“It’s only a flu, bro.” – La maschera della Morte Rossa (2020 remix)

Il Coronavirus aveva per parecchio tempo devastato la regione. Non si vide mai influenza così fatale e orribile. Il suo emblema era la tosse, la persistenza e la secchezza della tosse. Cominciava con uno starnuto, poi la febbre, poi complicanze polmonari e respiratorie. Il contagio, il progredire, i risultati della malattia erano una questione di quindici giorni.

Ma il Principe Prospero aka Shreddy Mercury, ex campione mondiale di air guitar e noto agitatore delle movide metallare newyorkesi, era felice intrepido e sagace. E aveva fede nel potere salvifico dell’acciaio.
Considerava sacrosanto il suo diritto alla baldoria e si sentiva protetto solo quando indossava la sua chitarra immaginaria, arma dal potere incommensurabile davanti alla quale anche i più potenti nemici, visibili e invisibili, erano costretti alla resa incondizionata. Così, mentre le autorità imponevano il lavaggio delle mani ad ogni minimo contatto con il mondo esterno e le mascherine facciali celavano le fattezze delle giovinette di cui amava circondarsi, il principe Shreddy affisse un bando per la festa che avrebbe dovuto porre fine a tutte le feste: il campionato regionale di air guitar.

La sua abbazia era il Saint Vitus bar di Brooklyn, lì si sarebbero svolti i festeggiamenti. Un solido portone blindato di metallo nero, nessuna finestra sull’esterno, nessuna entrata posteriore ma soprattutto la presenza in contemporanea di tante chitarre immaginarie erano una protezione sufficiente ad evitare il contagio.
Shreddy Mercury aveva pensato a tutti i mezzi del piacere. C’erano dischi, amplificatori, alcolici, film horror e una gran folla di avventori. Il locale venne abbondantemente approvvigionato con casse di birra tedesca annacquata. Pensando di farsi beffe della Morte, il destino ed il contagio venivano irrisi da un misterioso tizio vestito da dottore-zombi che con ilarità sprezzante ilarità distribuiva disinfettante ai presenti invitandoli a lavarsi le mani con un sorriso beffardo sulle labbra. Dentro dunque tutte queste cose belle. Di fuori la Morte Rossa.

Il giorno prescelto gli avventori si presentarono a frotte da tutta la tri-state area. Esasperati dalle lunghe liste di concerti cancellati, orde di novelli Jimmy Page, Hendrix e Slash senza chitarra erano pronti a sfidare il morbo con la propria fiera idiozia. “Non ci toglierete mai il nostro heavy metal!” “I nostri nonni sono morti in Normandia per il nostro diritto alla Birra IPA!” urlavano in coro assembrandosi all’entrata. E quella sera, mentre la preoccupazione dell’uomo comune era mettere le mani sull’ultimo flacone di Amuchina loro si preparavano a sfidarsi a colpi di riff e assoli inesistenti.

Ma lasciate che vi descriva la salA in cui ebbe luogo, un locale decorato con ogni sorta di chincaglieria risalente alle grandi epoche passate del metallo pesante, rappresentazioni fotografiche di eventi svoltisi in quelle stanze e un ossario votivo con candele a cui rivolgere una preghiera a Tony Iommi. Il corridoio che univa le due sale era costeggiato da pesanti tendaggi di velluto nero e un fantoccio dalle sembianze di King Diamond fungeva da sacro guardiano del bar. Anche i gabinetti avevano della magnificenza, così adornati di scritte con illeggibili loghi black metal, i muri foderati di qualsivoglia adesivo (incluso quello di Metal Skunk) e i pavimenti perennemente ricoperti di un costante strato di pioggia dorata. Quale sfarzo!
La festa stava per iniziare, Shreddy prese il microfono e ringraziò i presenti per la loro incrollabile fede. Introdusse il pannello di esimi giudici che avrebbero giudicato le esibizioni secondo tre criteri scientifici (tecnica chitarristica, presenza scenica e “airness”, l’aura tipica degli strimpellatori dell’aria). Spiegò le regole del gioco e dopo aver puntato il dito al cielo si lanciò in una pirotecnica e immaginifica versione di Rock You Like A Hurricane degli Scorpions. Gli amplificatori fumarono e la folla ruggì: il gran ballo era iniziato.

