MALEVOLENT CREATION // HIDEOUS DIVINITY // HELSLAVE // BEDSORE @Traffic, Roma, 16.01.2020

Tre o quattro anni fa, per un certo periodo, i Malevolent Creation avevano pressoché smesso di esistere. Brett Hoffman se ne era andato di nuovo, e stavolta non per le dipendenze da alcol e droga che avevano causato più volte in passato il suo allontanamento da una formazione storicamente a porte girevoli, che sin dalle origini ha visto il solo Phil Fasciana come unico membro stabile. Dopo un disco che aveva segnato un discreto ritorno alla forma come Dead Man’s Path, il cantante si era ammalato del tumore che se lo sarebbe portato via nel 2018.

In più di un’intervista recente il chitarrista aveva raccontato come la malattia di Hoffman avesse minato la sua determinazione nell’andare avanti e fosse stato proprio il vecchio frontman a convincerlo a ricominciare da zero, continuando a portare avanti con forze fresche uno dei nomi più gloriosi e coriacei della scena death metal americana. Così nel 2017 viene ricostruita una line-up tutta nuova con l’ex Solstice Josh Gibbs al basso, Philip Cancilla alla batteria (coinvolto anche negli HatePlow, vecchio side-project di Fasciana resuscitato di recente) e, come voce e seconda chitarra, il sudafricano Lee Wollenschlaeger, che ha avuto parte determinante nella composizione del nuovo The 13th Beast, sul quale firma sei o sette pezzi.

The 13th Beast mi è piaciuto, un po’ meno di Dead Man’s Path ma mi è piaciuto. Confesso però di essermi approcciato con qualche perplessità, di carattere più sentimentale che razionale, a un concerto di un gruppo che lo stesso Fasciana aveva accarezzato l’idea di chiamare “Envenomed”, come il disco del 2000, per marcare la cesura con quelli che erano i Malevolent Creation del passato. Perché, se Fasciana è rimasto l’unico elemento costante, ad accompagnarlo erano sempre stati comunque i soliti membri storici che si ripresentavano di volta in volta o altri nomi illustri del giro, non ragazzi del tutto nuovi senza un passato importante nella scena.

Tali perplessità vengono spazzate via nel giro di un paio di brani da una band già solida e compattissima, preceduta sul palco del Traffic da Bedsore (che mi perdo), Helslave (arrivo in tempo per apprezzarne solo un paio di brani: efficace death/thrash con qualche tocco svedese, sicuramente da risentire) e Hideous Divinity, alle prese con la presentazione del quarto album Simulacrum, che segna il passaggio su Century Media dopo tre full per la Unique Leader del compianto Erik Lindmark.

In procinto di partire per un tour nordamericano, la compagine capitolina si inserisce in quel fecondo filone aperto da altri act tricolori – come i Fleshgod Apocalypse e i concittadini Hour of Penance – che hanno saputo farsi strada all’estero con un’interpretazione ipertecnica e italicamente bombastica del brutal death. Simulacrum sta ricevendo recensioni eccellenti sulle maggiori testate internazionali. Qua debbo però confessare che tale declinazione del metal estremo è troppo lontana dai miei gusti perché possa godermi davvero il concerto. La capacità di tenere il palco, la perizia tecnica e tutto il resto non si discutono ma sono suoni che mi catturano con fatica e un poco finisco per annoiarmi. In tantissimi però la pensano diversamente e la sala è piena, segno che i romani hanno saputo costruirsi con il tempo un seguito ampio e fedele. A prescindere dalle mie opinioni personali, sono sinceramente contento per loro, essendo abbastanza vecchio da ricordarmi di quando le band italiane venivano prese a pernacchie a prescindere laddove oggi, anche quando – come in questi casi – non fanno per me, riescono a suscitarmi soddisfatti sussulti campanilistici quando scorro le webzine straniere.

I Malevolent Creation pescano tantissimo dall’ultimo album ed è giusto così, non solo perché dal vivo Mandatory Butchery e Release the Soul spaccano tutto: la coesione tra musicisti che sono insieme da soli tre anni ne esce esaltata e viene scacciata la sensazione – che, come detto, temevo di provare – di avere di fronte una sorta di cover band con un membro originale. Ciò in situazioni analoghe accade spesso e, sebbene nella maggior parte dei casi non significhi assistere a un cattivo show, viene un po’ meno quella sospensione di incredulità necessaria quando vengono suonati i pezzi più vecchi. Da questo punto di vista, la scaletta è intelligente: non troppo passatista e con l’azzeccato recupero di chicche della produzione più recente come la devastante Slaughterhouse e una Blood of the Fallen che dal vivo è ancora meglio. Merito anche di Lee, il vero valore aggiunto. Quando finisce il concerto e ci saluta ha l’aria del bambacione pelato e sorridente che quasi non riesce ancora a crederci di essere finito a cantare in uno dei suoi gruppi preferiti. In azione è una macchina da guerra: il tocco chitarristico è slayeriano al punto giusto e il suo growl profondo e lacerante non prova a emulare Hoffman ma riesce a mettere una nota personale anche su classici come la mostruosa Coronation of our Domain, che chiude la serata (niente bis ed è giusto: pubblico partecipe ma un po’ freddino). Ben ritrovati. No one can destroy this Malevolent Creation ed è proprio vero. (Ciccio Russo)

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