Non gli eroi che ci meritiamo ma quelli di cui abbiamo bisogno: Undeath, Gorephilia e Necrot

Mentre bazzico i soliti gruppetti dove i più rincoglioniti tra i “collezionisti” fanno a gara a mostrare le loro dieci versioni di questo o quel disco appena uscito o ristampato in colori tutti diversi e uno più orripilante dell’altro, mi imbatto in un post dove è fotografata una copertina eccezionale, che mi fulmina come una scarica da millemila volt. Sembra disegnata da un bambino di terza elementare e raffigura una non precisata entità verde vomito che decapita un tizio vestito come Hank Hill della leggendaria serie di cartoni animati King of the Hill, il tutto su sfondo bucolico e con visuale presa da un grotta piena di putridume e scheletri. Il titolo dell’opera è un ambizioso Lesions of a Different Kind. Il tempo di riprendere il fiato e vado a leggere i commenti al post, sperando che qualche magnanimo si degni di rivelare il nome della banda in questione, visto che il logo totalmente illeggibile non dà speranze. Scopro così che si tratta degli americani UNDEATH, che, a dispetto (o a ragione) del nome poco originale, suonano un death metal comme il faut e che spacca culi come se non ci fosse un domani.

Questi ragazzetti di Rochester dovrebbero insegnare alle nuove generazioni come si fa il death metal. Un’aura sudicia come le prime cose dei Grave e altrettanto pesante, voce tombale e riff che ti spettinano rischiando di provocare polluzioni istantanee. BINGO, ci vuole davvero poco. Non serve fare pezzi di venti minuti ricalcando gli Incantation e infilando qualche “melodia astrale” qua e là, parlando di questioni intergalattiche e alieni del cazzo, e millantando chissà quale “genialità”. Bastano le idee chiare e dei grossi, grassi testicoli d’acciaio, proprio come li hanno i nostri. Non serve più di un ascolto per capire che questa è roba di cui abbiamo bisogno come il pane per riportare le cose ad una dimensione ottimale: quella del riffone e del pezzo costruito in funzione del volerti fare alzare la manopola del volume e del conseguente scrostarsi dell’intonaco dei muri di casa. E gli Undeath non sono nemmeno così banali. Ascoltate Entranced by the Pendulum, per esempio, la cui struttura non è così scontata, e le soluzioni, i cambi, i riff stoppati, e quel maledettissimo groove ci riportano a tratti ai primi Grave, appunto, o alle cose più mefitiche dei terrificanti olandesi Dissect. Questa è gente che mangia, beve, respira e caga death metal. Un primo full davvero impressionante per perizia e cognizione di causa.

La serie delle copertine del cazzo continua con il nuovo GOREPHILIA, intitolato In the Eye of Nothing, le cui sfere occhiute e munite di fauci rappresentate su predominante colore rosso mi ricordano quelle creature balorde che venivano fuori nell’anime di Berserk quando arrivava l’apocalisse finale.

La proposta, i suoni, lo spirito ovviamente non cambiano di una virgola dal precedente, distruttivo Severed Monolith, che tanto entusiasmo generò nella comunità death metal mondiale. A ragione, perché i Gorephilia si inseriscono in quel filone del death pesantissimo con rallentamenti tombali e arrangiamenti che a volte ricordano parecchio i Morbid Angel dell’era Covenant e Domination. Sempre un bel sentire. I finlandesi si riconfermano come una delle realtà più solide del genere. Anche loro mantengono un approccio molto pragmatico con nove pezzi che si susseguono per una quarantina di minuti senza mai pisciare troppo di fuori. E ti danno quello che vuoi.

E ora passiamo ai californiani NECROT. È commovente vedere come nel 2020 nel death sia tornato a contare più un riff o un tupatupa come si deve rispetto all’assolo, ai tempi in sessantaquattro diciannovesimi e agli armonici di basso sparati a cazzo qua e là. Non che abbia nulla contro queste cose in sé, ma i Necrot se ne fottono altamente e ci mettono tra le chiappe una scarica di death metal abbastanza purulento e classico nella più classica accezione del termine. Questo disco, semplicemente intitolato Mortal, ha tutti gli ingredienti tipici del classico prodotto Morrisound dei tempi che furono. Quei riffoni un po’ in stile The Bleeding dei Cannibal Corpse (Dying Life), che, ricordiamo, era uno dei dischi più classici nei suoni e nelle strutture dell’era Barnes; quelle marcette thrash (Sinister Will) e quelle accelerazioni; quei rallentamenti che sono esattamente dove devono stare; quella ricerca dell’efficacia nelle soluzioni e nelle strutture, mai nemmeno troppo prolisse, che sfociano in qualche break più melodico per lasciare spazio ad un bell’assolo ogni tanto, in puro stile Death era-James Murphy. Infine quel giusto feeling malsano che è la cosa più importante. Non è affatto una sopresa vederli tra i nomi più quotati del genere assieme a Pissgrave, Blood Incantation ed altri.

C’è proprio di che sorridere, perché una scena mondiale death metal del genere non la si vedeva da venticinque-trent’anni almeno. Non si può proprio chiedere di meglio, a conferma che questo 2020, anche se orribile, almeno ci conforta con un possibile ritorno sulle scene di Youtubo anche io e l’uscita di qualche bel disco estremo, soprattutto in ambito underground. (Piero Tola)

One comment

  • Finalmente il basso che si avverte appresso alla batteria ! Mi associo a quanto detto qualche post fa sul paradosso delle produzioni digitali di oggi che sembrano peggiorate. Bravi Undeath !

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