Il primo a prendere il palco fu un giovane stagista di qualche grossa azienda passato di lì per caso, il ragazzo con ogni probabilità non aveva mai sentito la musica rock in vita sua ma ugualmente si lanciò in una furiosa esibizione con scivolata che avrebbe reso eternamente inservibili i suoi pantaloni fighetti.
Il livello dello scontro si alzò con tale Skinner Max, un uomo in calzamaglia rosa effetto nude con una barba degna degli ZZ Top dei bei tempi. Venne poi il turno di un sosia di Chud Kroeger dei Nickelback e un simil Silent Bob del film Clerks; una donzella con mantello e baffi finti scaldò il cuore dei presenti sulle note della arcinota Gay Bar. Quando Spudboy prese il palco la folla trattenne il fiato per una sorta di timore reverenziale, l’inquietante presenza adornata di ginocchiere e copricapo alla Devo era una delle star più attese, fece impazzire il pubblico ma prese solo 4.9 per la sua esibizione, cosa che lo lasciò particolarmente insoddisfatto dando il via ad una scia di polemiche inutili.

Ma nulla poteva rovinare la festa che continuava ad essere un tripudio di pinte 2×1 e vodka Redbull. Il secondo turno fu ancora più spettacolare, i sopravvissuti alla durissima selezione si dovettero cimentare con brani estratti a sorte da una misteriosa testa di Yoda denominata “Death Skull of Doom“. In questa fase una figura che era rimasta fino a quel punto in disparte cominciò a sfoggiare il suo incontenibile e pericoloso charme. Un misterioso omone del Queens, di cui nessuno ricorda il nome, lardoso e imponente, dotato di spalle incredibilmente pelose e scarpe converse alate avrebbe di lì a poco ipnotizzato la folla. Fece vibrare l’aria con incredibili tapping, vibrati e distorsioni. Sgominò i suoi nemici con il suo duck walk. Fece sfoggio di tutto il suo repertorio accumulato in anni di auto isolamento volontario nella sua cameretta e sulle note dI Kiss e Bathory ottenne la sua rivincita e vittoria finale.

Dopo la premiazione il Principe Shreddy invitò tutti sul palco per la celebrazione finale: un gigantesco “fuck you I won’t do what you tell me” rivolto a tutte la autorità locali e mondiali che volevano imporre il coprifuoco ai giovani del metal. Fanculo governatore Cuomo e sindaco De Blasio, fanculo Giuseppi Conte e  virologo Burioni. Le distanze di sicurezza vennero annullate, fu un tripudio di baci abbracci, sudore e scambio di fluidi corporei. Quale imprudenza, amici miei, quale imprudenza! Il destino per tutti i presenti era ormai segnato. L’Orso del Queens mi scorse nel marasma e ammirando le mie incontestabili abilità air-chitarristiche mi rivolse delle fatali parole. “You’re next” mi disse con l’accento tipico della sua zona. Io, stolto, ne fui compiaciuto, scambiando quelle parole per un’investitura, presagio di glorie future. Solo un’ora più tardi mentre la linea 7 sfrecciava tra palazzi e palestre perennemente illuminati a giorno ne capii la reale portata e significanza. Uno starnuto proruppe incontrollato dalla mia bocca, una smorfia di orrore di tutti i presenti nel vagone mi identificò come appestato e mi rivelò la segreta maledizione dell’Orso del Queens. “You’re next”. Ero Infetto. E le tenebre, la rovina, e il Coronavirus distesero su tutte le cose il loro dominio sconfinato. (Stefano Greco)

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