Music to light your joints to #25

C’è Charles che mi ha fatto una testa così col nuovo dei DOPELORD e lo ha già messo nella playlist provvisoria (io e lui, che siamo persone coscienziose, ogni 1 gennaio apriamo un file all’uopo sul desktop e lo aggiorniamo regolarmente, a differenza di quel cialtrone di Bargone che, nonostante la quantità immane di roba che gli inoltriamo nel corso dell’anno, si riduce a dicembre che non sa cosa mettere e magari sostiene pure che non è uscito un cazzo). Per quanto non condivida in toto il suo entusiasmo, Sign of the Devil è in effetti qualcosina in più del solito esercizio di ricalco degli Electric Wizard, cosa che andrebbe sempre benissimo per carità. Narcosatanismo sì ma ogni tanto i polacchi cambiano droga per passare a qualcosa di più stimolante, con passaggi pestoni ai limiti del thrash. Per il resto c’è tutto quello che ci vuole, dai riffoni alla paccottiglia occulta con tripudio di campanacci mortuari e tastiere da film horror. Adorabili.

Coraggioso il tentativo dei 1000MODS di distaccarsi da una scena che basa la sua identità sulla fiera reiterazione dei soliti giri. Basta con il solito stoner da due accordi e pedalare: Youth of Dissent è un disco costruito sull’ugola versatile di Dani G., non sempre incisivo nei frangenti aggressivi ma perfettamente a suo agio con i toni garage punk, a tratti quasi grunge, che caratterizzano l’album. I brani più classici e kyussiani (Pearl) continuano a colpire nel segno ma a spiccare sono proprio gli episodi più sperimentali, come l’avvolgente ballata psichedelica Young o l’indie pop elettrico e dolente di Less Is More. I greci non se la cavano soltanto con il black metal, sappiatelo.

Dopo un paio di lavori che avevano visto una progressiva crescita della componente space rock e psichedelica, i BLACK RAINBOWS sembrano essersi chiesti perché non ricominciare a pestare un po’. A dispetto di quanto sembrerebbe suggerire il titolo, Cosmic Ritual Supertrip non è proprio un ritorno alle origini ma vede i romani orientarsi su formule più ruvide e basilari. Canzoni brevi e lineari, suoni grassi e pesanti, l’anima hard’n’blues che torna a prevalere su quella hawkwindiana. Bordate come At Midnight You Cry e Master Rocket Power Blast potrebbero essere un ottimo ascolto mentre siete al volante, se solo non rischiassero di farvi premere sull’acceleratore a tavoletta per poi spiaccicarvi sul primo platano disponibile. Un nome, una garanzia.

Continuate anche voi a rimanere perplessi di fronte al nuovo corso dei Pelican (nell’ultimo Bedtime Stories, risalente all’anno scorso, c’erano dei pezzi dove sembrava quasi di sentire i Karma To Burn)? Avrete di che consolarvi con On Circles, che vede tornare i CASPIAN, a cinque anni dal precedente Dust and Disquiet, con un suono più leggero e sognante, dove la componente metal è stata ridotta all’osso e lascia spazio a suggestioni ora wave, ora folk (sentitevi i due unici brani non strumentali: Nostalgist e la conclusiva Circles on Circles). Forte di un nuovo batterista dal tocco più raffinato, il complesso del Massachusetts non aveva mai inciso un disco così tradizionalmente post rock, con i maestri Explosions In The Sky che sovvengono con prepotenza alla mente nei crescendo e negli intrecci chitarristici del singolo Flowers of Light. Da ascoltare nelle condizioni di lucidità più precarie possibile.

Mi congedo consigliandovi quattro dischi sballoni dell’anno scorso che non ho recensito per mera accidia ma valgono assolutamente un recupero: Violet Hour degli splendidi ALUNAH, che hanno cambiato la cantante ma non l’afflato esoterico e pagano, Destroyer dei canadesi volanti BLACK MOUNTAIN, vecchia e mai sopita passione di molti metalskunker, Droneflower della nostra amata MARISSA NADLER in duetto noise rock con Stephen Brodsky dei Cave In, e soprattutto The End, terzo Lp dei pazzeschi ORDOS, gruppo svedese autore di un doom oscuro e ritualistico che vi strapperà l’anima e la seppellirà viva. Statemi sani. (Ciccio Russo)

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