EXODUS – Persona Non grata

Mesi fa ebbi la fortuna d’apprendere che il nuovo Exodus si sarebbe intitolato Persona Non Grata. Tempo of the damned risale al 2004 ed è probabilmente il miglior disco thrash metal di quegli anni. Gary, chi ti ha detto che un titolo ancora peggiore avrebbe rinnovato l’incantesimo? Ho così frivolamente stabilito, peccando, che sarebbe stato una merda di disco. Loro, nel frattempo, avevano anticipato tre singoli, uno solo dei quali accettabile. Fra la malattia di Tom Hunting e la permanenza di Holt negli Slayer, d’acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, e ogni fattore interno o esterno sembrava remar contro il presente e il futuro della band di San Francisco. E invece Persona Non Grata – tagliamo la testa al toro – non è affatto brutto. Procederò per capitoli.

Il Sound

Una delle parole che più ho detestato in vita mia: sound. Il sound degli Exodus è perfettamente riconoscibile, tanto quanto quello degli Slayer da South of Heaven in poi. Gli Exodus moderni hanno chitarre perfettamente riconoscibili e la loro amalgama con la sezione ritmica è assai invidiabile. Questo rende il loro stile unico e copiato in tutto il mondo, facendo degli Exodus una band capostipite. In Persona Non Grata lo ritroverete. E nel prossimo album anche, a prescindere dal titolo di merda che sceglieranno appositamente per promuoverlo.

I riff

Gary Holt caca riff come al solito, anzi, più che del solito, dato che gli Slayer non sono più una sanguisuga a cui rivolgere l’80% delle energie residue e dato che Persona non grata è un lavoro particolarmente incentrato sul riff e sulle ritmiche. Il precedente Blood in, Blood out, di cui, ci tengo a precisarlo, non ricordo quasi un cazzo, era un album più monoblocco, con certi pezzi talmente schematici e dritti da sembrare quasi europei. Persona Non Grata, ho le coliche ogni volta che lo nomino, ha quel binomio basso/batteria a sottolineare ogni tregua, ogni assolo o ogni variazione, che, in certi frangenti, mi ha ricordato il modo di comporre dei Pantera dei primi anni Novanta. Naturalmente, coi Pantera qua dentro non c’è granché da spartire, tranne appunto alcune minute accortezze.

libellulacolosseo

Le libellule me le ricordavo grosso modo così. Grafici della Nuclear Blast drogatevi di meno.

La produzione

La produzione è una bella trappola. Se quella di Blood in, Blood out (altro titolo di merda stavolta atto a sottolineare che s’era cambiato cantante) era più impastata e confusionaria, in Persona Non Grata (capillari dell’occhio sinistro esplosi nell’atto di scriverlo) è tutto quanto distinto e nitido. È una produzione apparentemente perfetta, non fosse che è firmata Andy Sneap e, come ogni produzione di Andy Sneap, tende a risultare un po’ omologata, freddina, scarica nelle dinamiche della batteria. La batteria, tuttavia, suona molto meglio che nelle recenti uscite e Tom Hunting ha svolto, al netto dell’età sopravanzante e degli enormi guai fisici recenti, un lavoro semplicemente meraviglioso.

Steve Souza

Steve Souza non è in grado di cantare una singola strofa come se fosse una persona normale. Che cosa è accaduto? Semplice. Si è ritrovato in mano uno scettro che in origine doveva esser di Baloff, e ha espresso, di lì a poco, una performance pazzesca su Tempo of the Damned. Una performance eclettica, dinamica, egocentrica, sentita, ispirata. Come a dire sono la riserva, sì, ma ho mezzo metro di cazzo. Ritengo che non avesse mai cantato così bene in vita sua, nonostante un certo invecchiamento fosse già all’epoca lampante. A quel punto s’è convinto di poter fare un po’ come cristo gli pareva, e ha perso la cosiddetta misura. Il metro di cazzo sono diventati due metri abbondanti, un po’ come ne Lo Squalo avevamo un carcharodon carcharias di otto metri, nel sequel uno di dieci, e nel terzo e non entusiasmante capitolo ambientato nel parco giochi, uno di dodici con parcheggio e SPA interna. Al pari di quei film, Zetro non era più credibile, e lo trovo insopportabile da quando si è ripresentato nel progetto con la famigliola. Il cantante di Pleasures of the Flesh sbraita PER-SO-NA-NON-GRA-TAAA! e si cimenta in quel growl di merda che dal thrash metal, dove è stato introdotto da Chuck Billy, meriterebbe d’esser bandito. Steve Souza ha rotto il cazzo. Ed è invecchiato male.

L’evoluzione

Persona non grata non aggiunge nulla al thrash metal, sia chiaro. Ma da’ l’impressione che la band si sia messa a comporlo e registrarlo con buona volontà. Sangue dentro, sangue fuori non era questo, era: “Sono passati quattro anni da Exhibit B, per favore facciamo qualcosa, qualunque cosa che non sia ri-registrare nuovamente Bonded by Blood”. Persona Non Grata (menisco destro saltato) non è il profondo crepaccio che divide Impact is Imminent da Force of Habit, anche perché in quegli anni tutto l’heavy metal, il thrash in primis, andava evolvendosi a passi da gigante mossi da logiche prettamente commerciali. Ma è un album differente dai precedenti – seppur nei dettagli – e ciò è apprezzabile. Ma veniamo al punto: quanto vale questo Persona Non Grata?

