe Rebirth, che evidentemente mette in chiaro le intenzioni del gruppo già dal titolo. E com’è Rebirth? Beh, Rebirth è un Angel’s Cry castrato che scimmiotta l’originale, proprio come il suo cantante. Questo vuol dire che fa schifo? Ma assolutamente no, è un buon album con qualche picco di eccellenza, che in generale si fa ascoltare abbastanza bene. Cionondimeno, tutto quello venuto prima di Rebirth è effettivamente un’altra cosa, ma bisogna dare atto a Bittencourt e Loureiro di aver fatto il meglio possibile in una situazione disperata e nella quale sarebbe bastato un mezzo passo falso per far finire tutto a carte quarantotto; quindi, per quanto mi riguarda, tanto di cappello a loro. Il meglio della formazione con Falaschi alla voce verrà dopo, ma Rebirth mostra comunque una formazione affiatata e con tanta voglia di ricominciare, attitudine apprezzata anche dal pubblico, che gli tributò un caloroso bentornato. Se vi piacciono gli Angra è sicuramente un buon ascolto, anche vent’anni dopo. (Cesare Carrozzi)

4 commenti

  • All’epoca lo consumai, ancora oggi lo trovo piacevole. Mi piacque molto anche la title track dell’EP seguente, Hunters and Prey. Addirittura la versione originale in portoghese è il top. Temple of Shadows non riuscii proprio a digerirlo, soprattutto per la voce di Falaschi. Ascoltando fugacemente il suo ultimo solista, mi sembra abbia recuperato molta voce e canti meglio che su ToS, sono felice per lui.

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    • Beh sicuramente è un buon lavoro ma ritengo Temple of shadows un discone, vero che la voce di Edu è sempre moscia ma è il disco è davvero cazzuto

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  • a me piace molto. lo trovo semplice ma riuscito, sincero, anche se Falaschi non è degno di allacciare le scarpe a Matos. e pure io ho odiato temple of shadows, è di plastica

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  • Ho sempre pensato che, una volta uscito Matos, gli Angra non avrebbero contato più granché nel panorama metal; cioè, magari fanno album anche gradevoli ma inutili, perché non aggiungono nulla a quanto già sentito. Non credo di essermi sbagliato di molto.

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