Avere vent’anni: ANASARCA – Moribund

Ci fu un periodo, specialmente in Europa, nel quale all’interno della scena brutal death si tentò di suonare qualcosa di diverso, qualcosa che non fosse sempre la solita scopiazzatura trita e ritrita di Suffocation, Cannibal Corpse e compagnia bella, ed è in questo periodo che bisogna inquadrare la proposta musicale degli Anasarca, del cui secondo disco Moribund ricorre il ventennale. Del debutto uscito due anni prima non c’è stata alcuna traccia per anni (io non l’ho mai ascoltato) eppure uscì per la Repulse, che non era un’etichetta che pubblicava dischi del tutto introvabili. Eppure fu così; io stesso per una barca di anni fui convinto che Moribund fosse il loro debutto, poi venni a conoscenza del primo CD su Discogs, dove veniva venduto a prezzi ridicoli e tuttora, A.D. 2020, per aggiungerlo alla propria collezione ci vogliono un buon 30 carte. Lo so, voi direte: “Ma tanto si trova gratis o semi-gratis in rete in versione digitale”… Beh, mettetevi nei miei panni: io sono ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita e ho una visione romantico/nostalgica della vicenda; per me scrivere di un disco significa provare a convincere qualcuno a tirare fuori dal proprio portafogli del denaro per comprarsi il CD originale, senza essere stramaledetto e incolpato di aver parlato in modo entusiasta di qualcosa che non vale la plastica sulla quale è stampato.

Torniamo agli Anasarca: tedeschi, su questo disco suonavano in formazione a quattro (Michael, chitarra e voce; Benny, chitarre; Chris, basso; Herb, batteria) e, come altri loro colleghi, in quel periodo usarono un approccio diverso al brutal death classico, senza inventarsi nulla di nuovo, questo va detto subito, risultando tuttavia assai piacevoli da ascoltare. Il trucco fu quello di non accordare le chitarre due o tre toni sotto come facevano praticamente tutti in America (e conseguentemente in Europa) e usare il metodo zanzaroso del riffing monocorda black metal per suonare i riff portanti, specialmente nelle parti più veloci. Qualcosa di simile lo hanno fatto i Defeated Sanity, i Lymphatic Phlegm che però sono più grind, e i Prostitute Disfigurement. Solo negli stacchi lenti il riffing è più canonicamente crunching death metal, benché l’accordatura sia sempre la classica mi-la-re-sol-si-mi senza abbassamenti di sorta, ma di parti lente in questo disco ce ne sono davvero poche: esso contiene undici pezzi e dura meno di trentatré minuti, con quindi una media di tre minuti a brano inclusi alcuni sample che spiegano come funziona tecnicamente la pena di morte mediante iniezione letale. In effetti tutto il disco è un concept album incentrato sulle lettere o poesie scritte dai condannati nel braccio della morte e lasciate in eredità ai parenti. Gli Anasarca stessi spiegano il significato del disco nel booklet del CD in una nota, cioè “il nostro scopo è raccontare al “mondo esterno” che cosa provano e pensano le persone rinchiuse nel braccio della morte. Mostrare le loro emozioni e pensieri intimi e dimostra che queste persone non sono animali o mostri” (tradotto in modo più o meno letterale dal vostro Griffar), giusto per farci capire come la pensano sull’argomento, al punto di dedicare l’opera ad uno degli autori dei testi, l’ormai non più tale Robert Ronald Atworth, nonché a tutti i giustiziati del mondo.

Resta il fatto che , tornando alla musica, l’album ha un tiro pazzesco. I riff più veloci, influenzati palesemente dai Suffocation (come gran parte della loro musica nel complesso), sono suonati sulle ottave alte e risultano persino orecchiabili, cosa che per un disco brutal death appare quanto meno particolare; le sonorità impastate e compresse ai limiti del comprensibile dei maestri americani sono lontane anni luce, il concept di fondo di come si scrive un riff è comunque molto simile. Non sono originalissimi, non rivoluzionano nulla eppure il disco di cui stiamo parlando suona in modo differente da quanto ci si aspetterebbe se ci fermassimo a dire superficialmente che gli Anasarca suonano brutal death metal e stop, cosa che gli ha fatto reggere il tempo: se lo ascoltaste oggi per la prima volta potreste pure essere tentati di pensare che sia un progetto nuovo uscito fresco fresco dal cilindro del talent-scout di qualche major tipo Century Media, mentre in realtà uscì vent’anni fa per un’etichetta attiva da poco tempo, la Mighty Music, che in seguito è diventata piuttosto importante (ha pubblicato persino gli Artillery). Registrazione e produzione sono pienamente all’altezza, la tecnica strumentale pur se non strabiliante è di ottimo livello, c’è fantasia e capacità di comporre una collezione di pezzi volutamente drammatici senza essere stucchevoli o noiosi, e in questo la scelta di scrivere brani molto più simili a raffiche di vento che non all’incedere poderoso di un elefante è azzeccatissima. I pezzi migliori a mio parere sono la opener Done in our Name, Concrete Tomb e I will not be Broken ma di poco, perché alla fin fine lo standard medio è sull’altino andante e, del resto, un disco da trentadue minuti e spiccioli suonato per la maggior parte del tempo alla velocità della luce ce lo si spara facile anche subito prima di andare a dormire, se non si può fare a meno di necessitare di sognare incubi d’oro. (Griffar)

One comment

  • Non li conoscevo. Dico: Grazie. Anch’io ordino molti più vinili adesso di quand’ero giovine, dopo un po’ che ascolto su iutub m’ammoscio, ascoltare con l’impianto di casa è un ritorno alla realtà…, non scherziamo.

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