Exodus-Featured

Le canzoni

Del predecessore ricordo a grandi linee la sola BTK, quella dedicata a Dennis Rader. Il qui presente Persona Non Grata ci mostra più o meno tre facce: canzoni veloci, alcune delle quali frettolosamente elette singolo, composte in tre minuti senza badare agli arrangiamenti. Un po’ elementari, nel caso di The Beatings will Continue addirittura bruttine. Poi ci sono i pezzi più lenti e melodici, basati sul riffone alla Blacklist, fra i quali spiccano Elitist e, soprattutto The Years of Death and Dying, la più acchiappona di tutto l’album. La terza faccia è quella di Prescribing Horror, un mid-tempo oscuro alla Slayer di Diabolus in Musica, con buona probabilità la mia prediletta insieme a R.E.M.F.. The Fires of Dominion è al contrario la classica ammiccata al thrash metal dei tempi che furono, a cavallo fra linearità e tremolo picking, un po’ come quando ritirarono fuori dalla soffitta Impaler e ne fecero una nuova e accattivante versione. Approfondire maggiormente il discorso aperto da Prescribing Horror ci avrebbe consegnato un album del tutto inedito. Se ciò non è avvenuto è perché hanno scelto di accontentare i fan (quali, i vecchi o i nuovi?) o perché si sono accorti di non essere in grado di cacciar fuori almeno tre quarti d’ora di musica a tutti gli effetti distante dai soliti concetti di sempre. A queste band, parliamoci chiaro, non frega più un cazzo di evolversi, e allora vanno sul sicuro.

Non credo che in futuro riascolterò Persona non grata. È un album ben confezionato dall’esperienza e dal mestiere (appunto) di mestieranti che non se la sentono di farla finita. Funziona meglio dei pessimi Exodus narcotizzati dal Gary Holt negli Slayer? Sì. Non funziona così bene perché non ha una War is my Shepherd o una Scar Spangled Banner, sebbene Lunatic Liar Lord ci provi e sfiori nell’autoplagio. E non funziona sufficientemente bene perché, in certi istanti quasi si rimpiange l’assenza di un banale e prevedibile Rob Dukes.

Album più che accettabile e che troverà il suo peggior nemico nella longevità. E comunque Steve Souza dovrebbe darsi una regolata e soprattutto convincersi che non è Bobby Blitz né è in grado di legargli le scarpe senza finire impiccato coi suoi stessi lacci. (Marco Belardi)

6 commenti

  • Io già mi ero goduto alla grande Blood In Blood Out dopo dieci anni di sbadigli, quindi di lamentele ne ho poche. Certo un quartino d’ora in meno di durata non farebbe male neanche qui, però almeno i brani non durano più otto/nove minuti e quando Holt ci si mette senza tergiversare (pure per me R.E.M.F. tra le migliori) sono pochi a scrivere il Thrash come lui. Ah e prima o poi qualcuno mi spiegherà cosa cazzo c’ha di sbagliato la voce di Zetro, petulante e perfetta per assillarti quando c’è da pestare forte in velocità e quindi sulle metriche. Chiaro che se lo metti nel pessimo ritornello di The Years Of Death And Dying lui non sa che cazzo fare, ma se la gente comincia a rivalutare Dukes (simpatico e massiccio quanto si vuole ma davvero anonimo) allora siamo messi proprio male.

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    • Sono assolutamente d’accordo! Davvero non capisco tutta questa “acredine” nei confronti di Souza. È un autentico interprete del Thrash Metal vecchia scuola. Cantante assolutamente efficace negli Exodus. Io personalmente adoro il suo stile vocale acido e aspro. Spero sia presente anche nei prossimi dischi degli Exodus.
      “Persona non Grata” inoltre è un bel disco. L’ho trovato davvero trascinante.

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    • Nulla contro Souza ma io sono un grandissimo estimatore dell’epoca Dukes. Ritengo Shovel Headed il miglior disco in assoluto degli Exodus dopo Bonded e Fabulous (di Tempo belli i primi 4 pezzi, tutto il resto è noia) e trovo i due Exhibit spettacolari, soprattutto il secondo. Quando uscì Blood In, Blood Out mi girarono parecchio i coglioni.

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      • Dai, alla fine le preferenze sono sempre legittime, però quei pezzi lunghissimi di cui metà è costituita da dei riff quasi Groove/Metalcore e un quarto dalla sezione “atmosferica” a me son sempre sembrati delle supercazzole degne degli ultimi Iron Maiden. Su Tempo come su Blood In sono il primo a dire che ci siano dei limiti, primo tra tutti il bisogno fisiologico di arrivare all’ora di durata e concentrare in effetti nella prima metà i pezzi più validi, però nell’insieme funzionano assai meglio anche perché sopra c’è un cantante con un minimo di personalità.

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    • Rivalutare? Ma Dukes tutta la vita. Sentire berciare paperino inculato da un fico d’India non mi fa apprezzare questo Persona Non Grata.

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