Fenriz alle prese con gli acuti: ISENGARD – Vårjevndøgn

Piero Tola: Mentre scorro le news di Facebook, vedo il post sul nuovo Isengard del mio negozio metallaro locale di fiducia qua a Cracovia, uno dei pochi negozi di settore rimasti al mondo, credo (tieni duro, stary!). Lo contatto subito e chiedo ad Adam, il titolare, di spedirmi, attraverso un ingegnoso sistema di corrieri cittadini, e non di specchi e leve, il nuovo disco di Fenriz. Ed ecco che il giorno dopo, quello in cui scrivo, mi arriva il cd.

Il tempo di accendere il mio Marantz ed ecco affiorare, con la breve intro Cult Metal, il cosidetto nekrosound, sempre lo-fi, sempre riconoscibile. Quando parte Dragon Fly (Proceed Upon the Journey) ci ricordiamo del perché Fenriz sia ancora oggi il più illustre proseguitore del sound di quell’altro signore misantropo e così fondamentale per la musica estrema che si chiama Tom Warrior

In quasi tutto il disco, però, si sentono vocalizzi strani, e non vorrei sbagliare intendendoli come l’omaggio descritto all’interno delle note al disco a Geoff Tate e John Cyriis (o Fenriz, “lassa perdi”, come si dice da noi a Cagliari). Ovviamente il nostro non è proprio noto per avere un animo “commerciale”, quindi mi pare ovvio che i nastri ripescati per l’occasione non nascondano nessun intento malizioso, ma siano semplicemente un lato del progetto che non si conosceva prima, una sorta di heavy/doom epico per chi tanto ama le etichette, ma che, se proprio vogliamo cercare una definizione, tanto vale definire tale. Niente o quasi a che vedere con Høstmørke o Vinterskugge, mood differente e con della roba che a tratti mi sentirei di accostare al lato più sabbathiano del nostro Paul Chain (The Fright). Il resto si assesta su di un informe heavy con tratti doom, come già detto, dove raramente, anzi mai, il nostro esibisce gli urlacci che lo hanno contraddistinto sia nelle precedenti incarnazioni discografiche del progetto che nei Darkthrone.

Alcuni divertissement “riempitivi” che lasciano un po’ il tempo che trovano ci sono, tipo la punkettona Rockemillion, però l’umore generale del disco è quello di un metallaro che ama il metal e vuole rendere tributo ai classici in una maniera del tutto personale, mai banale, come Fenriz del resto è sempre stato. Leggendo le note interne si scopre in effetti che questo sarebbe una sorta di tributo fai-da-te di Fenriz (le tracce mancanti dai nastri originali sono state risuonate in sottofondo “dal vivo” mentre i nastri venivano riversati in digitale, all’insegna della coerenza decennale del DIY più totale, oggi come ieri) alle vecchie bande di speed e heavy metal degli anni Ottanta i cui pezzi tanto gli piaceva cantare con gli amici al bar durante le ubriacate più moleste della sua adolescenza.
Infatti lo spirito c’e’ tutto, e il risultato non annoia per nulla.

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le ispirazioni

Michele Romani: Vi confesso che, mentre cazzeggiavo su Facebook e mi sono ritrovato sul sito della Peaceville la celebre foto di Fenriz col suo celebre amuleto pagano al collo e il monicker Isengard in alto, mi è preso un colpo. Gylve Nagell avrà tutti i difetti del mondo, ma certamente è uno dei personaggi più veri e no compromise dell’intera scena metal, e mi sono venute subito alla mente una serie di dichiarazioni passate in cui diceva che il suo celebre progetto Isengard fosse da considerarsi morto e sepolto. Ho quindi approfondito la cosa e, come immaginavo, non si tratta di nuove composizioni, bensì di vecchio materiale registrato tra gli anni 1989 e 1993, che Fenriz nella breve bio di presentazione ha dichiarato di aver ritrovato quasi per caso nei meandri reconditi della sua abitazione. Veniamo subito al punto: se avete amato come il sottoscritto Vinterskugge e Høstmørke, in un primo tempo verrete piuttosto spiazzati dall’ascolto di questo Vårjevndøgn.

A parte il tipico sound lo-fi made in Necrohell Studios al quale siamo tutti abituati, il disco suona piuttosto diverso dal classico black doom intriso di venature folk a cui Fenriz ci aveva abituato nei due full. Si tratta infatti di un lavoro dal sound molto più modalità heavy metal ottantiano, una specie di incrocio tra Pentagram e Mercyful Fate, con tanto di continui e ripetuti falsetti in stile King Diamond. In realtà è abbastanza complicato farsi un’opinione completa, in quanto il disco varia molto da traccia a traccia. Si passa infatti addirittura dall’esperimento hardcore punk (?!) di Rockemillion alla bellissima The Light, unico brano registrato ai tempi sotto il moniker Pilgrim Sands, nient’altro che la prima incarnazione di Isengard, dall’impronta doom nettamente più marcata rispetto al resto.

In tutta sincerità sono un po’ dubbioso nel consigliare questo lavoro a chi non ha mai sentito una nota di Isengard, ma può andar bene per chi ha ascoltato e amato i due precedenti full e proprio non può fare a meno della voce sgraziata di Fenriz. Per tutti gli altri mettete su Vinterskugge o Høstmørke e godete di brutto. 

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