“We’re Primus. We suck!”: l’esordio della band più assurda degli anni Novanta

Quando qualche settimana fa ho sentito Ciccio Russo su WhatsApp, dicendogli che avevo in mente di fare uno speciale su uno dei miei dischi feticcio, ovvero Suck on This dei Primus, lui mi rispose con una considerazione molto giusta, qualcosa come: “Come abbia fatto un gruppo così inconcepibilmente fuori di testa a raccogliere il successo che ha raccolto, resterà sempre un mistero”. Grande verità. Non solo quello, ma abbiamo anche concordato che Suck on This, una specie di “prova” pre-discografica, registrata live e contenente pezzi che poi finiranno in gran parte sul debutto in studio Frizzle Fry e su altri dischi successivi, è in effetti il loro disco migliore. Una dimostrazione di lucida follia totale, così incredibilmente eclettica e senza precedenti ma di un rigore stupefacente allo stesso tempo. E vedremo il perché tra poco.

Non devo certo presentarvi io i signori Les Claypool e Larry LaLonde, ben noti anche a chi si è occupato di gruppi della Bay Area più (Possessed) o meno (Blind Illusion) conosciuti.

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E a proposito di questi ultimi, entrambi i musicisti erano reduci dalla lineup che registrò The Sane Asylum, disco culto della Bay Area che rientrava appieno in quella fame di sperimentazione sonora che aveva nel frattempo travolto anche la scena del thrash degli anni ottanta. I due figuri confluirono poi nel progetto crossover funk/metal dal nome che tutti conosciamo e di cui si parla oggi. Il resto è storia, eppure questa storia ha una pietra fondante, ed è appunto questo live album registrato a Berkley con pochi mezzi e pochi fondi, distribuito prima in serie limitata e passato poi alla Caroline Records, che si aggiudicò i diritti per poi cederli alla potente Interscope, la quale si occupò della successiva distribuzione.

I pezzi sono allucinanti: John the Fisherman, The Heckler (“it’s just a matter of opinion”), Harold on the Rocks (il più bel pezzo mai scritto sulla follia derivante dall’uso di crack), assoluti classici come Tommy the Cat e così via. Il timbro acidissimo ed elettrico, il ritmo del funk più allucinato, il concetto stesso dei primi Primus è talmente travolgente che fa di questo disco uno dei miei ascolti preferiti durante questi fantascientifici giorni di reclusione forzata e lavoro da casa, tanto che spesso, nel bel mezzo di una relazione o la redazione di un documento importante, mi trovo ad alzare il culo dalla maledetta sedia e muovermi come uno spastico al ritmo di questo incredibile e travolgente suono.

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Ancora una volta non sta a me giudicare la maniera rivoluzionaria di suonare il basso di Les Claypool, le intuizioni geniali, melodiche e meno melodiche, dell’ormai proficientissimo Larry LaLonde (dopo anni di scuola da Satriani) ma voglio qua invece cantare le lodi di quella che fu forse la pedina meno appariscente, in uno scenario di completa follia musicale, e allo stesso tempo la più fondamentale ai fini della riuscita del “prodotto”, ovvero il mostruoso Tim Alexander.

Per quanto i rumorini strani emessi da basso e chitarra, che nella formula cosiddetta del power trio talvolta rappresentano la prima linea e sono quindi in “primo piano”, possano essere inauditi e fottutamente geniali, si basano sempre su una solida e rigorosa base dettata dal vero e proprio metronomo umano della band, il signor Herb.

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Alexander si esibisce in tutto il campionario proprio dei grandi batteristi: fill, rullatoni e tutto l’armamentario, salvo poi rientrare con il groove portante esattamente quando deve. Ma non è scontato, attenzione. Dico ESATTAMENTE al millimetro, con quel suono di rullante secco che mi manda in orbita ogni volta come quando si riceve un bel cazzotto dato bene e con un tempismo che ha dell’allucinante. Chi di voi conosce la definizione di pocket drummer sa di cosa parlo. Tim Alexander ne è un esempio perfetto. Brillante e fantasioso, ma allo stesso tempo sempre assolutamente rigoroso fino alla maniacalità. Il vero punto di forza del trio, secondo me. La colonna portante che ha consentito la creazione del “suono Primus” e lo sbizzarrirsi dei solisti, che è poi la principale caratteristica che i più riconoscono a questo gruppo, e che li ha resi famosi. Senza “Herb” tutto ciò non sarebbe stato mai possibile. Non è infatti un caso che, seppure sempre con sprazzi di brillantezza assoluta, i Primus siano calati qualitativamente dopo la sua uscita, di album in album.

Ma oggi non parliamo di quello. Oggi siamo qua soltanto per dire che in un preciso punto collocato in un preciso spazio temporale, agli albori del nono decennio del secolo ventesimo, i Primus erano semplicemente la più sconvolgente e assurda band in circolazione, e questo gioiello lo prova più di lavori come Sailing the Seas of Cheese o Frizzle Fry, i quali, pur bellissimi, suonavano e suoneranno sempre un pò meno vibranti e spontanei di Suck on This. (Piero Tola)

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